Lunedì 17 marzo 2003 dott. Sergio Borsi, giornalista
Credere ha ancora un senso?
Io faccio la professione di giornalista da 40 anni e nella mia esperienza professionale ne ho viste di belle e di brutte lavorando in quotidiani, agenzia di stampa, televisione, per ultimo sono stato direttore del quotidiano cattolico “l’Eco di Bergamo” ed ora, in pensione, collaboro con l’ufficio di comunicazioni sociali della diocesi. Ma perché un giornalista deve venire a parlare di un argomento così delicato? Forse perché noi stiamo vivendo in un mondo fatto prevalentemente di comunicazioni, di tecnologia sofisticata per trasferire da una parte all’altra del mondo. Ragionando sulla comunicazione, si può tentare di vedere se i nostri valori su cui si fonda la nostra vita quotidiana possono ancora avere un senso o possono essere, in qualche misura, messi in discussione e quindi essere sottoposti ad un forte logoramento.
La prima osservazione sul tema è la grande influenza che i mezzi di comunicazione hanno su di noi, sulla nostra vita quotidiana; se si pensa che si stanno sperimentando memorie artificiali di nuova generazione che dialogano tra di loro, si capisce che stiamo arrivando ad un salto che ci porta verso una zona ancora indefinita.
Il secondo elemento è che la comunicazione si amplia così tanto in questa fase, per cui, non solo influenza così tanto la nostra vita quotidiana, ma mette fortemente in discussione la nostra coscienza. Gli episodi si vedono. Ma perché tutti i programmi televisivi di minore qualità hanno il più grande ascolto? Perché tutti esprimono giudizi negativi su quanto vedono e gli indici di ascolto continuano ad aumentare? Ma, all’interno di un meccanismo perverso c’è peggiore qualità, più alti ascolti e maggiore gettito pubblicitario. Questo è un punto che tocca la nostra coscienza. Siamo nelle condizioni di pilotare, guidare, controllare, correggere, intervenire? Ho qualche perplessità.
Chi fa comunicazione fa interesse, non ha uno spirito particolare; chi possiede un’azienda che produce informazioni, deve produrre utili. Se produrre utili significa aumentare gli ascolti, fare i giornali con i titoli gridati dove sono prevalenti le tre S, sesso, sangue e soldi, se questo è il dato, noi continuiamo ad arretrare su una posizione di difesa sempre più arretrata perché tutti questi mezzi continuano sempre di più a condizionarci ed a mettere in discussione gli stili di vita, i valori che possediamo e di cui siamo fortemente convinti di essere portatori, ma che spesso non siamo nelle condizioni di manifestare se non in rarissime occasioni e circostanze. I messaggi proposti non sono nel segno da noi auspicato e sui valori a cui crediamo.
Che cosa scrivono i giornali su quanto sta accadendo nella vita della Chiesa italiana e mondiale? Che immagini ci dà la televisione? Sono immagini di protagonisti che si contano sulle dita di mezza mano: fa notizia il papa, ed abbastanza l’arcivescovo di Milano attuale e precedente. Per il resto niente. Quanta fatica si fa anche con una televisione la più modesta a fare qualche secondo di ripresa su qualche fatto di particolare importanza. Sembra quasi che esista una sorta di dicotomia, due strade che camminano in modo completamente diverso, non convergono mai. Su una strada il mondo cammina secondo regole e modelli che si dà di volta in volta; sull’altra strada camminano i cattolici, convinti di essere ancora al centro dei grandi processi e movimenti decisionali, ma in realtà non lo sono più o lo sono solo in rarissime circostanze.
Quanto oggi può incidere la fede di chi svolge una professione di alta responsabilità come accade in questo contesto storico? La fede incide molto. Perché è vero che siamo in pochi e facciamo una grande fatica, però è anche vero che, continuando a lavorare, si riesce ad ottenere qualche risultato. Per esempio la campagna sui minori e la televisione iniziata qualche anni fa; dieci anni fa a Treviso è stata stesa la carta dei diritti dei minori da parte di un gruppo di giornalisti di cultura e tradizione cattolica; non si è trovata all’inizio una grande rispondenza; oggi si può dire che, malgrado vi siano ancora alcune fughe, il rispetto dei minori è diverso da quello che veniva fatto in termini commerciali alcuni anni fa. Ci sono poi altre iniziative con qualche continuità.
