Dr. Roberto Rambaldi -Somma Lombardo – 13/03/2006
Intenti della trattazione:
Prima parte: riassumere qualche elemento aggiornato della situazione dei paesi poveri scegliendo alcuni criteri di lettura.
Seconda parte: che cosa dice la DSC sull’argomento in alcuni testi che saranno richiamati.
Conclusione: con qualche vissuto quotidiano nella nostra Italia.
Situazione delle povertà nel mondo. Rispetto a trenta, quaranta anni fa, si deve costatare che per i grandi problemi del mondo di cui siamo abituati a sentir parlare, nel cammino di corsi e ricorsi della storia, si va verso un lento miglioramento, sia pure a macchia di leopardo.
Dai dati delle Nazioni unite degli ultimi decenni risulta che i dati di mortalità infantile, l’accesso all’acqua potabile, l’inserimento alle scuole sono notevolmente migliorati in larga parte del mondo. In molti paesi l’aspettativa della vita media è passata dai quaranta ai sessant’anni. Tuttavia restano due considerazioni gravissime:
- Il numero delle persone che rientrano nelle cifre del sottosviluppo è ancora devastatamente alto. Milioni di persone non hanno accessi ai diritti fondamentali dell’uomo. La strada da fare è ancora molto lunga.
- La forbice tra chi sta relativamente bene e chi manca di tutto, addirittura muore, si allarga sempre più. Anche nei paesi del così detto “sud del mondo”, accanto a persone che hanno acquistato benessere, si allarga il numero di persone disagiate.
Queste due considerazioni possiamo leggerle come fallimento, frustrazione, incapacità, ma anche come stimolo a riboccarci le maniche. È un’ulteriore sfida che le persone di buona volontà hanno davanti a sé; non possono non conoscerla e non trovare modalità per dare un proprio contributo di concretezza o di pensiero d’orientamento o di competenza professionale o quant’altro. Questi bambini, persone, con problemi di salute, cibo, od altro hanno un nome e cognome e stanno in cima alle attenzioni di nostro Signore.
Scegliamo alcune chiavi di lettura in questo scenario, evitando di fare d’ogni erba un fascio. Ci sono situazioni diversissime all’interno di tali scenari per mille motivi, ambientali, storici, geografici, culturali, situazioni sociali e religiose. Non tutti questi scenari sono da noi lontanissimi; anche nella nostra Europa soprattutto dell’est ci sono zone di miseria nera in fasce di popolazioni, come ad esempio in Moldavia ove si hanno situazioni anche peggiori che nei paesi di solito citati come sottosviluppati. Non vanno nemmeno dimenticati i poveri della nostra Italia.
Ormai, però, alcuni paesi del sud del mondo hanno raggiunto uno sviluppo superiore a quello di alcuni paesi europei.
Per quanto riguarda il problema della salute, i propositi fatti nel 1975 di risolvere tale problema entro il 2000, non solo non sono stati realizzati, ma rimangono situazioni devastanti con alcune patologie in situazione ancora peggiore di allora.
Eppure si è avuto successo quando azioni concrete ed organiche di intervento hanno fatto riscuotere una serie di successi positivi ed ancora di più se ne potrebbero riscuotere con interventi più mirati ed a più largo raggio di prevenzione e di educazione igienico sanitaria e comunque seguendo quelle direttive ormai unanimemente riconosciute come prioritarie.
Nel 2000 le Nazioni Unite si sono date per il 2015 i così detti “millennium developments goals”, cioè gli obiettivi di sviluppo del millennio, fissando alcuni indici di alcuni indicatori di povertà come obiettivi dell’umanità. Quasi tutti gli studiosi sono oggi concordi nell’affermare che questi indici non saranno raggiunti ed il distacco rispetto gli obiettivi prefissati, se il trend attuale non cambierà, sarà di nuovo drammaticamente alto. Questo va detto per amore di verità. L’umanità, su questi obiettivi, fa fatica a fare un cambio di marcia. Fanno eccezione alcuni settori, ad esempio il debellamento del vaiolo. Essere parte di questa sfida, però, significa capire quanto ancora abbiamo da lottare e da mettere in pratica tutti quanti i doni che il Signore ci ha dato: capacità di cultura, dialogo, confronto, richiesta.
