Accompagnare la famiglia, la comunità e i ministeri oggi

prof. don Francesco Scanziani – Somma Lombardo – 14/03/2007

Nato a Besana in Brianza (MI) il 27 febbraio 1968, sacerdote dal 1993.
Insegna Antropologia Teologica – Mariologia al seminario di Venegono

 

 

 

 

Come premessa partiamo da queste semplici, ma intense parole: «Il percorso pastorale diocesano è attraversato interamente da una consolante certezza che è espressa nel titolo generale «l’amore di Dio è in mezzo a noi» (Card. Dionigi Tettamanzi nel programma pastorale 2006-2007). Partiamo da questa “buona notizia – vangelo: buon annuncio”. Il cardinale ci muove a guardare alla famiglia oggi con uno sguardo di fiducia, di speranza perché non è una promessa – che l’amore di Dio è in mezzo a noi – ma una certezza; non è una conquista da fare, ma un dono che Dio ci fa. A noi è chiesto di annunciarlo, di gridarlo.

Tre passi per analizzare che cosa può voler dire accompagnare la famiglia:

  • 1. Perché accompagnare la famiglia Non per un presupposto negativo, problematico: perché la famiglia è in crisi, perché da sola non è capace oggi di svolgere il suo compito. Per quanto le fatiche ci siano innegabili, non è questo il motivo per cui la comunità cristiana, il vangelo ci dice di accompagnare la famiglia. Accompagniamo la famiglia perché è proprio dell’esperienza di fede la dimensione comunitaria e comunionale. In Marco, 6, quando Gesù chiamò i dodici lo fece perché stessero con lui e per inviarli. Quando all’inizio nasce la Chiesa, nasce attorno a Gesù com’esperienza di comunione, come famiglia, appunto, com’esperienza di vita non solo con Gesù, ma anche con gli altri discepoli. Sappiamo che i dodici scelti comprendevano anche un pubblicano, uno Zelota, Giacomo e Giovanni “figli del tuono” e quindi con un bel caratterino, Pietro che conosciamo e Giuda che lo tradì. L’esperienza cristiana del vangelo è esperienza comunionale. Il cristiano, il santo, non è mai un individualista che cammina da solo dietro a Gesù. È uno che, casomai, rallenta il passo per camminare con gli altri dietro a Gesù. È per questo motivo che appartiene alla natura cristiana di accompagnare la famiglia.

Un altro documento che ci ricorda questo è la Lumen Gentium, la costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II: «La Chiesa è sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano.» La Chiesa è definita come colei che crea l’intreccio per l’intima comunione con Dio, ma contemporaneamente trama di relazione, segno e strumento dell’unità di tutto il genere umano. Tesse comunione tra Dio e gli uomini. Non è mai solo una delle due dimensioni, verticale con Dio ed orizzontale con gli uomini. Già nella prima lettera di San Giovanni si trova: «Come puoi dire di amare Dio che non vedi se non ami il fratello che vedi?» Oltre a questo è anche inscritto nel cuore dell’uomo, nella sua struttura antropologica, il bisogno ed il desiderio di camminare assieme. Nella Genesi, Dio, dopo aver creato l’uomo ha detto: «Non è bene che l’uomo sia solo». La Chiesa accompagna la famiglia non per un senso di “buon samaritano”, ma per un bisogno che noi abbiamo nel cuore.

Questo concetto si ritrova in Jean Vanier, filosofo svizzero, nel 1962 ha lasciato tutto per vivere con due ragazzi handicappati e da ciò è nata la comunità dell’arca in Canada, diffusa ora in tutto il mondo. Aristotele diceva che l’uomo è un animale razionale, ma Jean Vanier  preferì definire l’uomo come un essere fatto per amare. Questo l’ha capito stando con ragazzi portatori di handicap mentali. Il Bisogno dell’uomo, dietro le chiusure, le ferite, i bisogni di questi ragazzi è un appello alla comunione; è il bisogno di dire: mi ami, mi accetti, cammini con me. La Chiesa la definisce una porta di speranza. Egli dice così: «Una comunità è come un’orchestra che esegue una sinfonia; ogni strumento, preso da solo, suona qualcosa di bello, ma quando tutti suonano insieme ed ognuno permette che l’altro lo superi all’occorrenza, è ancora più bello.»

