EUCARISTIA E CHIESA

Don Alberto Cozzi   Somma Lombardo  21/02/2005

 

Che cosa hanno in comune questi due termini? La risposta è di una teologia tradizionale: rimandano ad una realtà sacramentale; il termine “realtà sacramentale” piuttosto che “sacramento” è volutamente sfumato. Chiesa ed Eucaristia indicano una realtà sacramentale. Per sacramento intendiamo che essi sono «segno e strumento dell’intima unione di Dio con l’uomo e dell’unità del genere umano». Sono due figure di comunione, una verticale, di Dio con l’uomo ed una orizzontale rivolta agli altri, una forma di comunione che è nella Chiesa. Lo sono però diversamente: l’Eucaristia al modo della ripresentazione (demonstratio, cioè mostra, manifesta, attualizza) dell’avvenimento fondatore di tale unità-comunione, la Chiesa al modo del frutto e del contesto di questa comunione che per noi cristiani è la Pasqua di Gesù ed in particolare la sua anticipazione nell’ultima cena. La Chiesa è sacramento di questa unità al modo del frutto e del contesto di questa comunione. (ove koinonìa-communio indica proprio la comunione creata dalla partecipazione ad una stessa realtà).

 

Eppure per lungo tempo si é smarrita la connessione dei due elementi:

 

  1. Sul versante dell’Eucaristia:

Dal Concilio Vaticano II si è cambiato il modo di celebrare, la lingua, il modo di chiamare alcune esperienze eucaristiche e da lì i fedeli percepirono che nella Chiesa si muove qualcosa. Però il nesso Chiesa-Eucaristia non è sempre chiaro. Perché? Quale comprensione dell’Eucaristia ha un po’ bloccato il suo rapporto con la Chiesa?

Si propone una spiegazione classica che potrebbe far storcere il naso ad alcuni teologi, in quanto essa era in uso dal medioevo fino al Vaticano II; però essa ha un suo valore di chiarezza; in questa teologia si distingueva di ogni segno sacramentale un triplice livello.

 

  1.  
    • sacramentum (il segno): pane e vino – parole del Signore Gesù. (A seconda del sacramento l’acqua, l’imposizione delle mani, … questo è un segno importante perché esso significa il dono che Dio vuole donare).

L’Eucaristia non è una “cosa”, è un “gesto” di Gesù perché ce ne lasciamo coinvolgere; è il gesto di Gesù che è ripetuto dalla Chiesa perché ce ne lasciamo trascinare. L’Eucaristia è anche un passaggio di Gesù al Padre (nel senso della Pasqua); per i discepoli, un passaggio da una certa forma di vita ad un’altra forma di vita.

 

  1.  
    • sacramentum et res (il primo effetto) la presenza reale del Signore che si attualizza attraverso il suo gesto pasquale (dono e consegna di sé ai suoi avversari, nemici ed ultimamente al Padre). Questa consegna ha una figura di dono.

 

(Per un altro sacramento, se sei immerso nell’acqua, hai già l’intuizione che sei lavato, purificato).

 

  1.  
    • res tantum (la grazia): il corpo mistico creato dal dono di Cristo che ci raggiunge. La grazia che ci dona questo sacramento ha subito tante interpretazioni sfuocate: celebro quelle parole in relazione a quei segni e si attualizza il gesto pasquale di Gesù per rendermi più santo, per unirmi a Lui. Questo significa che vado a Messa un po’ di nascosto, mi siedo all’ultima panca, metto tutta la mia intenzione di fede, mi sento unito al Signore e torno a casa mia con la mia grazia santificante avuta? Questo è il senso del sacramento?

