EUCARISTIA E PARROCCHIA

Don Franco Giulio Brambilla  Somma Lombardo  28/02/2005

 

Mi sono interessato dell’Eucaristia domenicale e del luogo ove questa si attua che è il territorio chiamato “parrocchia”. Ho scritto il volumetto “Celebrare e vivere il tempo del Signore” edizione Centro Ambrosiano, che appare senza indicazione dell’autore, su incarico del mio superiore. Mi sono occupato del tema alla fine di luglio 2004.

Il termine “dominicum” significa sia domenica che Eucaristia domenicale. Il logo del prossimo Congresso Eucaristico di Maggio a Bari: “Sine dominico esse non possumus” possiamo tradurla sia “senza domenica non possiamo vivere” sia “senza l’Eucaristia domenicale non posiamo vivere”. Essendo il soggetto plurale – non possiamo – si suppone che esso non sia la somma dei singoli, ma la comunità dei cristiani e cioè la parrocchia.

Nel 2.000, al Sinodo dei vescovi dell’Europa il nunzio apostolico in Turchia ricordò in assemblea questa frase che aveva ascoltato dall’ambasciatore turco, che si suppone sia islamico: “Noi con le vostre leggi democratiche vi penetreremo, con la forza della nostra religione vi vinceremo”. Questa rivelazione, essendo stata detta in un’assemblea pubblica e non in un ritrovo ove si mangiano pasticcini, ha suscitato un pandemonio nei mass media. Perché ho citato questa frase? Perché mi sono domandato qual è la forza della religione islamica, dove sta la sua forza e perché, a pari, la nostra religione non ha più questa forza. La forza della religione islamica sta nel fatto che essa tocca ancora il corpo, la vita quotidiana, le dinamiche d’ogni giorno. La nostra religione corre il rischio di non toccare più il corpo; è rimasto solo il baluardo della domenica, perdendo il quale noi correremmo il rischio di perdere anche l’ultima cosa che ci tocca lo spazio ed il tempo, dimensione nelle quali l’uomo e la donna vivono. Corpo significa che “incide sulla vita quotidiana”. La domenica rimane l’ultimo baluardo, abbandonando il quale, rendendolo intercambiabile con altre possibilità perderemmo anche l’ultima tessera di riconoscimento.

I tre punti che svolgo sono:

  1. Rapporto tra tempo libero e tempo della festa. Questo spazio della domenica nell’ambito del week-end ed intenderne la qualità, cioè che l’uomo moderno ha inventato il tempo libero ed ha eluso il tempo della festa. Che cos’è il tempo libero rispetto al tempo della festa, qual è la differenza? Un autore ebraico (Abram Jesua Eshel) del ’900 intitolato “Il sabato” ove si riflette il senso del sabato ebraico per la cultura occidentale. Dice a noi occidentali: per voi occidentali il sabato (la domenica per noi) è l’intervallo tra due fatiche. Si mette l’animale uomo a riposare (tempo libero) perché di lunedì torni a lavorare. Se questo foglio (che è la nostra vita) fosse scritto senza spazi bianchi, esso sarebbe illeggibile; abbiamo bisogno di mettere righe bianche tra una riga e l’altra, abbiamo bisogno di far raffreddare il motore per poi rimetterlo ancora a lavorare. Questo è il tempo libero, l’intervallo tra due fatiche.

Noi abbiamo nostalgia della festa; abbiamo bisogno di spiegarla in modo da percepirne il valore per la vita umana, il valore antropologico. Qual è la differenza tra festa e tempo libero: noi potremmo montare tutti i marchingegni per rendere la messa domenicale e la parrocchia più interessante, ma se non c’è questo salto di qualità, nulla accade.