  • 2. Dove accompagnare la famiglia Non dobbiamo avere la pretesa di avere già la risposta in tasca da dare agli altri. Accompagnare la famiglia forse significa esplicitare, dichiarare la meta verso cui si vuole camminare. Abbiamo una meta, ma anche che vi sono tappe da fare. La meta la conosciamo perché l’ha indicata Gesù quando disse: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto». (Mc 10, 5-9). La meta scritta nel cuore dell’uomo e della donna è essere una cosa sola, una carne sola. Non è questo il sogno che due hanno provato quando si sono innamorati? Semplicemente perché la vita farà poi vedere che non è così facile essere cosi, si può affermare che si sia trattato di un’illusione? Un uomo ed una donna, senza confondersi, possono essere in comunione così, tanto da essere una carne sola. Non solo perché ce lo dice Gesù, ma anche perché noi siamo creati ad immagine di un Dio trinitario.

Se ci mettiamo davanti all’icona di Rupnik dei tre angeli seduti attorno ad una tavola ci ricordiamo il Dio trinitario. Immanuel Kant (1724-1804) diceva che il dogma della Trinità è assolutamente inutile per la vita di ogni giorno e per la vita cristiana. Invece don Tonino Bello diceva: «Il dogma della Trinità è la chiave architettonica della vita cristiana ed il principio di tutta la vita etica. Tre persone uguali e distinte talmente in comunione da essere un solo Dio.» La comunione non è confusione, non è fusione (uguali e distinte), ma è comunione tale da essere un solo Dio. Allora coraggio, teniamo vivo questo sogno che è realtà e che è di essere creati ad immagine di un solo Dio. Accompagnare la famiglia significa accompagnarla a custodire, a non sminuire questo sogno, questa meta che è l’imprinting di Dio dentro il nostro cuore.

Se questa è la meta, occorrono delle tappe, perché c’è un cammino da fare. Bisogna allora ascoltare dove uno è, partire da dove le persone sono. Oggi ci si può scandalizzare perché nei corsi fidanzati la maggior parte dei partecipanti sono conviventi. Non dobbiamo permetterci di valutare, ma per accompagnare dobbiamo ascoltare: le domande, i bisogni, i problemi. Non faceva così anche Gesù, ad esempio con la samaritana? Con Pietro, con Matteo sui loro posti di lavoro? La meta di accompagnamento della famiglia è quella alta della comunione; le tappe richiedono la saggezza pedagogica di prendere le persone lì dove sono e di fare un passo alla volta. La tradizione morale cattolica ha sempre insegnato che l’ottimo è il nemico del bene e che bisogna imparare a fare il passo possibile oggi anche se fosse più umile e corto di quanto i nostri desideri vorrebbero.

