Crescere nella comunicazione della fede

L’incontro è iniziato con la preghiera sopra riportata accanto all’icona della Sacra Famiglia.

La testimonianza inizia con i due coniugi che parlano alternativamente della propria famiglia e dei quattro figli.

Caterina inizia citando la lettera del cardinale Dionigi Tettamanzi per l’anno pastorale 2007-2008 “Famiglia comunica la tua fede” sulla cui base sembra posare la vita familiare da lei testimoniata, là dove si prega il Signore perché renda capaci i genitori di essere rispettosi della fede dei figli e capaci di trasmettere loro il dono della fede vissuta. Questa lettera è la seconda del piano triennale diocesano, ove la prima, anno 2006-2007, era “Famiglia ascolta la Parola di Dio” e la prossima sarà: “Famiglia diventa anima del mondo”. Il filo conduttore delle tre lettere del Cardinale è la fede, maturata dall’ascolto della Parola di Dio, da trasmettere ai figli vivendola nella famiglia e divenendo strumenti del Signore.

Sullo sfondo della sala, una presentazione con brani biblici e del concilio Vaticano II.

Caterina esordisce testimoniando di essere contenta di avere fatta la mamma. Il marito ha avuto un incarico importante in una società; attualmente, ritirandosi gradualmente da tale incarico, si sta dedicando solo all’insegnamento universitario. I quattro figli:

·        Samuele 32 anni, apparentemente non credente; condivide le scelte sociali dei genitori. Prossimamente si sposerà.

·        Marta 31 anni, sposata dal 2007 con Alessandro.

·        Matteo 29 anni

·        Noemi 25 anni

Volendo consacrare i figli al Signore, i nomi sono tratti dalla Bibbia. Due dall’A.T.: Samuele, figlio domandato al Signore da Anna che soffriva perché fin’allora sterile e Noemi, splendida suocera di Rut; Noemi significa dolcezza mia e due dal N T.: Marta, sorella di Maria e Lazzaro nella cui casa Gesù si recava volentieri, Matteo il pubblicano divenuto apostolo ed evangelista.

Il cardinale nella lettera pastorale dello scorso anno si era molto soffermato sul brano evangelico delle nozze di Cana; guardando ai trentatré anni di matrimonio trascorsi, Caterina si rifà all’aiuto del Signore, similmente a quello esercitato nelle “nozze di Cana”, di fronte al niente sperimentato nella propria vita matrimoniale. Oltre che nei figli, anche nelle tante persone incontrate, hanno sempre cercato di vedere il volto di Gesù sia dentro casa, cercando di renderla accogliente, che fuori di casa.

Marco ora si alterna alla moglie chiedendosi da dove partire per essere autentici strumenti di trasmissione della fede verso i figli. Invita a lasciarsi guidare dal Vangelo, da Cana, luogo ove Gesù non solo manifesta la sua gloria nel momento della festa e della gioia; Cana è anche il luogo che Gesù sceglie per incontrare la famiglia così com’è nella sua vita concreta come si legge nel Vangelo di Giovanni. Gv 4,45-54:

Quando però giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero con gioia, poiché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme durante la festa; anch’essi, infatti, erano andati alla festa.

Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafarnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e lo pregò di scendere a guarire suo figlio poiché stava per morire. Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Ma il funzionario del re insistette: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli risponde: «Va, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino. Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». S’informò poi a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno la febbre lo ha lasciato». Il padre riconobbe che proprio in quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive» e credette lui con tutta la sua famiglia. Questo fu il secondo miracolo che Gesù fece tornando dalla Giudea in Galilea.

Dal brano evangelico appare che la fede ha il potere di ridare la vita e di restituire la gioia dell’esistenza. L’arcivescovo ci conduce a riflettere su ogni versetto del testo perché ogni parola non è mai stata scritta a caso come abbiamo imparato dalla lectio divina. In particolare siamo invitati a soffermarci sulla frase “credette lui con tutta la sua famiglia” sopra riportata in grassetto. Qui c’è il segreto di tutta la trasmissione della fede in famiglia. La famiglia credette perché il padre ha creduto. I nostri figli credono, domani piuttosto che oggi, più intensamente o meno intensamente, solo se noi abbiamo creduto perché la fede l’hanno vista con i loro occhi e sentita con il loro cuore. Ma questa “traditio fidei” non è un fatto automatico. In famiglia abbiamo quattro figli, tre sono credenti, praticanti, assidui e uno no. Eppure tutti hanno visto e sentito. Anche quello non praticante ha visto e sentito ciò che hanno visto e sentito i suoi fratelli. Noi non ci scoraggiamo, aspettiamo l’ora, quell’ora che appare due volte nel brano evangelico; quell’ora arriverà anche per Samuele; è lui il caso in questione. Perché questo accada, noi genitori dobbiamo credere ed essere vigilanti come le vergini con le lampade accese e attendere che l’ora scocchi, abbiamo la promessa che scoccherà. Qualche tempo fa questa speranza sembrava molto fievole ma ora questa ora sta arrivando mentre lui con la sua ragazza si sta preparando al matrimonio.