Il tempo della festa è quello spazio e tempo ove l’uomo e la donna smettono di essere un soggetto che produce, che calcola, misura, trasforma, accumula, cioè smette d’essere soggetto di bisogni e, cambiando di passo diventi uomo e donna come soggetto di relazione, cioè di comunione. Se la messa della domenica è percepita nella coscienza del credente come un altro impegno tra gli altri impegni della settimana, si resta nella logica degli impegni. Se poi uno ne sente il bisogno, magari per non tradire l’aspettativa dei genitori, ed un altro non lo sente, si resta sempre nella stessa logica.

Una mamma una volta mi diceva: «don Franco, lei parla bene, ma vede, io ho tre figli maschi ed il quarto è mio marito, non posso venire a messa!» «Signora, nessuno più di lei deve sentire il bisogno di venire a messa!» «Non me lo dica, io il primo quarto d’ora mi distraggo, mi sono anche confessata dal mio parroco che mi ha anche sgridata!» «Dica al suo parroco che il primo quarto d’ora in chiesa si porta come il propinquario, ove si toglie tutto il pulviscolo della settimana, le preoccupazioni, la lavatrice; il primo quarto d’ora è fatto per lasciar decantare queste cose, finché, ad un certo punto, avviene che la signora possa dire: ti ringrazio Signore perché sono qui, non sono né una lavatrice, né una madre, né una sposa, ma una donna davanti a te.» Che si realizzi, cioè, il cambio di passo. Cambia la qualità con cui ascoltiamo la Parola di Dio, riceviamo l’Eucaristia, con cui facciamo tutte queste cose. Questo senso della festa è decisivo ed importante. L’uomo e la donna d’ogni tempo hanno sempre avuto bisogno di festa.

Perché il rapporto tra i giorni di lavoro ed i giorni di festa è di 6 : 1? Sei giorni di lavoro ed uno di festa? Perché basta un giorno solo per cambiare il passo? Se nel 2007 i grandi gruppi industriali si muovessero e venissero a dirvi: «guardate, per il lavoro siamo in crisi; è necessario che noi riusciamo a far funzionare tutti i macchinari di produzione a ritmo pieno; facciamo così: 10 giorni di lavoro e poi 5 giorni liberi.» Cinque giorni due volte il  mese farebbe molto tempo libero. C’è un piccolo particolare, che i cinque giorni del marito non corrisponderanno a quelli della moglie, ed i cinque giorni dei due nemmeno a quelli dei figli. Questa è la logica del tempo libero, con una dimensione prevalentemente individuale, come intervallo, interruzione della fatica, non di socializzazione, d’incontro, di staccare la spina come in quell’unico giorno in cui l’uomo e la donna sono coscienti del fatto di non essere l’asino che produce, ma il signore della vita e del creato, d’essere soggetti di comunione.

Tutto ciò è un rapporto diverso nei riguardi del tempo. C’è un tempo in cui l’uomo accumula, produce ed un tempo in cui l’uomo sacrifica, sciupa, getta via le cose: è il tempo della gratuità, è il tempo in cui bisogna perdere il tempo. Si deve entrare nell’ottica che c’è un modo di perdere tempo che non è tempo perso in modo che ognuno percepisca il significato di ciò per la sua vita.

Dicevo ai fidanzati: «mi raccomando, quando sarete sposati, non andate sempre la domenica a mangiare nella casa della mamma!» «E perché? In fondo noi ci andiamo già a mangiare tutte le sere! E poi la domenica è molto comodo, a casa resta tutto pulito!» «Tutte le sere vi cibate e la domenica pranzate! Dedicare il tempo, preparare per te, non mangiare in fretta, parlare.» Quando nascono i bambini non si può creare un clima mangiando da soli; il bambino respira se il clima è autentico.

Questo modo di vivere la festa, che la domenica – la festa ha poi anche altre forme durante l’anno, anche più condensate – è per definizione il tempo della gratuità ove si sacrificano risorse, energie semplicemente per “stare insieme all’altro” per fare in modo che in “un giorno” l’uomo dichiara che la vita la riceve in dono da Dio; dalla liturgia: «noi ti offriamo le cose che Tu ci hai dato e Tu, in cambio, donaci te stesso.» Questo non è uno scambio. Si scopre più facilmente tutto questo quando si è ammalati. Anche su uno ha lavorato tutta la vita e gli sembrava che il mondo lo faceva lui, si accorge che lui riusciva a fare tutto ciò perché aveva attaccato la spina a qualcosa di più importante.