Sotto molti aspetti è indiscutibile che c’è la grazia santificante, ma ciò è sufficiente ed è il senso profondo del sacramento? Sant’Agostino e tanti teologi medioevali avrebbero sottoscritto che vi è la grazia. L’effetto del sacramento non è che divento più buono, ma che il corpo mistico creato dal sacramento ci raggiunge. “Corpo mistico” significa che l’effetto del sacramento è di “congregare, convocare, tendere ad appartenere al corpo di Cristo”. L’effetto del sacramento è una comunione di una comunità creata dalla partecipazione a qualcosa di comune. La grazia di Gesù non crea solo una grazia per me da portare a casa, ma crea anche un corpo mistico a cui sono chiamato a partecipare.

Le due letture danno una diversa interpretazione del rapporto tra l’Eucaristia e la Chiesa. C’è una lettura un po’ privata con una sua certa pertinenza che non chiama in gioco la Chiesa ed una lettura più coinvolgente nel corpo mistico che mette in gioco la Chiesa.

Una signora una volta mi diceva: «don Alberto, che vengo a fare in parrocchia? A fare pettegolezzo sugli altri ed a fare i peccati? Sto a casa mia, non do fastidio a nessuno, non offendo nessuno e la grazia di Dio giova di più.» Io non sono riuscito a rispondere che così: «Però lei deve anche misurare la sua affettività!». È vero che bisogna evitare un tipo di coinvolgimento sbagliato nella Chiesa, ma è anche vero che l’effetto della grazia si mette in gioco in un amore reciproco che va misurato nella collettività. È vero che uno si sente buono perché non frequenta nessuno, non fa male a nessuno, non deve perdonare nessuno, ma così siamo buoni tutti! C’è invece una grande fatica nella Chiesa che è quella di essere assimilati al corpo di Cristo e verificare nella fatica, anche di collaborare su cose buone litigando tra di noi e verificare quanto questa assimilazione al corpo di Cristo è l’inizio di un amore nuovo in noi.

Un altro esempio. Un missionario di Rho in missione a Mariano Comense fece del sano terrorismo invitando a scambiarci il segno della pace durante la Messa e spiegando che se ci si scambiava il segno della pace tra due partecipanti, esso comunque si comunicava a tutti, anche a quelli là in fondo alla chiesa, perché nell’unico corpo di Cristo si trasmette la pace che Lui ci dona. Alla fine della messa una ragazza mi si rivolge dicendo: «don, non ho fatto la Comunione». «Perché non hai fatto la comunione, Cristina?» «Perché mi sentivo un’ipocrita perché io mi siedo su questa panca della messa per stare lontano da quelli là che non posso vedere». Ci sono alcuni che evitano l’assemblea eucaristica, non perché afflitti da peccati gravi, ma perché ivi ci sono persone che loro non vogliono vedere.

Da questo punto di vista sarebbe interessante pensare il rapporto tra Eucaristia e Chiesa per percepirvi fino in fondo qual è il dono di Gesù e la sfida che lì è in gioco.

Nella prima lettera ai Corinzi si afferma di “non mangiare indegnamente il Corpo del Signore e ciò si applica soprattutto alla comunione ecclesiale, alle divisioni; chi mangia del Corpo del Signore in regime di divisione, di giudizio del fratello, di umiliazione del povero, mangia e beve la propria condanna. Questa parola esigente dice bene il nesso tra Eucaristia e Chiesa a livello del Corpo di Cristo che è in gioco.

 

Tre interpretazioni dell’Eucaristia

Sono tre provocazioni per aiutare ad indicare il rapporto tra Eucaristia e Chiesa. Sono tre interpretazioni di grandi maestri della fede, ma con accenti diversi.

 

  • A. «Mediante la fede imprimiamo la visione delle realtà celesti nella nostra mente nel mentre riflettiamo che Cristo – il quale é in cielo, é morto, é risorto é asceso in cielo per noi – viene sacrificato anche ora per mezzo dei simboli; perciò, nel mentre con fede contempliamo con i nostri occhi le azioni rimemorative ora compiute, siamo indotti a vedere che egli ancora muore, risorge e ascende al cielo» (Teodoro di Mopsuestia, Omelia catech., 15,20).