Un cenno sulle emergenze fa rilevare che alcune di esse fagocitano tutte le attenzioni, come le emergenze di guerra o di catastrofi naturali, come con lo Tzunami del 26 Dicembre 2004. Le emergenze sono ancora schiave delle leggi della comunicazione; alcuni operatori umanitari cadono in questa trappola, nel senso che indicano luogo e modalità d’intervento, purché se ne parli per permettere la raccolta di fondi. Non ci s’improvvisa in niente, neanche nelle situazioni di emergenza. Se ne parla dappertutto, nei chiacchiericci televisivi, magari come esperti, ma pochi se ne intendono veramente. Nelle emergenze bisogna intervenire collegati, nel breve e medio termine, senza diventare schiavi della notizia, bisogna intervenire con attenzione nella realtà e contesto locale, soprattutto per i più poveri. Gli interventi fatti bene possono essere un volano per impiantare una situazione anche complessivamente migliore di quella precedente la causa dell’emergenza. Ciò anche per le emergenze nazionali.
Un altro scenario sono le situazioni di violenza, di guerra. Dalla caduta del muro di Berlino, su 21 guerre, solo 4 sono annoverate su livelli tradizionali, cioè guerre dichiarate da uno o più stati ad un altro o più stati (es: Golfo, Iran-Irak, India-Pakistan). Tutte le altre sono forme di violenza interna di un territorio ove non si capisce chi è contro chi, per quanto tempo, fino a dove, chi comanda. Tutte queste sono guerre diverse da quelle studiate sui libri di storia. Ciò rende difficile intervenire per portare soccorso e si impone lo studio di modalità d’intervento impensabili qualche decennio fa quando la Croce Rossa interveniva immediatamente dopo lo scontro per tentare di curare i feriti, portar via i più gravi. Oggi è molto più difficile, occorre agire in punta di piedi, facendo capire che non si è schierati che con le vittime e cercare di dare testimonianze concrete, come l’ambulatorio, la ripresa delle attività produttive, la scuola per orfani, rifugiati e sfollati. Inoltre la non chiara definizione del territorio delle ostilità rende il tutto più difficile. A volte l’intervento viene letto, anche in malafede, come coingerenza. Ci sono decine di migliaia di persone che si muovono per tentare di sfuggire alle violenze.
Un cenno ai tentativi di risposta alle violenze porta all’utilità delle Nazioni Unite, come luogo, di incontro, elaborazione, intervento, dialogo, messa in atto di tutta una serie di azioni. Sarebbe un delitto non avere tale possibilità. Ciò non toglie che le Nazioni Uniti abbiano avuto ed hanno una serie di limitazioni assolutamente evidenti. C’è poi l’Unione Europea con luoghi di incontro e dialogo assolutamente interessanti, anche se non sempre funzionanti. Luoghi che vanno promossi facendo sì che essi siano luoghi veri di confronto e non di “voce grossa” in coerenza con i mandati scritti sui loro sacri testi.
Ci sono anche realtà locali che la normativa della Repubblica Italiana dà, che promuovono la cooperazione internazionale, a volte ben utilizzati, a volte mal utilizzati, a volte non utilizzati, a volte teatro di grossi sprechi. Alcune regioni e comunità comunali locali danno alcuni segni interessanti. Ci sono realtà di volontariato, associazioni non governative, che propongono azioni sul territorio nazionale o nel mondo per obiettivi concreti.
In tutto ciò la Chiesa è in primissimo piano come lo è sempre stata.
Dottrina Sociale della Chiesa (DSC): come ci aiuta ad orientarci? Il primo riferimento che sento di richiamare è quello del 1931 (Quadragesimo anno) di Pio XI: “conviene che le varie nazioni, unendo propositi e forze insieme, giacché nel campo economico stanno in mutua dipendenza e debbono aiutarsi a vicenda, si sforzino di promuovere con sagge convenzioni e istituzioni una felice operazione di economia internazionale”. Il documento era più centrato su temi economici e riguardava più Europa ed America. Si era appena usciti dalla crisi economica del ’29 negli Stati Uniti. Però esso già dipingeva le traiettorie che avrebbero accompagnato tutta una serie di documenti successivi i cui titoli sono riuniti al punto 27 dell’enciclica “Deus caritas est” di Benedetto XVI:
- Rerun Novarum (1891) di Leone XIII
- Quadragesimo anno (1931) di Pio XI
- Mater et magistra (1961) di Giovanni XXIII
- Populorum progressio (1967) di Paolo VI
- Octogesima adveniens (1971) di Paolo VI
- Laborem exercens (1981) di Giovanni Paolo II
- Sollicitudo rei socialis (1987) di Giovanni Paolo II
- Centesimus annus (1991) di Giovanni Paolo II
- Compendio della dottrina sociale della Chiesa (2004) del Pontificio Consiglio Iustitia et Pax
Al punto 28 dell’enciclica “Deus caritas est” di Benedetto XVI si legge: «la dottrina sociale cattolica non vuole conferire alla Chiesa un potere sullo Stato. Neppure vuole imporre a coloro che non condividono la fede prospettive e modi di comportamento che appartengono a questa. Vuole semplicemente contribuire alla purificazione della ragione e recare il proprio aiuto per far sì che ciò che è giusto possa, qui ed ora, essere riconosciuto e poi anche realizzato… La dottrina sociale della Chiesa argomenta a partire dalla ragione e dal diritto naturale, cioè a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano. E sa che non è compito della Chiesa far essa stessa valere politicamente questa dottrina: essa vuole servire la formazione della coscienza nella politica e contribuire affinché cresca la percezione delle vere esigenze della giustizia e, insieme, la disponibilità ad agire in base ad esse, anche quando ciò contrastasse con situazioni di interesse personale… Tutto questo è un compito fondamentale che ogni generazione deve continuamente affrontare».