Questa esperienza noi l’abbiamo già vissuta con Alessandro, marito di Marta, nostro genero. Con Alessandro i primi passi sono iniziati senza preavviso quando con Marta hanno deciso di unire la loro vita davanti a Dio e davanti agli uomini.

Caterina prosegue: nel Vangelo si parla di “ore”. Il Signore nei nostri trentatre anni di matrimonio ha messo molte ore. Molte ore sono state perse. Altre no. Vogliamo parlare in particolare di due esperienze di famiglia nelle quali abbiamo colto quest’opportunità.

La prima esperienza è un affido avvenuto nel 1996 secondo la proposta del nostro gruppo familiare. Affido di un bambino, Andrea, entrato a far parte della nostra famiglia nel settembre 1996, decisione presa da tutta la famiglia essendo i figli già maturi, due all’università e due al liceo. Andrea è stato un fulmine a ciel sereno nella nostra casa, ben programmata perché, con quattro figli, le cose funzionino. Andrea invece veniva da un’esperienza senza regole. Per lui andare a letto alle 20.30 e mangiare a tavola non avevano senso. È stato molto faticoso. Abbiamo appurato che era soggetto a morbosi fobiche come scoperto in terapia con una psicologa. Dopo tre anni abbiamo chiesto che il bambino ci venisse adottato perché i problemi con la famiglia di origine si acuivano tutte le volte che tornava a casa. Però la cosa è continuata così fino a che, a quasi 13 anni, Andrea è tornato dalla sua mamma. Dopo un periodo in cui Andrea non si faceva più vedere, ha cominciato di nuovo a venirci a trovare, specialmente a Natale e a Pasqua.

In occasione del 30° del nostro matrimonio, stavamo preparando in casa una festa da condividere con tutti; ci sarebbero state la Messa nel pomeriggio e poi la cena con 60-70 persone. Quella mattina eravamo in fermento nelle preparazioni e aspettavamo Andrea. Invece è arrivata la telefonata della mamma che diceva che Andrea non poteva venire e che anzi non sarebbe più venuto perché nella notte aveva subito un incidente ed era morto. È stato un momento terribile. Abbiamo lasciato i ragazzi a casa a continuare i preparativi e siamo andati all’obitorio a riconoscere la salma, poiché la mamma non ne aveva il coraggio. La sera è stata celebrata la Messa con tutti i nostri amici e parenti vicini.

Guardando a ritroso, Andrea ci aveva molto preoccupato e fatto arrabbiare, ma aveva reso la nostra famiglia più unita, più forte e soprattutto a me, vice mamma, ha insegnato un po’ più di umiltà. Quando Andrea è entrato nella nostra casa, Caterina era convinta di trasformarlo come uno dei loro figli; ma la sua vicenda ha insegnato che l’amore gratuito è quello che conduce ad accogliere l’altro così com’è, non come lo vorresti. I rapporti con la mamma di Andrea non erano stati facili; al momento del funerale, la mamma, cui, con i parenti più stretti, era stata riservata la prima panca in chiesa, ci ha chiamati a casa ed ha voluto che sedessimo accanto a lei su tale panca perché, secondo lei, eravamo state le persone che avevano voluto più bene ad Andrea.

Quest’opportunità ci aveva dato il Signore; noi abbiamo cercato, nella misura che in quel momento capivamo, di fare del nostro meglio.

L’altra esperienza che ci ha reso molto uniti come famiglia, è l’esperienza africana. Con altre persone abbiamo fondato un’associazione per aiutare ms. Emilio Patriarca, nostro carissimo amico, vescovo in una poverissima diocesi, Monze, nello Zambia. Tutti i figli si sentono coinvolti in questa esperienza; alcuni di loro sono venuti più volte in Zambia con noi. Anche in Italia ci aiutano moltissimo, soprattutto nelle cose pratiche. Un amico di Matteo, neo padre, non credente, su insistenza dei genitori ha acconsentito al Battesimo della sua bambina, ma non ha voluto regali per la sua bambina chiedendo che il denaro per i regali fosse devoluto all’associazione. La poca fede vissuta in famiglia permette di raggiungere anche altre persone fuori di ogni previsione.

