Don Aristide Fumagallli – Somma Lombardo – 03/04/2006
Il titolo “Famiglia e società” è chiaro; quanto viene ora indicato è attinto dal Compendio della DSC. Il testo indica “la soggettività sociale della famiglia.” Questa comprensione della famiglia non chiusa in se stessa, fatta di legami privati, ma con i legami sociali è peraltro presente nella tradizione e nell’insegnamento sociale della Chiesa da sempre. Ad esempio la Rerum novarum parlava della famiglia come “società domestica.” Il Vaticano II definisce la famiglia come prima cellula della società. Il Compendio della DSC (N° 209) parla della famiglia come prima società naturale, come proposta di ogni ordinamento sociale. Da questo punto di partenza, cerchiamo di capire che significa che la famiglia è un soggetto sociale e lo si fa passando in rassegna tutte le dimensioni della famiglia in cui appare che “questo soggetto sociale” emerge:
- DIMENSIONE INTERPERSONALE La famiglia è costituita da alcune persone e già lì si può notare, nell’intimo stesso della famiglia, il rilievo sociale perché la famiglia appare una comunità di persone. Chi è la persona? La parola è molto significativa; il magistero della Chiesa, i teologi usano la parola “persona” per indicare l’uomo e la donna e non altre parole come “individuo, soggetto, …” Il termine “persona” già anticamente fa riferimento al soggetto “rivolto ad altri”. L’uomo è persona nel senso che non è comprensibile in se e per se, ma è legato essenzialmente ad altri. Persona deriva dal termine greco πρόσωπου (pròsopon) che indicava la maschera quando i personaggi interpretavano le tragedie che recitavano. La maschera era il modo in cui il personaggio si manifestava. Ecco perché è stato assunto il termine “persona”: parla di uomo che è già in relazione, connessione con altri; non è un individuo isolato. Da Gaudium et spes: “L’uomo, per la sua intima natura, è un essere sociale e senza rapporti con gli altri, non può vivere né esplicare le sue doti.” Per essere comprese, le persone non possono essere considerate singolarmente, ma devono essere inserite nella trama di relazione da cui provengono. Questo concetto, nella nostra cultura è un po’ smarrito; in altre culture il senso di appartenenza alla tribù od alla discendenza è assai forte. Noi abbiamo invece il senso dell’individuo che, se vuole, può stabilire legami con gli altri, ma che in sé, potrebbe vivere anche senza di essi: il mito dell’indipendenza o del single. In realtà le cose non stanno così, neanche a livello biologico. Noi, senza saperlo, ci portiamo appresso generazioni e generazioni; il nostro patrimonio cromosomico è memoria di migliaia di persone che ci hanno preceduto. Trattandosi di persone che vengono in contatto, la famiglia è già in qualche modo legame. La prima forma di comunione tra persone è quella della coppia. La così detta “comunione matrimoniale” è una delle forme più universali, più immediate in cui questo essere persona per l’uomo, essere rivolto ad un altro, si manifesta. La persona uomo cerca la persona donna e viceversa. L’amore coniugale correttamente vissuto è un dono totale vissuto da persona a persona, è l’incontro tra due persone che si comunicano in totalità, è il matrimonio. Per questo motivo la relazione matrimoniale è la più impegnativa in ogni senso per eccellenza, sia perché richiede tutte le dimensioni in tutte le direzioni, anche quella sessuale. Ciò distingue la relazione matrimoniale da ogni altra forma di relazione per tutta la vita. Questa comunione amorosa, che appartiene alla natura delle cose, all’interno del cristianesimo assume un rilievo particolare perché diventa anche una parabola per vedere come Gesù ha amato i suoi, cioè come Dio ama. La famiglia, per questo motivo, è definita “Chiesa domestica.” Già cogliendo una famiglia dove l’uomo e la donna si amano, cogliamo una piccola società che nasce quando due persone incominciano ad entrare in relazione. Questa relazione non è limitata all’io ed al tu, ma la famiglia, nella misura in cui è la comunione integrale di due persone, diventa un “noi.”