Questo padre della chiesa ha una lettura simbolica dell’Eucaristia. I segni dell’Eucaristia ripresentano la vita di Gesù perché ce lasciamo coinvolgere. L’Eucaristia è un’immagine che contiene una realtà. Solo poi nel medioevo si intuirà: «È un’immagine ed allora non è la realtà». Invece per questo padre le due cose andavano insieme: «È un’immagine che contiene una realtà». L’immagine è un insieme di segni che rendono visibile per noi il Signore che si dona, muore, ascende al cielo, è alla destra del Padre per pregare a nostro favore. Nella ripetizione di queste immagini, questi segni, si imprime la nostra attenzione sulla realtà celeste. Nell’Eucaristia c’è l’azione di alcune, immagini, segni, che rendono presente una realtà celeste.

In altre parole, perché è importante l’Eucaristia? Perché non si deve immaginare con la fede una realtà celeste, ma con la fede si riconosce una realtà celeste che agisce adesso, che rende presente, che si attualizza. Eucaristia è sfida di un’attualizzazione. Applicato alla Chiesa, essa è l’attualizzazione di un amore come quello di Gesù. Se non adesso e qui, dove, quando e perché? Questa istanza della nostra fede è notevole; fede non è credere nell’invisibile, è riconoscere il Signore attraverso dei segni che provocano e danno da pensare mentre trasformano la vita.

Questa è almeno l’interpretazione della fede di Giovanni evangelista; Gesù, dopo aver sfamato la folla dice: «voi non mi cercate perché avete visto i segni; mi cercate perché vi siete saziati.» Saziarsi significa soddisfare certi bisogni; vedere i segni significa entrare in una nuova logica. Vedere un gesto che dice altro è un gesto ulteriore a quello che si vede. Applicato a noi che facciamo qualcosa, vederci fare non per consuetudine, convenienza, ma perché si crede in Dio. Vedere un segno che rimanda ad un di più, ad una realtà celeste, ad un dono dello Spirito, ad una memoria di Gesù è una spiegazione sufficiente di un comportamento inusuale. L’Eucaristia, ad un livello minimo è questo.

Una volta un medico mi diceva: «don Alberto, perché tirate lì quella gente che si deve alzare e sedere a comando?» Che strana visione della Messa, superficiale, materialista! Non riesce ad intuire l’intenzionalità di un segno che dice la convergenza di un popolo attraverso segni su qualcosa di più grande!

 

  • B. Prima della consacrazione c’e solo il pane. Ma non appena si sono pronunciate le parole di Cristo, esso diventa il corpo di Cristo… Similmente prima delle parole di Cristo il calice e pieno di vino e di acqua. Ma non appena le parole di Cristo hanno operato, la c’e il sangue che redime il popolo» (Ambrogio, De Sacram., 4,23); «Lo stesso Signore Gesù proclama: Questo e il mio corpo… e tu dici “Amen”, cioè “E’ vero”» (Ambrogio, De Myst., 54).

 

Il nostro Sant’Ambrogio era molto più realista e concreto, con i piedi per terra. Ambrogio non è colpito dai segni dell’Eucaristia che indicano una realtà celeste, bensì dalla potenza creatrice della parola di Gesù. Il cuore dell’Eucaristia è la percezione di aver ascoltato una parola di Gesù talmente trasformatrice che quel pane è il suo corpo e quel vino è il suo sangue donati per noi.

Non: «questa parola è così difficile da applicare?» ma «questa parola che potere di trasformazione della mia vita, dei miei rapporti vuole avere?» Essa vuole avere un rapporto di trasformazione come quello che trasforma il pane ed il vino in corpo e sangue di Gesù. Direbbe sant’Ambrogio: il rapporto tra Eucaristia e Chiesa è un rapporto simmetrico di analogia; come la parola di Gesù trasforma il pane ed il vino, così quella Parola, se l’accogli sul serio nella vita, trasforma la tua vita e le tue relazioni.