È un richiamo, quest’ultima frase, al fatto che tale percorso è sempre in atto, deve essere rinfrescato e rinnovato in tante forme nuove. Va contro la tendenza, soprattutto in Italia, di piangerci addosso. È un richiamo a rimboccarci le maniche, non vedere solo il lato negativo per dare un contributo in base ai mezzi a disposizione per venirne fuori.
L’entusiasmo necessario a cui si accenna fa riferimento ad alcuni passi dei testi conciliari, esempio i N° 8 e 14 dell’”Apostolicam actuositatem” del 18 Novembre 1965 ove in alcuni passaggi traspaiono bene i temi su cui oggi dopo quattro decenni sono in ordine di discussione:
«8. Sebbene ogni esercizio di apostolato nasca e attinga il suo vigore dalla carità, tuttavia alcune opere per natura propria sono atte a diventare vivida espressione della stessa carità; e Cristo Signore volle che esse fossero segni della sua missione messianica (cfr. Mt 11,4-5).
Il più grande dei comandamenti della legge è amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come se stessi (cfr. Mt 22,37-40). Cristo ha fatto proprio questo precetto della carità verso il prossimo e lo ha arricchito di un nuovo significato, avendo identificato se stesso con i fratelli come oggetto della carità e dicendo: « Ogni volta che voi avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me » (Mt 25,40). Egli, infatti, assumendo la natura umana, ha legato a sé come sua famiglia tutto il genere umano in una solidarietà soprannaturale ed ha stabilito che la carità fosse il distintivo dei suoi discepoli con le parole: «Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni verso gli altri » (Gv 13,35).
La santa Chiesa, come fin dalle sue prime origini, unendo insieme l’«agape» con la cena eucaristica, si manifestava tutta unita nel vincolo della carità attorno a Cristo, così, in ogni tempo, si riconosce da questo contrassegno della carità, e mentre gode delle iniziative altrui, rivendica le opere di carità come suo dovere e diritto inalienabile. Perciò la misericordia verso i poveri e gli infermi con le cosiddette opere caritative e di mutuo aiuto, destinate ad alleviare ogni umano bisogno, sono da essa tenute in particolare onore.
Oggi che i mezzi di comunicazione sono divenuti più rapidi, le distanze tra gli uomini quasi eliminate e gli abitanti di tutto il mondo resi membri quasi di una unica famiglia, tali attività ed opere sono divenute molto più urgenti e devono prendere di più le dimensioni dell’universo.
L’azione caritativa ora può e deve abbracciare tutti assolutamente gli uomini e tutte quante le necessità. Ovunque vi è chi manca di cibo, di bevanda, di vestito, di casa, di medicine, di lavoro, di istruzione, dei mezzi necessari per condurre una vita veramente umana, ovunque vi è chi afflitto da tribolazioni e da malferma salute, chi soffre l’esilio o il carcere, la carità cristiana deve cercarli e trovarli, consolarli con premurosa cura e sollevarli porgendo loro aiuto. E quest’obbligo s’impone prima di tutto ai singoli uomini e popoli che vivono nella prosperità.