- DIMENSIONE PROCREATIVA. La famiglia è la prima società umana e ciò lo si comprende con evidenza nella generazione dei figli. Di per sé la dimensione sociale della famiglia non nasce quando nasce il figlio, nasce già prima. Nel magistero si chiarisce che la fecondità della famiglia non è quella del figlio che nasce. Per la Chiesa un matrimonio sterile è un vero matrimonio perché i due che si vogliono bene danno origine ad una nuova formazione. Il matrimonio che è definito il cardine su cui una famiglia si fonda, ha come espressione emblematica di fecondità la generazione dei figli; la famiglia è definita “santuario della vita.” Questa generazione è interpretata in chiave di procreazione responsabile. La generazione di un figlio è immaginata come maternità e paternità responsabili e poi come procreazione, cioè si partecipa alla creazione che Qualcun altro opera. Con la procreazione si partecipa alla vita di un figlio ricevendolo in affido. Nel Compendio della DSC questa procreazione responsabile è considerata anche nei suoi risvolti problematici con riferimento anche alle vicende che la nostra cultura, civiltà è in grado di sollevare. Si tratta di temi quali l’aborto, la sterilizzazione, indicando che essi non sono mezzi validi e legittimi per attuare la procreazione responsabile. Per l’aborto si usano termini come “abominevole delitto, disordine particolarmente grave.” Si indicano come mezzi per la procreazione responsabile i metodi di controllo naturale. Nel Compendio si trovano i problemi delle persone considerate nei loro principi; i principi che vi si trovano non sono ricette applicabili direttamente alle situazioni particolari; c’è un aspetto di mediazione e di considerazione che si comprende subito se, valutando un problema, si mettono sul tavolo tutte le variabili ed una variabile considerevole è quella relativa ai principi e valori che vengono richiamati; ma non è l’unica, potrà anche essere quella di maggior peso, però quando si tira una linea troppo diretta tra principi che si leggono e la vita di una persona, si rischia di fare ideologia, di fare violenza per non considerare aspetti che invece occorre considerare. Per semplificare al massimo: anche quando c’è di mezzo il male, un conto è il peccato ed un conto è il peccatore; il giudizio può essere sulle azioni compiute, senza la pretesa di risalire al cuore della persona.
Sono condannabili moralmente i tentativi di intervenire sulla fecondità di coppia quali i programmi di aiuto economico destinati a finanziare programmi di sterilizzazione o contraccezione. Altri temi sono quelli relativi alla fecondazione artificiale già trattati l’anno scorso. Il criterio generale è che è legittimo quel modo di generare un essere umano che non preveda l’intervento di terze persone (fecondazione artificiale eterologa) e quelle modalità di fecondazione che sostituiscono l’atto sessuale invece che favorirlo od aiutarlo. La procreazione è spirituale; mettere al mondo un figlio non significa produrre qualcosa. Per questo motivo il desiderio di maternità e paternità non giustifica tout cour il diritto al figlio come se fosse il prodotto di un’attività in proprio; caso mai si parla di diritti del nascituro che, essendo una persona, ha diritto ad essere trattato come tale fin dall’inizio. Ciò comporta una stabilità della famiglia ed una complementarietà delle due figure ove il nato, se è maschio, si possa identificare con la figura del papà e differenziarsi dalla mamma. Il nato deve essere aiutato a costruirsi come tale.
- DIMENSIONE EDUCATIVA della socialità. Il Compendio afferma che la famiglia è la prima scuola di virtù sociali. In questo compito educativo la famiglia ha un ruolo originale ed insostituibile. Ai genitori è riconosciuto il diritto-dovere di educare i propri figli. Compito che non è prerogativa dell’uno o dell’altro, ma di entrambi. Queste “ovvietà per noi” hanno invece alle spalle molti decenni di evoluzioni e maturazioni. Le prime virtù per vivere in società provengono dalla famiglia; quando questa formazione non funziona, nascono i guai. La personalizzazione dell’educazione in famiglia è insostituibile; nessun’altra struttura potrà mai considerare la persona in termini così adeguati. In famiglia si dovrebbe imparare la virtù della gratuità; imparare a stabilire legami gratuiti, che in società come la nostra, ad alto tasso di efficienza e di funzionalità, è fondamentale, perché occorre percepisce che la dignità di una persona non è legata a ciò che essa produce (do ut des), a come funziona, ma a ciò che è.
