Prof. Eugenio Zucchetti docente di sociologia del lavoro all’Università Cattolica di Milano, distaccamento di Piacenza Somma Lombardo 07/03/2005
Prima parte
Mi chiedo: «Perché proprio io, che sono un laico, sono stato chiamato a parlare questa sera di Eucaristia, seppure un laico su quattro relatori. Questo fatto mi ha costretto a prepararmi perché l’argomento esula da quanto normalmente tratto. Tratto quest’argomento dal punto di vista di uno del pubblico.»
Società civile che cosa significa riguardo all’Eucaristia? Non si tratta unicamente dell’impegno sociale, politico e civile, ma anche semplicemente “l’Eucaristia e la vita quotidiana.” La vita quotidiana contiene la vita personale e la vita sociale, relazionale. In realtà l’Eucaristia e la vita fuori della messa intersecano l’argomento “Eucaristia e parrocchia” [argomento trattato da don Franco Giulio Brambilla il 28 Febbraio scorso] perché anche la vita in parrocchia è vita quotidiana; a meno che, ed è una provocazione, noi pensiamo alla vita in parrocchia come qualcosa di straordinario; cioè la parrocchia vista come lo straordinario della mia vita della settimana, non come cristianesimo ordinario. Dico questo perché dietro c’è un equivoco: l’idea che il cristiano fa il cristiano impegnato quando è in parrocchia, quindi quando fa un servizio liturgico, nei Gruppi di Ascolto, nell’Azione Cattolica, nella liturgia, nella Caritas. Il rischio è ritenere il cristiano tale quando, oltre la messa, s’impegna per “fare il laico impegnato”; allora sì che è un cristiano appieno. Dietro tutto questo c’è una schizofrenia molto pericolosa, non perché si fa Caritas, servizio liturgico, ecc…, ma perché s’impegna la nostra vita di cristiani in modo divaricante. Cioè da un lato c’è l’Eucaristia ed il mio impegno in parrocchia e dall’altro lato la mia vita quotidiana: il denaro, la sessualità, le relazioni, le amicizie, la professione, il lavoro, la vita politica ove tutto ciò c’entra, ma un po’ per suo conto. “Eucaristia e società civile” va visto in integrazione.
C’è anche il rischio di intersecazione con l’argomento “Eucaristia e carità” che sarà trattato il 14 Marzo prossimo. Come se questa si parlasse della vita come se dalla vita non contenesse la dimensione caritativa. Occorre quindi un’ottica di unitarietà di un argomento diviso in quattro incontri per motivo di complessità della questione.
Quindi si parlerà della vita del cristiano laico che vive il proprio cristianesimo con la partecipazione all’Eucaristia. La prima parte della meditazione: “Un duplice dinamismo”, cioè Eucaristia e vita e vita e Eucaristia. Eucaristia e vita che si richiamano a vicenda. Per fare ciò cerchiamo di rispondere a due domande: 1. Come arrivo alla messa. 2. Come esco dalla messa.
- Come arrivo alla messa? È il primo dinamismo; quando arrivo alla porta della chiesa ove si celebra l’Eucaristia domenicale o quotidiana.
- Preghiera. Posso arrivare alla messa senza aver mai o raramente pregato nella mia vita personale o familiare. Se questa è un’abitudine, essa è un primo segnale molto importante, ma negativo. Non è possibile celebrare bene l’Eucaristia se personalmente od in famiglia non so pregare. È un’illusione la preghiera esclusivamente comunitaria. Preghiera comunitaria e preghiera personale si richiamano molto strettamente tra loro. Con questo non si vuole fraintendere che l’Eucaristia sia una preghiera. È difficile per me celebrare autenticamente l’Eucaristia se non ho un’abitudine ed una pratica quotidiana alla preghiera; fuor di metafora del termine preghiera, se io non un’abitudine di relazione con Dio. L’Eucaristia ed il momento comunitario non sostituisce per nulla il rapporto con Dio che ho. Se credo di risolvere la questione, con un po’ di canti, un organo bello, una chitarra bella ed una “liturgia di qualità” sto sbagliando. È difficile celebrare com’unitariamente l’Eucaristia se i partecipanti vengono da un’esperienza povera di rapporti con Dio. Questa è la prima condizione della vita personale riguardo all’Eucaristia.
- Meditazione pregata della Parola di Dio. Posso arrivare alla messa senza aver mai praticato la predicazione pregata della Parola di Dio, cioè, senza avere familiarizzato con la Parola di Dio. Noi possiamo protestare contro l’omelia, contro la Parola di Dio ostica e difficile, ma se impariamo, come ci ha insegnato il card. Martini per ventidue anni, a praticare personalmente la Parola di Dio, almeno una volta la settimana è difficile che la parola di Dio domenicale ci dica qualcosa che non sia solo magari qualche consiglio moralistico da prendere al volo.