Perché la misura della settimana è di sette giorni? Certo, sta scritto nella Bibbia, ma perché è scritto così nella Bibbia? È un fatto del ciclo lunare, 7 è ¼ del ciclo lunare ed anche mestruale.

Il rapporto con il tempo con la domenica è diverso, non è più il tempo dell’homo faber” che produce, ma è il tempo della gratuità. Con la gratuità l’altro si sente considerato, non perché soggetto di produzione, ma semplicemente per se stesso. È la forma massima della valorizzazione dell’altro. E questo fa parte di quella parte sotterranea dell’uomo che è l’esperienza profonda della vita delle persone di cui non c’è bisogno di spiegazioni, non è la parte che riguarda dalle sopracciglia in su.

Il tempo della gratuità ci dice che esso è l’unica cosa che sfida la morte. La morte è il tempo che passa e si va inesorabilmente verso il proprio finire. La domenica, alla festa, l’uomo in qualche modo non è schiavo del tempo, ma tiene in mano il tempo e lo tiene in mano nella forma della fiducia, dell’affidamento. E ciò è anche un anticipo della vita futura. Se non fosse così, abbiamo i due surrogati del nostro rapporto con il tempo, per il mondo giovanile e per le persone non più giovani. Quasi sono i riempitivi del nostro tempo che passa, con la vita che se ne va inesorabilmente? Avere tante cose da possedere ed avere tante cose da fare. Consumismo di cui oggi sono vittime prevalentemente i giovani ed il super-attivismo sono due forme di cosmesi, imbellettamento della morte (card. Martini su Vigilare). Mi riempio la vita di cose, così valgo, di cose da avere e di cose da fare. Chi avrebbe mai detto che la domenica, la festa ha a che fare direttamente con questo tema radicale? Nel tema della domenica ci giochiamo qualcosa d’importante.

  1. Guardiamo ora al gesto costitutivo della domenica. La domenica nasce con due nomi: Il primo giorno della settimana, come detto da ebrei con cui la settimana finisce con il sabato. Quello che sembra una semplice annotazione cronologica, è sovraccaricato teologicamente: è il giorno, cioè, che ricorda la risurrezione di Gesù. Non la ricorda come una memoria tipo IV Novembre, ma come una memoria che la rende presente. Oltre al ricordo della risurrezione, essa ci ricorda anche le apparizioni ed il dono dello Spirito santo. Tant’è vero che l’evangelista Giovanni ricorda, nel cap. 20, nel periodo di un solo giorno, risurrezione, annuncio della risurrezione, apparizione e dono dello Spirito. L’evangelista Luca distribuisce tutto ciò nello schema dei 40 + 10 giorni.

Abbiamo tre testi del N.T. che ci ricordano, non solo la risurrezione, ma anche il giorno del Signore.

  • A. Atti 20, 7 (in quel giorno la comunità si raduna per la frazione del pane e l’ascolto della Parola).
  • B. 1Corinti 16, 2 (in occasione dei saluti, Paolo, in partenza per Gerusalemme propone di raccogliere aiuti per quella chiesa in difficoltà). Paolo vuole fare la colletta nel giorno della domenica: abbiamo il terzo elemento, la carità

Ascolto della Parola, frazione del pane e carità sono i tre pilastri della domenica.

  • C. Apocalisse 1,10 (all’espressione legata al sabato ebraico “primo giorno della settimana” si sostituisce l’espressione “giorno del Signore”). In latino “dies dominicum”, cade la parola “dies” e rimane “dominicum” che significa sia Eucaristia sia giorno del Signore.