Affinché tale esercizio di carità possa essere al di sopra di ogni critica e appaia come tale, si consideri nel prossimo l’immagine di Dio secondo cui è stato creato, e Cristo Signore, al quale veramente è donato quanto si dà al bisognoso; si abbia estremamente riguardo della libertà e della dignità della persona che riceve l’aiuto; la purità di intenzione non macchiata da ricerca alcuna della propria utilità o desiderio di dominio; siano anzitutto adempiuti gli obblighi di giustizia, perché non avvenga che offra come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia; si eliminino non soltanto gli effetti ma anche le cause dei mali; l’aiuto sia regolato in t modo che coloro i quali lo ricevono vengano, a poco a poco, liberati dalla dipendenza altrui e diventi sufficienti a se stessi.
I laici dunque abbiano in grande stima e sostengano, nella misura delle proprie forze, le opere caritative e le iniziative di « assistenza sociale», private pubbliche, anche internazionali, con cui si porta aiuto efficace agli individui e ai popoli che si trovano nel bisogno, e in ciò collaborino con tutti gli uomini di buona volontà.
14. Immenso è il campo di apostolato che si apre nell’ordine nazionale e internazionale, dove sono specialmente i laici a essere ministri della sapienza cristiana. Animati dall’amore di patria e nel fedele adempimento dei doveri civici, i cattolici si sentano obbligati a promuovere il vero bene comune e facciano valere il peso della propria opinione in maniera tale che il potere civile venga esercitato secondo giustizia e le leggi corrispondano ai precetti morali e al bene comune. I cattolici esperti in politica e, come è naturale, saldamente ancorati alla fede e alla dottrina cristiana, non ricusino le cariche pubbliche, potendo mediante una buona amministrazione provvedere al bene comune e al tempo stesso aprire la via al Vangelo.
Si sforzino i cattolici di collaborare con tutti gli uomini di buona volontà nel promuovere tutto ciò che è vero, tutto ciò che è giusto, tutto ciò che è santo, tutto ciò che è amabile (cfr. Fil 4,8). Entrino in dialogo con essi, andando loro incontro con prudenza e gentilezza e promuovano indagini circa le istituzioni sociali e pubbliche per portarle a perfezione secondo lo spirito del Vangelo.
Tra i segni del nostro tempo è degno di speciale menzione il crescente e inarrestabile senso di solidarietà di tutti i popoli, che è compito dell’apostolato dei laici promuovere con sollecitudine e trasformare in sincero e autentico affetto fraterno. I laici inoltre debbono prendere coscienza del campo internazionale e delle questioni e soluzioni sia dottrinali sia pratiche che sorgono in esso, specialmente per quanto riguarda i popoli in via di sviluppo.
Rammentino tutti coloro che lavorano in altre nazioni o danno ad esse aiuto, che le relazioni fra i popoli devono essere un vero scambio fraterno, in cui l’una e l’altra parte simultaneamente dà e riceve. Coloro poi che viaggiano per ragioni di impegni internazionali o di affari o di divertimento, si ricordino che essi sono dovunque anche degli araldi itineranti di Cristo, e come tali si comportino davvero».
Anche da “Gaudium et spes” del 07 Dicembre 1965 traspaiono i temi sul servizio della Chiesa nel mondo anche sui temi della giustizia e dello sviluppo. La Chiesa non si rinnega nel diritto e nel dovere di indicare la verità, ma anche si propone un punto di riferimento tarato nella logica della vita di tutti i giorni. Questo ha significato nel giro degli ultimi decenni una crescita di credibilità anche grazie alle testimonianze prodotte. In nessun altra fonte nel mondo si trova una testimonianza così profonda ed autorevole come nella Chiesa. I testi fondamentali sono quelli del Concilio Vaticano II.
“Pacem in terris” dell’11 Aprile 1963 di Giovanni XXIII ha capovolto una serie di logiche mai invecchiate sui temi che il documento tratta.
L’enciclica “Populorum progressio” del 26 Marzo 1967 di Paolo VI ha dato una serie di indicazioni sui temi di giustizia e sviluppo assolutamente in anticipo sui tempi. Le definizioni date sul concetto di sviluppo si ritrovano negli anni 2000 dichiarati come grande scoperta nelle commissioni di studio, convegni, congressi a livello di Nazioni Unite. È già ben tratteggiato che lo sviluppo non è solo questione economica, ma viene posta al centro la persona umana nei suoi aspetti storici, sociali, culturali. «Jamez plus la guerre» detto nel Palazzo di vetro trova lì una risonanza sul tema della pace.
Negli anni successivi, in collegamento con la “Populorum progressio” due grandi documenti: “Evangeli nuntiandi” e “Redentoris Missio” hanno dato il loro contributo magisteriale sul tema dell’evangelizzazione della missione nel rapporto tra gli operatori dello sviluppo della carità nel mondo ed i missionari.