- Carità. Se giungo alla messa, a portare la mia offerta, e sono arrabbiato con il mio vicino, il mio parente, sono insensibile nei confronti degli altri, è difficile celebrare un mistero di amore con un animo duro e permeato di insensibilità, di freddezza.
- Distratto ed affogato dalle preoccupazioni quotidiane e lavorative. Affogato: perché oggi il lavoro significa eccesso di lavoro. Un po’ come quel seme caduto tra i rovi. Anche una bell’omelia può essere soffocata dalle troppe cose che albergano nel nostro cuore.
Come arrivo alla messa? Alla messa portiamo le nostre povertà e quindi iniziamo con l’atto penitenziale. È normale che portiamo la nostra povertà, ma è difficile che scocchi la scintilla se in qualche modo la messa non diventi anche un punto di “arrivo” e non solo di “partenza”. Quando vogliamo convertire un altro non dobbiamo semplicemente dirgli: «Vieni a Messa!» Quello è l’itinerario di un lungo cammino. Al catecumeno non tiravano dietro la messa! Perché l’ipotesi del card. Tettamanzi è invertire la Cresima con l’Eucaristia? L’Eucaristia è un sacramento della maturità; è un punto di arrivo. Ho trattato del “come arrivo a messa” non per sottolineare i nostri limiti, che dichiariamo nostra povertà con l’atto penitenziale, ma perché la messa è anche un punto di arrivo, non solo di partenza.
Quando si va a celebrare la messa, non si va a bere un bicchiere d’acqua. Si va per fare una cosa seria. Oggi ci si confessa molto meno di prima, ma di comunioni ve ne sono molte. Su quest’aspetto c’è qualche problema. Ho visto adulti mettersi in fila per la comunione con le mani in tasca. Il ricevere l’Eucaristia presuppone che ci si prepari, non con quattro preghiere, qualche giaculatoria, con l’atto della comunione spirituale. L’Eucaristia ci deve impegnare. Non si può fingere che tutto va bene. C’è un certo modo “leggero” di celebrare l’Eucaristia comunitaria ove facciamo festa, ci riconosciamo, facciamo un bel canto insieme… Una volta si sottolineava molto la presenza eucaristica; c’era un grande timore, guai a toccare con mano la particola, a lasciarla cadere. Oggi abbiamo superato queste cose, ma, in realtà, il rischio è che la riceviamo “con le mani in tasca” in un incontro comunitario con gruppi in cui ci si trova bene, con avvisi, saluti, ove ci si dovrebbe chiedere dove finisce il Pane, Gesù Cristo.
- Come esco dalla messa? Quali sono i frutti dell’Eucaristia?
- Carità. Certamente i frutti delle opere di carità, argomento del prossimo incontro.
- Continuazione della familiarità e del dialogo con Dio: la preghiera personale e familiare; sono continuazione della celebrazione dell’Eucaristia.
- Armonia familiare e relazionale. Se si è andati in chiesa arrabbiati con la moglie, quando si ritorna non si può più esserlo. Armonia familiare e relazionale è uno dei primi frutti che conseguono alla partecipazione eucaristica. Il pranzo della domenica che si fa insieme in famiglia è un momento che dovrebbe essere ancora più gioioso.
- Beatitudini della vita quotidiana. Il quarto frutto è l’attuazione delle beatitudini della vita quotidiana. È la carta di identità del cristiano. Sarebbe interessante sviluppare ad una ad una le beatitudini, ma non c’è tempo ora.
- Sequela rinnovata. Cioè un seguire Gesù in modo più carico, più nuovo.
Il rischio è di uscire dalla messa è la sterilità o la schizofrenia.
Sterilità: il rischio del fico che non dà frutti. Nonostante andiamo a messa tutte le domeniche, non produciamo mai frutti nuovi.
Schizofrenia: chiuse le porte della chiesa, il resto incomincia come prima e va per la sua strada.
Il legame tra Eucaristia e vita è il legame esistente tra Eucaristia ed il mio essere discepolo di Gesù.. Questo legame strettissimo riguarda ciascuno di noi.
Seconda parte
Se vogliamo scavare un po’ di più, stabilita questa circolarità tra vita ed Eucaristia, tra Eucaristia e vita, come entro a messa e come esco, pongo la domanda: che cos’è l’Eucaristia per la mia vita quotidiana?