 

Ora due testi:

  • 1. Plinio il giovane negli anni 111-113 è governatore della Bitinia (attuale Turchia) e scrive all’imperatore per sapere il da farsi riguardo ai cristiani che ivi si trovavano: “sono soliti riunirsi in un giorno stabilito prima del sorgere del sole e cantare tra di loro in modo alternato un inno a Cristo come ad un Dio”. Sembra di sentire la prima comunità descritta negli Atti. Il fatto che i cristiani si riunissero prima del sorgere del sole è perché fino al terzo secolo la domenica era giorno di lavoro ed al sorgere del sole si andava a lavorare. Con Costantino la domenica diventerà giorno di riposo

Probabilmente i primi cristiani d’origine ebraica celebravano il giorno del Signore il sabato sera, in concomitanza della chiusura del sabato ebraico. Il sabato ebraico si celebra con una celebrazione d’apertura ed una di chiusura. Da notare che il sabato ebraico, come le altre feste, sono feste domestiche che sono celebrate in casa; l’aver tagliato il sabato ebraico significa aver portato tutte le celebrazioni in chiesa. Gli ebrei vanno anche al tempio, in sinagoga, ma le feste, Pasqua compresa, sono feste celebrate in casa; come si sa, quando la famiglia è piccola, ci si riunisce in più famiglie e si celebra con particolare risalto per i bambini. La stessa liturgia pasquale comincia con la domanda del bambino più piccolo “perché questa sera la carne è preparata in modo molto diverso?” Nella settimana delle capanne i bambini si mettono per una settimana sui balconi e terrazze ove piazzano tende e vivono fuori. Ancora nel canone ebraico di festa non si fa alcun lavoro, nemmeno lavare le stoviglie, occorre preparare tutto prima.

  • 2. Giustino (anni 135-145) apologista greco cristiano, dice: “Nel giorno detto del sole [anche oggi in inglese e tedesco si chiama così la domenica, Sunday e Sonntag] si fa l’adunanza [l'ecclesìa]. Tutti quelli che abitano in città od in campagna [in quel giorno] convergono nello stesso luogo e si leggono e le memorie degli apostoli e gli scritti dei profeti per quanto il tempo lo permette [poi dovevano recarsi al lavoro]. Poi, quando il lettore ha finito colui che presiede rivolge parole d’ammonimento e d’esortazione che incitano ad imitare gesti così belli. Quindi tutti insieme ci alziamo ed eleviamo preghiere [pregano in piedi la domenica] e, finito di pregare, viene recato pane, vino ed acqua. [Anche acqua perché allora il vino, molto alcolico, non veniva mai bevuto puro, ma diluito in acqua; ora noi abbiamo la spiegazione liturgica "l'acqua unita al vino sia segno della nostra unione alla vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana"] Allora colui che presiede formula la preghiera di lode e di ringraziamento con tutto il fervore ed il popolo acclama “Amen”. Infine a ciascuno dei presenti si distribuiscono e si partecipano gli elementi sui quali furono rese grazie [pane e vino con acqua] mentre i medesimi [pane e vino con acqua] sono mandati agli assenti per mano dei diaconi.”

 

Nota: perché oggi il sacerdote mette un frammento di ostia nel calice? Era il frammento dell’Eucaristia che l’arcidiacono portava dall’Eucaristia del vescovo in tutte le chiese della città. A Milano fino al XII secolo era così; i preti celebranti abitavano tutti insieme nel presbiterio ed uscivano poi insieme a celebrare le messe nella città; c’era l’idea della comunione; la messa non è proprietà privata. Oggi è rimasta solo la menzione del vescovo.

 

Applicazione della stessa carità di cui riferisce Giustino per oggi: visitare malati ed assenti impediti e portare l’Eucaristia a chi lo voglia.