L’Eucaristia sta alla Chiesa come un potere di trasformazione sul pane ed il vino che si verifica anche nella nostra vita con la stessa forza di trasformazione. Allora si accede all’Eucaristia ascoltando la parola di Gesù e chiedendo: «Signore, io sono abbastanza docile sì che Tu possa operare quella trasformazione in me che operi sul pane ed il vino?» Questa lettura è vicina alla mentalità ortodossa, per cui il pane ed il vino sono proprio l’umanità trasfigurata da Gesù che ci vuole creare le energie che trasfigurano, per intenderci, la luce del monte Tabor che ha reso così luminosa la faccia di Gesù. Mangiare degnamente dell’Eucaristia significa partecipare di queste energie e essere trasformati.

San Paolo ci ricorda che Mosè tornava trasfigurato dalla presenza di Dio e si metteva il velo per nascondere tale segno che poi spariva, noi invece, a viso scoperto, trasfigurati dallo Spirito di gloria in gloria ad immagine del Figlio, vogliamo far vedere la potenza della nostra fede. Eucaristia, cioè potenza trasformatrice della parola di Gesù che si attualizza in noi. Eucaristia, da questo punto di vista, è provocazione per la Chiesa. La Chiesa è davvero testimone di questa potenza trasformatrice? Oppure si può passare tutta la vita andando a Messa senza mai avvertirla?

Il dr. Moroni sentì due donne alla messa feriale che dicevano: «hai sentito quella là? Che brutta malattia! Se viene a me, voglio morire il giorno dopo!» Che strano modo di leggere la speranza del Vangelo, di porre condizioni all’azione del Signore! Queste donne stanno andando a messa a celebrare un potere che dice qualcosa di nuovo della vita e poi ritornano ad una logica di paura e dicono: «no, no. Se tocca a me, voglio morire».

Questa provocazione indica che bisogna mantenete il nesso tra il potere trasformante celebrato e quello testimoniato.

Sotto l’apparenza di quelle specie trasformate c’è la presenza del Signore. Trasferito alla Chiesa, sotto l’apparenza di quei gesti insignificanti c’è una carità capace di trasformare.

 

  • C. Se vuoi comprendere il mistero del corpo di Cristo, ascolta l’apostolo che dice ai fedeli: “Voi siete il corpo di Cristo”. Se voi dunque siete il corpo di Cristo… sulla mensa del Signore e deposto il mistero che siete voi: ricevete il mistero che siete. A ciò che siete rispondete: Amen. Sii membro del corpo di Cristo, affinché sia veritiero il tuo Amem» (Agostino, Sermo 272).

 

Agostino si chiede: «Il Corpo di Cristo è in cielo glorioso. Come fa questo Corpo di Cristo ad essere presente in tutte le eucaristie in modo vero, reale e nuovo?» E risponde: «Se vuoi comprendere il mistero del corpo di Cristo, ascolta l’apostolo che dice ai fedeli: “voi siete il Corpo di Cristo? Se dunque voi siete il corpo di Cristo, sulla mensa del Signore è deposto il mistero che siete voi. Ricevete il mistero che siete! A ciò che siete rispondete Amen! Sii membro del corpo di Cristo affinché sia veritiero il tuo Amen!». Agostino dice che l’Eucaristia è un’appartenenza tale al Signore che noi diventiamo suo Corpo. L’Eucaristia è un pane che tu non trasformi nel tuo corpo, ma è un pane che trasforma il tuo corpo. S’inverte il metabolismo: lo mangi non per assimilarlo a te, ma lo mangi perché ti assimili a sé. Cioè, dice Agostino, l’Eucaristia pone il problema del corpo di Cristo. Ma questo problema è un falso problema. Questo pane che ti viene dato ti assimila al corpo di Cristo e quando si parla di questo corpo si parla di voi. Il problema è invece “come posso dire di sì a questo corpo di Cristo e lasciarmi trasformare dall’Eucaristia nel corpo di Cristo. L’Eucaristia fa quel corpo di Cristo assimilandoci all’umanità di Gesù. C’è una logica di ciclicità dell’Eucaristia: la fame è un bisogno che si ripete ciclicamente; l’Eucaristia è una assimilazione a Cristo che si ripete ciclicamente. C’è un bisogno che, rinnovandosi, ci riporta  almeno settimanalmente, per lasciarci assimilare al corpo di Cristo.