- L’Eucaristia è un tempo diverso dagli altri. L’Eucaristia è un tempo diverso dal tempo di lavoro e dal tempo libero. La domenica non è il tempo libero; la domenica contiene qualcosa di più. L’Eucaristia della domenica non è un tempo che conclude la settimana, ma è l’inizio dell’opera buona (frase di un teologo: Domenica ed Eucaristia sono gli inizi di un’opera buona). Significa che nell’Eucaristia c’è il principio fondale, l’anima, la sorgente, ciò che dà senso a tutto il resto della mia vita. Ecco perché essa è un tempo diverso. In più è qualcos’altro, un’alterità, che va oltre la logica economicistica, produttiva, consumistica. È un tempo “sospeso”. La Domenica non è tempo libero. Tempo libero è tempo disimpegnato, liberato dal lavoro, tempo di riposo, libero dalle attività quotidiane; tutte cose belle; ma qui c’è qualcosa di più: è un tempo “sospeso” che contiene la verità, il senso, il significato di tutto il resto della settimana. Ecco perché è l’inizio dell’opera buona: “E Dio vide che tutto era buono”. Il riposo di Dio non è nel senso del tempo libero, ma è ciò che dà significato al lavoro degli altri sei giorni.
L’Eucaristia c’entra molto con la mia vita quotidiana, nel senso che se voglio vivere bene il tempo della mia vita quotidiana, quel tempo che non passa mai, quel tempo preso da tante cose, dagli impegni del lavoro e familiari, non solo io porto tutto questo all’offertorio, ma nell’Eucaristia io trovo di tutto ciò il significato.
L’Eucaristia diventa anche pedagogica, nel senso che più si vive il mistero, più si impara a vivere il discepolato e la testimonianza. Si impara a vivere bene l’Eucaristia se si è discepoli; anche Giuda ha partecipato all’Ultima Cena, ma, evidentemente, dentro, non era discepolo. C’è una circolarità al riguardo.
- L’Eucaristia è un luogo diverso dagli altri. L’Eucaristia è il luogo della comunità. Potremmo dire con il card. Martini, è la “comunità alternativa” dove prevalgono le relazioni ai valori improntati ai valori evangelici. Quanto troppo spesso il nostro celebrare l’Eucaristia significa tanti individui uno accanto all’altro; celebrare l’Eucaristia da soli come fatto individuale, senza nemmeno accorgerci della presenza del mio vicino. Nello stesso tempo la comunità è spesso composita, con provenienze diverse, con diversi gradi di appartenenza. Ebbene l’Eucaristia è un “luogo” ove si afferma una comunione più profonda, che oltre i rapporti burocratici, funzionali, commerciali, che va oltre anche un malinteso modo di intendere il cristianesimo. Il cristianesimo non è pura filantropia, aiutare i poveri; è seguire Gesù. È perché seguo Gesù che aiuto i poveri: «i poveri li avrete sempre con voi». Non ci voleva Gesù Cristo perché si dovesse aiutare gli altri.
Mi fa pensare il fatto che la Chiesa oggi faccia tanta Caritas, volontariato, ma non cresca in comunione; le nostre comunità assomigliano troppo debolmente a comunità realmente evangeliche. Ecco perché l’Eucaristia deve essere un luogo diverso ove si impara a vivere la comunione. Non si è capito che il compito del discepolato e dell’Eucaristia è la carità. E la carità la traduciamo in servizi pastorali filantropici e caritativi. Oggi è molto più facile trovare volontari che si impegnano nei pronto soccorso; molto più difficile trovare gente che si impegna in politica, nel sindacato, nel sociale. Magari troviamo volontari che fanno tante cose, ma che, nella propria professione, fallisce come cristiano. Uno dei primi spot della pubblicità progresso, si vedeva un signore in giacca e cravatta che usciva dal suo ufficio, entrava in una cabina telefonica ove si cambiava, vestendo più casual, senza giacca e cravatta e poi usciva la scritta: “Volontariato, lo straordinario di ogni giorno”. Messaggio equivoco nel senso che è come se ci fosse una vita ordinaria che va per il suo conto una straordinaria che è il volontariato. Io posso andare sempre in oratorio a collaborare, animare e, poi, nella vita ordinaria, sparisco come laico cristiano. Il servizio e l’impegno nella Caritas e nel volontariato devono essere un’espressione della vita cristiana, dell’Eucaristia, ma nello stesso tempo, devono essere un alimento della vita quotidiana. Se Caritas e volontariato non diventano alimento alla mia vita quotidiana, c’è qualcosa che non funziona.
- L’Eucaristia è una Parola diversa dalle altre. In un mondo fatto da tante parole, anche utili, ma anche inutili, futili, vane, stupide nell’Eucaristia incontriamo la Parola. Una Parola che valorizza le parole, ma nello stesso tempo le giudica, le purifica, diventa criterio per esse. Nell’Eucaristia metaforicamente, ma anche fattivamente, tacciano le altre parole, si faccia un po’ di silenzio e prevalga solo la Parola.