Ancora, la celebrazione dell’Eucaristia con la comunione era per tutti i presenti, almeno fino al 1000 o forse 1300. Come è possibile? Anche gli antichi non erano tutti stinchi di santo. Noi ambrosiani abbiamo lo scambio della pace prima dell’offertorio; la formula antica era “pacem abete” che era un saluto fatto al gruppo dei penitenti e dei catecumeni che uscivano dalla chiesa dopo la preghiera dei fedeli perché non potevano comunicarsi; i penitenti perché dovevano fare pubblica penitenza secondo quanto stabilito. Essi dovevano partecipare alla celebrazione per l’ascolto della Parola.

“Alla fine coloro che hanno in abbondanza e lo vogliono, danno a loro piacimento tutto quanto credono. Ciò che viene raccolto è deposto presso colui che presiede; egli soccorre gli orfani e le vedove e coloro che, per malattia o per altra ragione sono nel bisogno [quindi anche coloro che sono in carcere ed i pellegrini che vengono da fuori].

Oggi penso che l’offerta, o elemosina della messa, dovrebbe avere una qualità diversa perché il segno dovrebbe essere parlante. C’è un testo folgorante del card. Martini in proposito: “dobbiamo ridare, soprattutto ai giovani, l’idea che l’eucaristia è un luogo di condivisione e che l’educazione all’elemosina è una forma di sobrietà …” dare l’idea che non c’è Eucaristia senza carità è fondamentale.

Altra cosa: in Germania tutti i vescovi hanno proposto che tutti bambini prima della Prima comunione vengano lo stesso alla comunione, se piccoli, portati in braccio, se sono grandicelli, davanti con la mano del papà, o mamma, od altri sulla sua spalla per segnalare che lui non può ricevere la Comunione e, prima che l’accompagnatore riceva la comunione, il bambino, come segno di accoglienza, venga segnato con il segno della croce sulla fronte.

Leggendo la tradizione antica, abbiamo già trovato segni importanti: l’Eucaristia ai malati e assenti, la carità visibile e diretta e poi l’accoglienza dei bambini.

 

Che proporre per noi? Esempio:

  • Riproporzionare di più la domenica; riqualificare i nostri gesti e la riqualificazione ove la qualità è inversamente proporzionale alla quantità. Orari delle messe. Rimuovere l’idea che la parrocchia sia una fornitrice di servizi religiosi, con orari e comodità delle messe il meglio possibile, quasi come fare il pieno di carburante. Ridare splendore ad almeno una messa (o due) come anticamente c’èra la messa cantata. Poter dire veramente che quell’Eucaristia fa la Chiesa. C’è poi chi si limita alla messa per avere il bollino od esempio alla messa delle 21.15 della domenica sera a Monza vicino a viale Zara (la messa dello sciatore) dove si entra con gli sci in mano tornado da Bormio. Questa messa non deve essere soppressa, ma celebrata bene. Altro esempio: una città non citata di 17.000 abitanti con 40 messe di valore festivo.
  • Pensare allo svolgersi delle domeniche, in rapporto alla parrocchia, non immaginando tutte le domeniche clonate, in fotocopia, ma rispettando l’anno liturgico che prevede che le domeniche non siano uguali. Non pensare alla domenica, ma allo sviluppo della domenica; per i sacerdoti, non preparare l’omelia, ma preparare la messa dentro il ciclo. L’anno prossimo ci sarà il vangelo di Marco, che essendo breve, c’è anche un inserimento di cinque domeniche (luglio-agosto) di Giovanni, per cui nelle cinque domeniche di Giovanni bisogna evitare possibili ripetizioni, essendo l’argomento simile. L’omelia deve suscitare la fede.
  • Provare, ogni due mesi, ogni trimestre, a prevedere una domenica intera con tutte le forme per far vivere una giornata di carattere diverso. Ho provato ad organizzare domeniche “arte e fede” con escursioni in pulmann con guida preparata e con esito soddisfacente.

 

Testi citati:

  • Celebrare e vivere il tempo del Signore  edizione Centro Ambrosiano
  • Il Sabato  di  Abram Jesua Eshel
  • La parrocchia oggi e domani  di Franco Giulio Brambilla  editore Cittadella Editrice

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