La “Sollicitudo rei socialis” del 30 Dicembre 1987 di Giovanni Paolo II ha riassunto la situazione di allora e mantiene oggi intatta la sua valenza nella sua chiarezza di indagini, proposte, retrospettiva.
Nel periodo giubilare anno 2000 la Chiesa ha prodotto una serie di passaggi che hanno influito sul tema del debito internazionale. Tale tema era anche denunciato in un documento di “Justitia et pax” di dieci anni prima. Questi messaggi hanno permesso una serie di iniziative in Italia e nel mondo per risolvere o ridurre il problema dell’indebitamento internazionale dei paesi poveri Qui è il caso di affermare che il pensiero, tradotto in autorevolezza della dottrina, tradotto nell’impegno di tante persone sia andato a livelli concreti.
A livello episcopale, “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”del 29 Giugno 2001 della CEI ed i documenti degli anni ’90 sulla testimonianza della carità ha dato una serie di indicazioni assolutamente interessanti pastoralmente.
Tutte queste indicazioni sono state rese più efficaci dalla capacità della Chiesa, dalla minima comunità della giungla più sperduta al ritiro quaresimale delle massime autorità, di tradurle nel quotidiano, di testimoniarle con coerenza giorno per giorno anche in condizioni che rasentano la sopravvivenza. Se così non fosse, tutte le indicazioni magisteriali sarebbero quasi vane.
In Somalia dove vi sono “28 cattolici” msg. Salvatore Colombo vescovo da Carate Brianza, recentemente ucciso ha dato la sua testimonianza in Somalia. Ci sono zone dove la fede cristiana è proibita, non si può celebrare, riunirsi, ma i pochi credenti ridotti all’osso seguono come possono le indicazioni del loro vescovo. I cristiani costretti a scappare dalla loro terra sono alcune decine di migliaia e testimoniano la loro fede, per non parlare dei martiri: ogni anno esce il martirologio degli uccisi per la fede.
Può nascere la domanda: «ed io che centro?» Centriamo tutti se davvero vogliamo essere coerenti con la logica della famiglia di Dio in cui, come in tutte le famiglie, bisogna prestare attenzione al membro più in difficoltà e bisogna vivere le coerenze che Gesù ci ha dato. Dai poveri si impara. Se vogliamo riconoscere la presenza di Gesù Cristo nei più poveri, se davvero vogliamo costruire una Chiesa che effettui scelte di vera condivisione nei tempi e nei modi ritenute opportune con queste persone, anche nella nostra vita quotidiana non saremo mai arrivati. Abbiamo la possibilità di conoscere le informazioni che vengono dalla nostra diocesi al riguardo, sia come comunità cristiana che come singoli cittadini.
Le iniziative in cui siamo chiamate a scegliere sono tante; bisogna essere pronti a scegliere le indicazioni nuove, le evoluzioni delle situazioni, a rinfrescare la nostra pastorale nelle scelte nostre e delle nostre famiglie. C’è spazio per sapere di più, per conoscere di più, per vivere questa vita nuova. Con le nostre scelte non riusciremo a cambiare il mondo, ma il Signore non ci chiede questo; ci chiede di mettere in campo le nostre fatiche, le nostre risorse, i doni che ci ha dato per assicurare una capacità di convivenza ai fratelli più in difficoltà. Si conoscono le fatiche, gli insuccessi, ma anche le tante cose belle.
Una testimonianza di un vescovo del sud del mondo, che, accogliendo l’invito della Chiesa, si era reso disponibile per una collaborazione e presenza: «io personalmente preferisco il cammino che questa mia Chiesa sta tentando di avviare nella mia diocesi, lento ma serio, un incontro di persona con persona, dono di realizzazione puntuale, ma che fa parte di un progetto di pastorale d’insieme della Chiesa che già c’è; che non separa nell’uomo il materiale dallo spirituale, che non si dona veramente se non nella misura in cui è disposto a ricevere. A voi a cui devo proporre un piano di lavoro, cari amici che volete venire a collaborare nella mia diocesi, formulando questo augurio, che la persona che tu sei in profondità scopra nel mio diocesano la miseria, perché così è, ma lo rispetti, al di là della sua indigenza e gli tenga una mano fraterna, non per portarlo al tuo livello, ma per capire la sua differenza ed aiutarlo nella sua originalità nella sua creatività; così diversi, ma complementari, tu e lui, possiate costruire un mondo di solidarietà dove amore e giustizia possano abbracciarsi sotto l’arcobaleno del Signore.