Da questo punto di vista noi cattolici abbiamo fatto progressi notevoli; i protestanti da sempre hanno al centro la Parola. Anche visivamente oggi, quando si entra in certe chiese, troviamo in fondo un leggio con il lezionario delle letture; cosa molto apprezzabile. Prima la Parola era affare di preti che la leggevano in latino. Con il Concilio Vaticano II la chiesa cattolica, accanto al Pane, ha riscoperto la Parola e la sua importanza. Nell’Eucaristia è il tempo nel quale si fan tacere le tante parole che si raccontano e si confronta con la Parola. Si fan tacere anche le tante parole che hanno un valore nella nostra vita quotidiana. Fuor di metafora, non è che noi laici buttiamo via la nostra vita settimanale, essa ha uno spessore importante, ma questa Parola, purifica, giudica, offre il criterio per leggere le parole quotidiane. Partecipare all’Eucaristia significa portare a casa la Parola che rende vere le parole di ogni giorno.
- L’Eucaristia è un pane diverso degli altri. Don Angelo Casati scriveva al nostro attuale cardinale di Milano sottolineando la necessità di riscoprire la “semplicità e l’umiltà della cena e del pane spezzato per tutti”. Mi sembra che le nostre eucaristie hanno troppi orpelli che offuscano, che annebbiano il cuore. Questo pane e questo vino: due elementi semplicissimi che dicono la cena. Troppi canti, commenti esagerati, distolgono da tale semplicità. C’è troppa attenzione ad una “certa qualità celebrativa” – l’arcivescovo ci ha richiamati di fare attenzione alla qualità celebrativa – ma questo termine “qualità” può assumere un senso troppo ambientalistico. La qualità celebrativa va riportata all’umiltà, alla semplicità spaventosa, ma misteriosamente grande del pane e del vino. Noi oggi diamo troppa importanza alla comunicazione, alle parole ed abbiamo perso il senso del pane, non nel senso del passato timore di esso, ma nella necessità di riscoprire il potere disarmante di questo pane semplicissimo spezzato e dato che ci è stato consegnato da Gesù nell’Ultima Cena e che ti impegna a fare come Lui. Non facciamo ora la comunione con troppa leggerezza? Non coscienti della gravità del gesto che compiamo senza la coscienza di doversi impegnare a fare quello che ha fatto Lui? A diventare pane spezzato per gli altri?
La mia vita quotidiana deve avere la disarmante semplicità di un pane spezzato come è disarmante che questo pane semplicemente ci è dato ogni domenica; basta che andiamo a prenderlo.
Terza parte: conclusioni
Quali sono allora i momenti dell’Eucaristia da valorizzare? A mio modo di sentire, andare oltre una liturgia troppo chiassosa, troppo parolaia, con mania della perfezione; valorizzare almeno cinque momenti:
- Le preghiere del sacerdote. Cioè le preghiere del messale. Esse sono di grandissima ricchezza. Appaiono come un passaggio intermedio, ma, a stare attenti se ne coglie la grandissima ricchezza.
- La Parola di Dio e l’omelia. Mi piacerebbe che le omelie fossero un po’ meno distanti dalla vita; come fare non so. Non è facile oggi per i preti commentare e declinare la Parola di Dio in una comunità tanto eterogenea.
- Il canone e la consacrazione. Una volta si riconosceva e si adorava la presenza di Gesù nel pane e nel vino consacrati. Ora si ha l’impressione che la consacrazione sia un passaggio, un intermezzo tra omelia e preghiera dei fedeli, che è più animata.
- La comunione. Prima c’era timore; oggi troppo disincanto.
- Silenzio e raccoglimento. Non solo dopo la Comunione, ma anche durante la messa ci sono effetti di parole, di canti. La messa è per la comunità e quindi ci vogliono tutte queste cose, ma l’impressione personale è che si dovrebbe migliorare al riguardo.
Durante una veglia di Natale prima di iniziare la messa di mezzanotte, dalle 23.15 alle 24.00 ho assistito ad un continuo ed ininterrotto proseguirsi di letture e canti da “fare la testa come un pallone”. Auspicherei la fine degli eccessi dei commenti, delle parole ed una maggior valorizzazione del raccoglimento e del silenzio pregato insieme. Bisognerebbe educare un po’ alla volta i fedeli al silenzio ed al raccoglimento (2-3 minuti dopo l’omelia e dopo la comunione. 5 minuti a casa sul brano di Vangelo della domenica).