Prosegue Marco prendendo spunto dal Vangelo Lc 2, 39-40:

Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazareth. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui.

 

Specialmente da bambino io mi sono sorpreso a immaginare la vita di Gesù da bambino. La scarsità di notizie al riguardo del Vangelo è uno stimolo molto bello a esercitare la fantasia. Ognuno di noi si è fatto un’idea in proposito. Sappiamo che, al contrario della così detta vita pubblica di Gesù, Gesù bambino adolescente e giovane conduce una vita normalissima, tanto che non è raccontata. Anche in questo caso, come nel caso precedente della guarigione del figlio del funzionario del re, è richiamata l’esperienza delle nostre famiglie. La fede dei nostri figli si alimenta a volte con quelle che chiamiamo “le esperienze forti”, incontri con qualche persona di particolare carisma oppure del tempo vissuto in esperienze particolarmente evangeliche. Parlavamo dello Zambia; quanto è stato importante il soggiorno colà dei nostri figli facendo i muratori, gli imbianchini, aiutando questa diocesi a crescere; oppure anche esperienze di gioia o di dolore. Di là da queste esperienze forti, noi abbiamo sempre notato che la fede cresce soprattutto nella semplicità della vita di ogni giorno nella casa e nella famiglia, quando insieme si condividono piccole e grandi cose, le gioie, le sofferenze, i successi, le sconfitte, ma sempre in quella particolare unità che si vive all’interno di una famiglia, soprattutto se in essa si vive davvero una vita di fede. Non è facile in famiglia realizzare questo stile di vita, in controtendenza degli stili di vita proposti dai mass media, vita individualistica, ove solo si pensa al proprio successo. Però, dopo tanti anni di esperienza di pastorale in diocesi, ci si è resi conto che non solo è possibile costruire famiglie che vivano nell’unità all’interno di essa questa povertà di spirito di vita evangelica, ma queste famiglie sono molto di più di quelle che noi pensiamo. Queste famiglie non emergono, non hanno l’onore della cronaca. Anche noi, pur negli alti e nei bassi, abbiamo cercato di vivere questo stile in famiglia. Per Caterina ciò ha significato rinunciare ad avere un lavoro fuori di casa, anche se noi ci sentiamo molto fortunati di avercelo potuto permettere, non è dipeso solo da noi. Abbiamo anche cercato di condividere le scelte familiari con i nostri figli motivandole con l’aiuto della fede. Ciò è costato molta fatica. Anche con lo stare insieme alla vita nella scuola dei nostri figli; il tutto senza cedere a comodi compromessi nell’educazione. Nella crescita dei figli abbiamo imparato, specialmente con i due figli più grandi, Samuele e Marta, di mettere in conto tensioni anche gravi e dolorose, con il rischio di rompere il rapporto con il timore di non poterlo più ricostruire. Gli psicologi al riguardo affermano che questi sono momenti di crescita naturale, sono indispensabili; per noi essi sono stati solo momenti di grande dolore e sofferenza. Possiamo affermare che questi momenti, con il tempo, sono stati superati positivamente. Per Marta questo è avvenuto con il matrimonio. Al Signore abbiamo sempre chiesto umilmente assistenza e questo ci ha sempre concesso di essere uniti tra noi due. Quest’unità profonda tra noi due è stata una grande testimonianza e una trasmissione di fede.

Oggi stiamo vivendo questo momento doloroso e ancor più duro con il terzo figlio, Matteo. Ci chiediamo: «Succederà anche a Noemi, che finora ha avuto una vita di fede equilibrata e armoniosa»?

L’arcivescovo ci invita ancora a riflettere su un brano dell’evangelista Luca. Lc 2, 40-52:

I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero le sue parole.

Partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Di fronte a questo brano, noi ci siamo sempre sentiti richiamare sul tema della libertà dei figli. Abbiamo negli occhi Matteo, che, da un lato è quello che con più decisione ci è più vicino portando avanti i grandi ideali. È laureato in giurisprudenza; da anni si occupa di diritti umani; ha trascorso un anno in Etiopia con i carcerati delle carceri etiopi che sono uno scandalo; si occupa dei ragazzi di strada e ora segue i rifugiati politici quando arrivano all’aeroporto di Malpensa. Pur essendo a noi così vicino con i grandi ideali, egli è proprio quello con cui il rapporto è più difficile. Questa pagina che cosa ci fa nascere? Maria e Giuseppe cercano Gesù per tre giorni. Trovatolo, ci aspetteremmo che Maria e Giuseppe facciano una bella sgridata a Gesù. Invece la situazione si capovolge; sembrerebbe che sia Gesù a essere risentito e seccato che i genitori lo abbiano cercato tanto; Lui dice che deve occuparsi delle cose del Padre suo.

Anche noi proviamo una situazione analoga, non capiamo; anche nel Vangelo si dice: “Non compresero il significato di queste parole”, però le accettano. Anche noi, spesso con fatica, cerchiamo di accettarle perché anche in quest’accettazione si trasmette la fede. Sappiamo che dentro queste preoccupazioni che fa nascere tuo figlio, c’è Gesù che fa un dialogo con lui, prima ancora del dialogo con il genitore; ed io devo riuscire ad inserirmi in questo dialogo, senza sovrappormi, senza credermi l’attore unico della situazione. La frase centrale: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” ci fa chiedere che comportamento avere in queste situazioni. Anche se noi genitori sosteniamo il contrario, abbiamo invece in mente un percorso ben definito per i nostri figli e facciamo fatica ad accettare che le cose vadano diversamente. Questo può anche essere un segno di amore, ma siamo sicuri che le nostre idee coincidano “con le cose che riguardano il Padre Celeste?” Però facciamo anche presente ai nostri figli che non è sempre così in linea con le cose di Gesù occuparsi delle cose che a loro sembrano giuste. Noi dobbiamo tendere con i nostri figli a capire che cosa il Signore chiede a loro. Come uscire da queste difficoltà e contrasti anche aspri? L’arcivescovo ci indica con la sua pacatezza di sempre la strada: «Aspettate con pazienza e con fiducia, perché il Signore vede lontano, non abbandona mai i suoi figli». Occorre, per genitori e figli, un atteggiamento di umiltà e di andare insieme incontro al Signore, porci insieme sotto il suo sguardo e chiedere a Lui, che è la sapienza, l’amore, la misericordia, quale strada imboccare insieme.

Questa esperienza, oltre che con Matteo ora, l’abbiamo vissuta con Marta: ci era sembrato che lei e il fidanzato stessero impostando il loro rapporto chiudendosi agli altri; al riguardo abbiamo avuto la grazia del Signore di poterne parlare con calma, pregandoci insieme, anche. Però il coraggio di aver fatto questo percorso è stato premiato; Caterina ed io siamo cresciuti riconoscendo nell’entusiasmo che vedevamo in Marta la nostra esperienza di fidanzati. Ed anche Marta si è portata verso l’apertura agli altri giungendo al matrimonio celebrato in chiesa lo scorso anno.

Caterina prosegue. Ritorniamo ancora a Cana, non per il nostro matrimonio, ma per quello di Marta e Alessandro. In “Evangeli Nuntiandi, 71” di Paolo VI si afferma:

… nell’intimo di una famiglia, tutti i componenti evangelizzano e sono evangelizzati. I genitori non soltanto comunicano ai figli il Vangelo, ma possono ricevere da loro lo stesso Vangelo vissuto …

È quanto noi abbiamo ricevuto da Alessandro su cui avevamo perplessità perché proveniva da un mondo antitetico al nostro e sembrava “che questo matrimonio non s’aveva da fare”. Alessandro, non praticante, ha mostrato grandissima serietà a prepararsi al Sacramento e la grandissima maturità ad assumersi nuove grandi responsabilità. Questo ci ha fatto vedere in Marta una grande fede che prima non avevamo capito e che ci ha condotto ad allargare i nostri cuori e accogliere, senza retorica, Alessandro come il nostro quinto figlio.

Tornando a Cana, ora sembra che anche Samuele stia tornado alla fede, anche se c’è già in lui quella fede implicita testimoniata dall’affetto come figlio.

Concludiamo con l’augurio dell’arcivescovo che sentiamo nostro. “Davvero possa diventare Gesù l’interlocutore costante dei genitori in riferimento ai figli” e noi possiamo aggiungere: “E dei figli in riferimento ai genitori”.

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