 

  1. Sui versante della Chiesa: difficoltà di percezione della realtà che c’e in gioco (popolo di Dio, corpo di Cristo, tempio dello Spirito).

Questa certezze passano dal Vaticano II: la Chiesa rimanda alla Trinità.

 

  1.  
    • Una percezione sbiadita della Chiesa ed il rischio di riduzionismi. Cioè il pensare: “la Chiesa sono i preti, qualche parroco, il papa, padre Pio, madre Teresa”. La Chiesa va male perché i preti non sono tanto attraenti. La Chiesa va male o va bene a seconda dell’indice di gradimento delle telenovela sul papa, su padre Pio, su madre Teresa, ecc… Allora l’Eucaristia diventerebbe un dono del Signore affinché i preti siano più buoni, celebrassero meglio, perché il papa duri ancora cent’anni, … questa è una visione clericale della Chiesa. Dovrebbe essere invece: “noi siamo la Chiesa.”

 

  1.  
    • Una considerazione critico-polemica e la fatica a leggere il segno. Cioè la Chiesa dice tante belle cose, ma la Chiesa concreta è una delusione continua. C’è un movimento che attraversa i popoli tedeschi “Wir sind Kirche – Noi siamo Chiesa” che ha uno sguardo molto polemico sulla Chiesa, soprattutto gerarchica che affermano “questi fanno la teoria che tutti siamo popolo che andiamo all’assemblea e poi cominciano a dire che i divorziati risposati non possono, quelli è meglio che non vengano, quegli altri non possono comunicarsi, quegli altri sono un problema, ed allora, dov’è il popolo di Dio? L’Eucaristia rimane un bene grande, un ideale difficile che, in realtà non ci raggiunge perché hanno posto troppo ostacoli.

 

Il problema è sulla percezione troppo critica e polemica riguardo alla Chiesa. Non si è riscoperto il potere liberante della fede.

 

  1.  
    • Una consapevolezza strutturata e il rischio della complessità-complicazione. La Chiesa appare come un organismo strutturato di commissioni e sottocommissioni, competenze, sottocompetenze dove uno avrebbe il suo ruolo; è un organismo bello; ma quando si pensa all’Eucaristia si fa fatica a percepire la semplicità di questo dono in quella complessità della vita della Chiesa. C’è il rischio di farci la vita troppo complicata nel pensare al rapporto tra Eucaristia e Chiesa. Emerge la necessità di semplificare lo sguardo a partire dall’intuizione dei segni dei tempi, rispetto ai quali si individua la missione a servizio della Chiesa. La Chiesa è andata in crisi, è diventata luogo di grandi litigi e contestazioni tutte le volte che si è sbiadita la percezione dei segni dei tempi e della missione della Chiesa rispetto a quei segni. Cioè è mancata la percezione “di qual è il Kairos, la grazia di Dio, in questa stagione che stiamo vivendo. Rispetto a questa grazia di Dio in questo tempo qual è la missione ed il servizio della Chiesa? Tutte le volte che c’è stata una forte intuizione della chiamata di Dio in un determinato tempo c’è stata anche una grande mobilitazione. Pensiamo al periodo delle grandi mobilitazioni internazionali, al periodo dell’800 delle grandi congregazioni religiose, sostegno all’umanità più o meno lacerata dalla grande rivoluzione industriale, con la fondazione di ospedali, di cooperative antiusura, pensiamo al rapporto tra intuizione di una missione universale, dono di Dio depositato nella storia e identificazione della missione della Chiesa.