Come facciamo a scrivere? Ci sono mille modi ed occasioni per raccontare un fatto; è vero che esistono regole deontologiche; però i padroni dei giornali e televisioni non guardano in faccia a nessuno; il problema è vendere; le regole sono scritte, ma scarsamente applicate. Allora giocano i valori della nostra coscienza: i fatti come accadono realmente e non come si presuppone accadono o siano accaduti. Il linguaggio deve essere molto moderato. Le persone non possono essere citate, se non previa autorizzazione, i minori non devono essere citati. Questa è una grande fatica che si deve fare per il rispetto straordinario della persona e della verità. Quante volte si è verificato di leggere un fatto di cronaca locale e di riscontrare poi che esso non corrisponde assolutamente al vero. Che gli aggettivi usati non sono adatti. Questa è la consuetudine e la difficoltà. Siccome noi giornalisti cristiani siamo chiamati in questo momento a svolgere una funzione di tipo “pedagogico” perché leggendo i giornali, guardando la televisione si costruiscono le future generazioni, con questo livello di responsabilità e non trovando un livello diffuso nella categoria; si capiscono le difficoltà a difendere e mantenere inalterati i valori a cui noi crediamo. Tutto questo con gesti, atti, testimonianza che sono opera della fede che ci sorregge nel quotidiano.
Non so se nei prossimi anni avremo grandi margini di libertà di espressione, non so se quel che vedremo in TV o leggeremo sui giornali sarà frutto di un lavoro in blocco fatto in altra parte del mondo come accade per prodotti acquistati al supermercato locale e con la scritta “made in china o da altre parti del mondo”. Pensate che non sia così con le informazioni e nei processi di formazione delle coscienze? Contrariamente a prima quando i padroni dei giornali erano persone con almeno conoscenze specifiche, oggi i padroni dei giornali sono soprattutto finanziarie e tra un po’ saranno gruppi mondiali che daranno informazioni a tutti. Con quali criteri, rispetto per la verità, ecc…? Allo stato attuale si è pieni di incertezze al riguardo. Oggi tra la Germania e la Francia vivono i più grandi gruppi europei che producono informazioni (Giornali, radio, TV). Quel signore australiano che ha comprato la Pay TV è un grande magnate che compra e vende senza scrupolo o preoccupazione. Gardier e Betterman, i due gruppi francesi e tedeschi maggiori d’Europa hanno un fatturato cinque volte superiore a Mediaset e dieci volte alla Rizzoli. Immaginatevi voi se i gruppi italiani avranno la capacità di resistere a questi grandi magnati che arrivano.
Come sarà questo mondo della comunicazione? Le notizie saranno costruite altrove, filtrate da una, dieci, venti mani sicuramente lontane dagli occhi dei testimoni dei fatti, le trasmissioni avverranno attraverso sistemi satellitari e con tecnologie molto sofisticate; in casa avremo un unico strumento che ci darà immagini, audio, informazioni, stampare quel che vogliamo, ordinare frutta e verdura con il pericolo reale di venir espropriati degli elementi di base della nostra vita quotidiana.
Quando cerco di coniugare fede e quotidiano, facendo i conti a fine giornata, mi rendo conto di essere in debito; lo stesso, facendo i conti nella realtà in cui vivo anche se non opero. La mia fede, la partecipazione a tutti i momenti esteriori ed interiori di manifestazione della fede sono sufficienti a colmare questo deficit quotidianamente verificato nella vita del singolo e del collettivo?
Durante il mio periodo all’”Eco di Bergamo” di cui il vescovo era proprietario, per decisione di lungimiranza spesso la sera venivano al giornale i seminaristi anche per prepararsi alle loro future terre di missione; questi non avevano minimamente la percezione delle sollecitazioni alle quale i laici venivano chiamati quotidianamente di fronte ai mille problemi della vita quotidiana, familiare e soprattutto nel mondo della comunicazione. Il rischio che oggi si corre è che, da un lato si stabiliscono le linee e dall’altro lato la realtà cammina su strade completamente diverse; occorre trovare un punto d’incontro che consenta una visione della realtà sistematica ed approfondita e di realizzare una riflessione su tutti i fatti che accadono e sulle esperienze quotidiane legati ai principi e valori, al valore della fede; questa ricerca deve essere moltiplicata perché le difficoltà che incontreremo metteranno a dura prova la nostra fede e le nostre convinzioni.