- DIMENSIONE POLITICA. Chi tirerà grandi i nuovi cittadini? Come li educhiamo? La famiglia è insostituibile, ma occorre anche richiamare la coeducazione. I genitori sono i primi educatori, ma non gli unici; se essi si pensassero unici non si realizzerebbe l’educazione adeguata dei nuovi cittadini. È auspicabile una stretta e vigile collaborazione dei genitori con la società scientifica, economica, scolastica. In riferimento a questa necessità di collaborazione con altri: (N° 241):
241. I genitori hanno il diritto di fondare e sostenere istituzioni educative. Le autorità pubbliche devono far sì che «i pubblici sussidi siano stanziati in maniera che i genitori siano veramente liberi nell’esercitare questo diritto, senza andare incontro ad oneri ingiusti. Non si devono costringere i genitori a sostenere, direttamente o indirettamente, spese supplementari, che impediscano o limitino ingiustamente l’esercizio di questa libertà».548
É da considerarsi un’ingiustizia il rifiuto di sostegno economico pubblico alle scuole non statali che ne abbiano necessita e rendano un servizio alla società civile: «Quando lo Stato rivendica a se il monopolio scolastico, oltrepassa i suoi diritti e offende la giustizia… Lo Stato non può, senza commettere un’ingiustizia, accontentarsi di tollerare le scuole cosiddette private. Queste rendono un servizio pubblico e, di conseguenza, hanno il diritto di essere aiutate economicamente».549
548 SANTA SEDE, Carta dei diritti della famiglia, art. 5, b, Tipografia Poliglotta Vaticana, Città del Vaticano 1983, p. 11; cfr. anche CONCILIO VATICANO II, Dich. Dignitatis humanae, 5: AAS 58 (1966) 933.
249 CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Istr. Libertatis conscientia, 94: AAS 79 (1987) 595-596.
La famiglia ha una dimensione politica nel senso che tra le famiglie possono sorgere forme di solidarietà e di condivisione. Ma anche la famiglia ha dimensione politica perché ci sono forme di partecipazione della famiglia alla vita sociale e politica. N° 247:
247. Le famiglie, lungi dall’essere solo oggetto dell’azione politica, possono e devono diventare soggetto di tale attività, adoperandosi «affinché le leggi e le istituzioni dello Stato non solo non offendano, ma sostengano e difendano positivamente i diritti e i doveri della famiglia. In tal senso le famiglie devono crescere nella coscienza d’essere “protagoniste” della cosiddetta “politica familiare” e assumersi la responsabilità di trasformare la società». 559 A tale scopo va rafforzato l’associazionismo familiare: «Le famiglie hanno il diritto di formare associazioni con altre famiglie e istituzioni per svolgere il ruolo della famiglia in modo conveniente ed effettivo, come pure per proteggere i diritti, promuovere il bene e rappresentare gli interessi della famiglia. Sul piano economico, sociale, giuridico e culturale, deve essere riconosciuto illegittimo ruolo de11e famiglie e delle associazioni familiari nell’elaborazione e nell’attuazione dei programmi che interessano la vita della famiglia».560
559 GIOVANNI PAOLO II, Esort. ap. Familiaris consortio, 44: AAS 74 (1982) 136; cfr. Santa Sede, Carta dei diritti della famiglia, art. 9, Tipografia Poliglotta Vaticana, Città del Vaticano 1983, p. 13.
560 SANTA SEDE, Carta dei diritti della famiglia, art. 8, a-b, Tipografia Poliglotta Vaticana, Città del Vaticano 1983, p. 12.
La famiglia riuscirà in qualche modo a realizzare quante funzioni anche sociali nella misura in cui lo stato e la società favoriranno la famiglia. Lo stato non può assorbire la famiglia, ridurne la dimensione sociale, quasi che conti di più lo stato della famiglia, piuttosto essa va onorata. L’indicazione precisa fa riferimento al principio di sussidiarietà. Lo stato deve relazionarsi alla famiglia; da Quadragesimo anno, secondo il principio di sussidiarietà: “Siccome è illecito togliere ai singoli ciò che essi possano compiere con le forze e le industrie proprie per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere ad una maggiore e più alta società quello che dalle minori ed inferiori comunità si può fare.” Quindi per l’educazione dei figli, lo stato deve prima favorire quest’opera educativa delle famiglie e non arrogarsi in prima battuta tale attività.
Questo riconoscimento che una società, uno stato è bene che abbia nei confronti della famiglia, richiede politiche familiari autentiche ed efficaci. In tal senso è necessario il prerequisito, affinché vi siano politiche familiari che acconsentano alla famiglia di muoversi in questa direzione, ed è quello del riconoscimento dell’identità della famiglia fondata sul matrimonio. Che non si confonda questa forma di intesa stabile tra un uomo ed una donna con altre formazioni come le unioni di fatto o le unioni omosessuali.