È pericoloso dire che la Chiesa trasmette se stessa, nel senso che fa catechismo per far andare in chiesa. Il Vaticano II aveva l’intuizione di una missione: “noi vescovi radunati percepiamo che la famiglia umana converge verso una umanizzazione, una grande famiglia di uomini ed intuiamo come vescovi che la Chiesa è segno e strumento di questa unità del genere umano che diventa segno di una nuova comunione con Dio.” Dopo la crisi delle ideologie, il crollo del muro di Berlino, l’uomo occidentale ha detto: “non è vero che l’umanità deve convergere verso un unico luogo, l’umanità è plurale; ha tante esperienze dell’umano quante sono le religioni; la Chiesa non ci deve attirare tutti nell’unico gregge – l’immagine del gregge dà molto fastidio agli uomini di cultura, un gregge come insieme di pecoroni unificati – ma deve aiutarci a dialogare con tutti, a sciogliere i rapporti con gli altri, a renderci capaci di una comunicazione nuova. Nel 1991 Giovanni Paolo II con l’enciclica Redemptoris missio fa rispondere a questa istanza: “attenzione è una istanza vera, ma non dobbiamo disperderci.”

C’è una comprensione della Chiesa che deve essere unificata, resa concreta dall’intuizione di una grazia che Dio ha messo nel nostro cuore. Noi facciamo chiesa per servire questa grazia, per aiutare l’azione di Dio nel nostro tempo. Il problema non è “la Chiesa è vecchia, antica, deve aggiornarsi, essere più propositiva, andare di più in televisione.” La vera domanda è: “che percezione abbiamo del nostro tempo e di questa sfida per cui, diventando chiesa, collaboriamo con questa grazia.” Anche l’Eucaristia acquisterebbe la sua visibilità e la sua importanza come gesto sintetico.

 

Emerge la necessita di semplificare lo sguardo a partire dall’intuizione dei segni dei tempi rispetto ai quali si individua la missione e il servizio della Chiesa:

 

«E siccome la Chiesa é in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unita di tutto il genere umano. ..(il Concilio) intende con maggior chiarezza illustrare ai suoi fedeli e al mondo intero la sua natura e la sua missione universale» (Lumen Gentium 1).

 

 

 

GIOVANNI PAOLO II, Ecclesia de Eucaristia, 17 aprile 2003

 

«La Chiesa vive dell’Eucaristia. Questa verità non esprime soltanto un’esperienza quotidiana di fede, ma racchiude in sintesi il nucleo del mistero del1a Chiesa. Con gioia essa sperimenta in molteplici forme il continuo avverarsi del1a promessa: “Ecco, io sono con voi fino alla fine del mondo” (Mt 28,20); ma nel1a sacra Eucaristia, per la conversione del pane e del vino nel corpo e nel sangue del Signore, essa gioisce di questa presenza con un’intensità unica…Giustamente il concilio Vaticano II ha proclamato che il sacrificio eucaristico e “fonte e apice di tutta la vita cristiana” (Lumen Gentium 11). “Infatti, nel1a santissima Eucaristia é racchiuso tutto il bene spiritua1e del1a Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra pasqua e pane vivo che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, da vita agli uomini (Presbit. Ordinis 5)» (n.1 ).

 

Il papa sembra dire: “l’Eucaristia è ciò di cui la Chiesa vive;  se la Chiesa è l’insieme dei discepoli nostalgici della parola e della presenza di Gesù, l’Eucaristia è il vertice, è ciò di cui la Chiesa vive perché è quella presenza di Gesù che riempie il desiderio. L’Eucaristia corrisponde ad una presenza di Gesù nella nostra storia.