  • 3. Come accompagnare la famiglia
  • La prima esperienza fondamentale, dopo quella dell’ascolto a cui particolarmente ci ha invitato il nostro cardinale, è di accompagnarle a vivere l’esperienza dell’amore di Dio. Se è vero che l’amore di Dio è già in mezzo a noi, allora un cristiano non ha altra meta che far gustare quel dono che già ha. Il cardinale nella sua lettera per l’anno pastorale già citata, dopo la prima parte riporta subito un brano della prima enciclica di Benedetto XVI: «Dio non ci ordina un sentimento che non possiamo suscitare in noi stessi. Dio ci ama, ci fa vedere e sperimentare il suo amore. Da questo Dio che ci ama per primo può spuntare l’amore anche in noi.» Cioè far fare agli uomini l’esperienza dell’amore di Dio. Non si può spiegare l’amore senza far fare un’esperienza; sarebbe come spiegare che cos’è il vino senza farlo provare. Gesù ha riassunto ciò in quello che chiama il suo comandamento: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato.» Il punto di partenza è “come io vi ho amato”. È un auristo, un verbo greco che indica un fatto storico, un’esperienza. Siamo una comunità cristiana che fa sentire, sperimentare l’amore di Dio, dove ci si sente amati?
  • Se si ha l’esperienza di essere amati, che Dio ci ama, segue il secondo passo per cui si diventa capaci di amare. Chi è amato impara ad amare. Dobbiamo aiutarci ad imparare ad amare. Accompagnare le famiglie per una comunità cristiana significa guidare alla scuola dell’amore. Si usa il verbo imparare (ad amare) perché non si ha la presunzione di esserne capaci. In Genesi 2, 24: «Per questo l’uomo lascerà suo padre, si unirà a sua moglie ed i due saranno una carne sola.» I verbi sono al futuro; noi intuiamo il desiderio della comunione, desideriamo amare, ma per realizzare ciò occorre il cammino, occorrono tappe, occorre imparare ad amare. Per far ciò occorre comunione, se per amare occorre comunione, da soli non si impara ad amare magari con un’arte che si apprende dai libri. Il neonato impara ad amare con le coccole, le carezze della mamma anche già nel suo grembo. Egli si sente accolto, custodito, accudito; giorno dopo giorno impara che significa essere amato. In questo ambito di imparare ad amare si possono indicare due percorsi, il primo più breve, il secondo a cerchi concentrici:
  • a. Quando la teologia cristiana ci parla del sacramento del Matrimonio come è spiegato dal corso fidanzati, – fedeltà, indissolubilità, fedeltà -, rischiamo di avere elementi di alto livello calati in testa dall’alto e non sentiti nella vita quotidiana. Rischiano di non diventare una strada preziosa che si percorre per imparare ad amare. Questi punti di riferimento che la Chiesa ci consegna nella sua tradizione sono passi concreti per dare forma al desiderio di amare. Il desiderio nasce spontaneo, l’innamoramento lo si ha nel cuore, ma il renderlo concreto, costruirci una famiglia, dare stabilità non è cosa spontanea ed automatico. Ad esempio il “per sempre” da’ paura oggi ai giovani alla soglia del matrimonio. Questo “per sempre” che desta tante paure ai giovani, agli adolescenti non fa problema; quando s’innamorano si scrivono bigliettini con questo termine, per sempre, for ever. Che l’altro voglia bene a me, solo a me, per tutto di me è imposizione o desiderio del cuore? Questo fa bene, da’ pace, fa sentire amati. Accompagnare la famiglia oggi con questa teologia del matrimonio, dottrina vecchia, ma sana, è imposizione della Chiesa oppure strada che da’ forma al desiderio di amare? L’amore di una famiglia è aiutata dal Vangelo a costruirsi nei suoi punti fondamentali. Più che imposizioni esterne, questi sono pilastri che ci tengono in piedi.
  • b. Il secondo percorso, denominato a cerchi concentrici. Accompagnare la famiglia oggi richiede ministeri non nuovi, quasi ovvi.
  • i. Il primo che accompagna una coppia, una famiglia è Dio. Occorre lasciarsi accompagnare da Dio. Dio c’è davvero e se ti giochi con Lui ti prende per mano; lì non lo può sostituire nessuno. La provvidenza c’è e bisogna affidarvisi prima di cercare esperti. Qui occorre una buona regola di vita. Che fare? Il papa Giovanni Paolo II ci ha lasciato l’enciclica “Duc in altum”, come dire, siate adulti, non accontentatevi della mediocrità, nel terzo millennio o si è cristiani santi o non si è cristiani. Occorre:
  • 1. Preghiera; cristiano uomo di preghiera; la comunità cristiana è scuola, casa di preghiera.
  • 2. Eucaristia domenicale.
  • 3. Riconciliazione.
  • 4. Parola di Dio.
  • 5. Spiritualità di comunione.
  • ii. Il secondo cerchio prevede un accompagnamento dentro la coppia. È vero che dopo il primo innamoramento si conoscono più gli spigoli che le sintonie. Se si incominciano a vedere le differenze significa che sono molte di più le cose in comune che si è notato, ma si danno per scontate e si incomincia a vedere ciò che è diverso. Ma il primo aiuto che Dio ci ha messo a fianco è davvero il coniuge. Se l’uomo si realizza nell’amore, l’altro è quel grembo fecondo che ti permette di essere. È quello spazio che ti accoglie e ti da’ la possibilità di venire fuori per quello che sei. Jean Vanier né “La sorgente delle lacrime” racconta che quand’era dodicenne chiese a suo padre di poter entrare nella marina militare. Suo padre gli disse: «Jean, io mi fido di te; se questo è quello che desideri veramente, te lo lascio fare.» Jean Vanier si sentì rinato; la prima volta nacque quando sua madre lo mise al mondo; la seconda, quando suo padre gli disse: «Jean, io mi fido di te.» Dare fiducia all’altro, dargli le possibilità di venire fuori per quello che è, tutto questo è amarlo. Accompagnare la famiglia è tenere viva quella risorse per cui uno è per l’altra. Bisogna fare in modo che entrambi affrontino le situazioni.
  • iii. Il terzo accompagnamento è molto semplice. I primi che accompagnano le famiglie sono le famiglie stesse. Il cardinale afferma che le famiglie in questi tre anni non sono l’oggetto, ma il soggetto di una catechesi, di una predicazione. Nella nostra diocesi si sono costituiti gruppi parrocchiali di spiritualità familiare: preghiera, laboratori, gruppi di ascolto, …
  • iv. Pastorale ordinaria. Una comunità cristiana che fa bene quel che deve fare, che fa bene il suo oratorio, da’ già un grandissimo aiuto alle famiglie. Queste famiglie, stando insieme, fanno esperienza di socialità. La parrocchia è la famiglia cristiana che si crea localmente.
  • v. Aiuti istituzionali. Bisogna entrare nel tessuto sociale, culturale ed anche politico. Nel sociale, pensiamo ai casi più difficili, ai momenti di crisi; qui non basta la buona volontà; ci vogliono strumenti adeguati, consultori e simili. Una pastorale diocesana che ritiene urgente il tema famiglia deve investire con le forze migliori per essa. A livello culturale occorre lasciare però un po’ di spazio, di tempo alle famiglie troppo prese da dedicare a loro stesse.