Il Cardinal Carlo Maria Martini si è rivolto alle autorità pubbliche la vigilia di sant’Ambrogio dell’anno 2000; affermava: «si può considerare l’eventuale rilevanza giuridica di altre forme di convivenza, che tuttavia non possono pretendere l’equiparazione quanto a status alla famiglia, ma bisogna accuratamente distinguere la famiglia da altre forme di unione non fondate sul matrimonio. Nella famiglia si dà un di più di stabilità e di dichiarata obbligazione sociale che va giuridicamente e socialmente premiata. Se la giustizia è a ciascuno il suo, non potrò dare a ciascuno lo stesso in quanto manca una presa in considerazione dei medesimi problemi. Una volta fissata una nitida, non equivoca linea di demarcazione tra ciò che è famiglia e ciò che non lo è, sul piano delle garanzie per riconoscere le non famiglie, la soluzione non può che essere di tipo pragmatico.» Cioè bisognerà fissare ogni volta ciò che è da riconosce e quanto risulta eccessivo.
DIMENSIONE ECONOMICA. Il termine “economia” rimanda direttamente alla famiglia (N° 248); l’economia è la regola della domus, della casa; l’economia è nata proprio in ambito familiare in particolare prima della rivoluzione industriale. Questo fa sì che la famiglia resti una protagonista essenziale della vita economica. N° 249: “Il lavoro è essenziale in quanto rappresenta la condizione che regola la possibile fondazione di una famiglia, i cui mezzi di sussistenza si acquistano mediante il lavoro.” Questo criterio a volte sfugge. Però il richiamo a taluni valori deve essere anteposto ad alcune condizioni in cui una famiglia vive. Potrebbe essere che una stabilità di carattere economico maggiore favorisse una famiglia nel non cercare soluzioni che possono essere deleterie. Questo per indicare il rilievo che può avere l’economia sui valori.
Un elemento da apprezzare e salvaguardare nel rapporto tra famiglia e lavoro è il salario familiare. Esso deve essere sufficiente a mantenere ed a far vivere dignitosamente la famiglia; cioè deve permettere la realizzazione di un risparmio che favorisca l’acquisizione di qualche proprietà quale garanzia di libertà (esempio la casa, nella tradizione tipicamente italiana). La Chiesa difende la proprietà privata nella misura in cui essa diventa una protezione per la persona, che non resti in balia di grandi proprietari come un tempo. Ancor prima della proprietà privata, la Chiesa ha affermato la destinazione universale dei beni. Cioè, se la tua proprietà privata, nella misura che ti garantisca la tua autonomia è lecita; ma se si privatizzassero i beni al punto tale che l’uso di questi beni non risulti possibile ad altri in necessità, questo non sarebbe più legittimo.
Alcuni provvedimenti sociali concorrono a determinare il salario, esempio assegni familiari, contributi per le persone a carico. Si parla anche di una rimunerazione casalinga di uno dei due genitori. Si parla del lavoro di cura, ovverosia del lavoro della donna (di solito) in famiglia ove dovrebbe essere sufficientemente valorizzato il lavoro domestico e l’educazione dei figli anche con un corrispettivo economico almeno pari a quello di altri lavori. Su quest’ultima punto sarebbe interessante discutere.
Tipico della nostra generazione è il secondo coniuge che lavora. Un paio di generazioni fa lavorava solo il marito, si avevano due, tre figli, la moglie non lavorava e si riusciva anche a comperare la casa.
Una società a misura di famiglia è la miglior garanzia contro ogni deriva di tipo individualista da una parte e collettivista dall’altra. Una considera l’uomo come un granello di sabbia slegato dagli altri, l’altra, l’uomo come una molecola confusa nell’organismo sociale – individualismo e statalismo. Non viene considerata la persona all’interno delle relazioni familiari dove nasce la vita. La persona non può mai essere considerata come assoluta individualità edificata da se stessa e su se stessa, quasi che le sue caratteristiche proprie non dipendessero da altri che da se; però non può essere nemmeno considerata come pura cellula di un organismo.
Il bene della persona e della società è strettamente connesso; dipendono dalla situazione felice od infelice della famiglia. Puntare sulla buona salute della famiglia farebbe bene ai singoli ed alla società. La famiglia è, infatti, luogo primario dell’umanizzazione; il termine famiglia deriva da “famulus”, servo. La famiglia è il luogo in cui la vita di ciascuno sia servita dalla vita di altri. Questo modo di vivere è molto vicino alla prospettiva cristiana, se è vero che non esiste amore più grande di chi dà la vita per un altro.