 

«Dal mistero pasquale nasce la Chiesa. Proprio per questo l’Eucaristia, che del mistero pasquale è il sacramento per eccellenza, si pone al centro della vita ecclesiale».(n. 3)

«Questo pensiero ci porta a sentimenti di grande e grato stupore. c’e, nel1′evento pasquale e nel1′Eucaristia che lo attualizza nei secoli, una … capienza” davvero enorme, nel1a quale l’intero storia é contenuta, come destinataria della grazia del1a redenzione. Questo stupore deve invadere sempre la Chiesa raccolta nel1a celebrazione eucaristica….Questo… stupore eucaristico” desidero ridestare con la presente enciclica» (nn. 5-6).

L’Eucaristia è la sostanza del corpo e sangue del Signore sotto il pane ed il vino. Per gli antichi la “sostanza” non è una “cosina contenuta”, ma “un mistero che contiene tutto.” “Sub stare” è cosa che sta sotto il divenire del tempo. Quando gli antichi dicevano che l’anima è sostanza spirituale non dicevano che l’anima è una cosina invisibile nascosta in qualche parte del corpo, dicevano che la sostanza è quella totalità unificata della vita che sostiene il tuo io nel mutare dei tempi. Cioè la sostanza è ciò che contiene, non ciò che è contenuto. Dire che l’Eucaristia è la sostanza del corpo di Cristo è dire che l’Eucaristia è quella realtà che contiene tutti gli uomini della Chiesa e li ospita, li accoglie, li unifica. L’Eucaristia è un abbraccio universale perché raggiunge ogni uomo in ogni tempo. Dicono i teologi che quando celebriamo l’Eucaristia percepiamo il respiro della chiesa universale. Al di là delle dimensioni della nostra parrocchia siamo dilatati a questa sostanza che contiene. Visitando le parrocchie si trova la sostanza di Gesù che mi precede; una sostanza che unifica la storia delle nostre parrocchie e che si rinnova alla celebrazione dell’Eucaristia. Lo stupore è che quando mi sembra di afferrare questa Eucaristia, sono contenuto da lei. È un dono di Gesù che apre una grande capienza. La sostanza significa che la parrocchia è proprio il mistero di quella vita di disaggregazione e di riaggregazione, di rinnovamento ed è una grande sfida. Fare la storia della parrocchia è a volte utile per verificare la fedeltà di Dio che è sostanza, abbraccio, che include tante differenze ed a volte anche tante divisioni.

 

1. Mistero della fede: «La Chiesa ha ricevuto 1′Eucaristia da Cristo suo Signore non come un dono, pur prezioso fra tanti altri, ma come il dono per eccellenza, perché dono di se stesso, della sua persona nella sua santa umanità, nonché della sua opera di salvezza» (n. 11).

L’Eucaristia sta alla Chiesa come il grande dono rispetto al destinatario di questo dono. La Chiesa fedele comunica la percezione che l’Eucaristia è un dono.

Se non si sente questo dono ci sia almeno una forza affettiva che si fida di quelli che ti amano e si partecipa all’Eucaristia in attesa di sentire il dono.

 

2. L’Eucaristia edifica la Chiesa: «La celebrazione eucaristica é al centro del processo di crescita della Chiesa… La Chiesa si edifica mediante la comunione sacramenta1e col Figlio di Dio immolato per noi… Possiamo dire che non soltanto ciascuno di noi riceve Cristo, ma che anche Cristo riceve ciascuno di noi… Nella comunione eucaristica si realizza in modo sublime il dimorare l’uno nell’altro di Cristo e del discepolo: “Rimanete in me” (Gv 15,4). Unendosi a Cristo… il popolo della nuova alleanza diventa sacramento per 1′umanità… Con la comunione eucaristica la Chiesa é anche consolidata nella sua unità di corpo di Cristo. San Paolo si riferisce a questa efficacia unificante della partecipazione al banchetto eucaristico quando scrive ai Corinzi: “E il pane che noi spezziamo non é forse comunione col corpo di Cristo? Poiché c’e un solo pane noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo… Ai germi di disgregazione tra gli uomini, che l’esperienza quotidiana mostra tanto radicati nell’umanità a causa del peccato, si contrappone la forza generatrice di unità del corpo di Cristo. L’Eucaristia, costruendo la Chiesa, proprio per questo crea comunità tra gli uomini» (nn. 21-24).