 

Chiudiamo con un’icona. Quella delle nozze di Cana che ci ha lasciato il cardinale. Maria è l’emblema di chi sa accompagnare la famiglia. Maria è lì, nella festa di una famiglia a condividere le vicende di quella famiglia e lei vede il bisogno di quella famiglia e se ne fa carico. Lo porta a Gesù. Maria, però, non comanda a Gesù; solo ai servi dice: «Fate quello che vi dirà.» È esattamente a metà tra gli sposi e Gesù e tra Gesù ed i servi. Da un lato è totalmente attenta ai bisogni e dall’altro è totalmente rivolta a Gesù.

Questo messaggio lo troviamo nella cappella “Redemptoris Mater” che il papa ha voluto per il giubileo 2000 in un’icona mosaicata da Rupnik: la discesa agli inferi. In questa icona si vede Gesù risorto vestito di bianco in un’ogiva che scende tra Adamo ed Eva, il primo uomo e la prima donna, la prima coppia. Adamo che guarda Gesù con occhi un po’ persi; Eva, invece, guarda la mano di Gesù. Eva, con tutte e due le mani tiene la mano di Gesù; Adamo, invece, un po’ riluttante, è tenuto per il polso da Gesù. Gesù, tenendo per mano gli sposi, li attira a sé strappandoli fuori dalle tenebre della morte. Immagine simbolo del sacramento del matrimonio. Gesù che accompagna gli sposi e sta in mezzo a loro non come ostacolo, ma attirando gli sposi a sé, li unisce tra di loro. L’esperienza cristiana del matrimonio è che tanto più si sta uniti a Gesù più si resta uniti anche tra di noi.

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