Un parrocchiano mi ha detto: «don, piuttosto che venire a messa e guardare quelle persone e odiarle, preferisco non venire.» «Sbagli, perché tu devi mostrare che continui a venire a messa nella tua parrocchia, chiedi sinceramente perdono al Signore per quest’odio ed aspetti il momento che si riapra la porta di una relazione riuscita.» Rispetto alle forze disgregatrici dell’umano, l’Eucaristia diventa un’esigenza che comanda alcune disgregazioni e dice: “anche se psicologicamente adesso non ce la faccio, do credito al Signore.”

Non è cosa da poco percepire ciò. La Chiesa cresce per la forza aggregatrice dell’Eucaristia sentita come esigenza. Qui ci sono dinamiche di condivisione e di perdono sulle quali l’Eucaristia ci chiede di non fare sconti.

 

3. L’Eucaristia e la comunione ecclesiale: «La celebrazione dell’Eucaristia, però, non può essere il punto di avvio della comunione, che presuppone come esistente, per consolidarla e portarla a perfezione. Il sacramento esprime ta1e vincolo di comunione sia nella dimensione invisibile che, in Cristo, per l’azione dello Spirito ci lega al Padre e tra noi, sia nella dimensione visibile implicante la comunione nella dottrina degli apostoli, nei sacramenti e nell’ordine gerarchico» (n. 35).

 

Il papa si sta occupando del problema della “intercomunione.” In Italia non è un grande problema; in Germania è un problema di primo ordine: una ragazza cattolica sposa un ragazzo protestante; siccome sono bravi ragazzi che fanno? Vanno una volta alla cena protestante ed una volta alla messa cattolica. Continuando a fare così, il ragazzo protestante dice: «intanto la comunione la faccio anch’io e sulla distanza magari mi converto.» Il papa nel suo testo dice: «attenzione che l’Eucaristia non è solo un primo inizio di comunione, è già un dono totale di comunione a cui devo accedere pronto e coinvolto. Non posso improvvisare.» Ci sono vincoli visibili ed invisibili che realizzano la piena comunione. L’amore di Dio nella Chiesa non dice: “tutto è bello, tutto va bene così”, l’amore è una forza che pone un’esigenza grande fino a trovare nuovi modi di appartenenza al Signore.

L’Eucaristia, rispetto alla Chiesa, non è una cosa che “si butta là” perché va bene per tutti, siamo tutti amici; l’Eucaristia rimane un dono esigente che va coltivato. La fede chiede onestà con sé stessi, non compromessi veloci. Oggi il più grande nemico della fede è forse la fretta. Gli uomini chiedono servizi efficienti, veloci e non troppo complicati.

San Paolo (I Cor): “di fronte a questo dono (l’Eucaristia) ciascuno esamini se stesso.”

 

4. I/ decoro della celebrazione: «Come la donna dell’unzione di Betania, la Chiesa non ha temuto di “sprecare”, investendo il meglio delle sue risorse per esprimere il suo stupore adorante di fronte al dono incommensurabile dell’Eucaristia. Non meno dei primi discepoli incaricati di predisporre la grande sala, essa si é sentita spinta lungo i secoli e nell’avvicendarsi delle culture a celebrare l’Eucaristia in un contesto degno di cosi grande mistero» (n. 48).

 

Che cosa rende qualitativamente bella una celebrazione? La generosità fino allo spreco di chi vi partecipa. Non è un luogo dove si calcola, dove si conta il minimo, dove non ci si disturba troppo, dove non si deve esagerare.

Questo vale dalle cose minime, come il riscaldamento, alle più alte come la ministerialità, affinché essa sia ben celebrata.

Nel rito ambrosiano si entra nella settimana santa con l’unzione di Betania, con lo spreco del corpo di Gesù.

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