IL CREDO APOSTOLICO (3)

IL CREDO APOSTOLICO

 

29 Marzo 2004 – don Franco Giulio Brambilla

 

Credo nell’uomo

L’uomo non è un oggetto di fede. L’uomo non sta soltanto in un solo articolo del Credo. Nemmeno la Chiesa è sotto il verbo credo. Il verbo credere non regge un solo complemento, ma tre: credo a, credo che, credo in. Il nostro Credo usa il “credo in” ed è un complemento di moto a luogo figurato. I tre oggetti della nostra fede sono propriamente: Padre, Figlio e Spirito santo. È una fede trinitaria. Il complemento di moto a luogo figurato esprime l’uscire da sé ed andare verso Dio. La Chiesa è nell’articolo dello Spirito santo. Inoltre il verbo originalmente non è al singolare, ma al plurale, e ciò sia nel credo apostolico che in quello niceo-costantinopolitano che noi solitamente proclamiamo alla Messa. Il credo apostolico lo usiamo in forma interrogativa (Credete in?) nel sacramento del battesimo ed al sabato santo. Questo Credo si chiama apostolico perché, secondo la tradizione, sarebbe stato composto nei suoi dodici articoli dai dodici apostoli prima di separarsi. In realtà questa tradizione leggendaria custodisce una cosa importante, che questo Credo  è della comunità di Roma (II secolo). Dopo i primi credi interrogativi la cui origine si trova in Mt 28: “andate, fate discepoli tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo”. Questa struttura trinitaria ha poi avuto una declinazione nei primi tre articoli del Credo che conosciamo. Il Credo apostolico veniva consegnato ai catecumeni il sabato santo (sabato in tradizione Symboli) e non doveva essere trascritto, ma imparato a memoria e portato con sé in questo modo. La settimana dopo il catecumeno restituiva il Credo che gli veniva spiegato dopo. Il credo apostolico contiene anche l’articolo della comunione dei santi che il Credo niceo-costantinopolitano non contiene. Con la comunione dei santi ci si ricorda che noi abbiamo un legame profondo che ci unisce.  Il Credo niceo-costantinopolitano  è stato composto a partire dal concilio di Nicea (325) e poi finito al concilio di Costantinopoli. Il concilio di Nicea è stato indetto per rispondere ad Ario che negava la divinità di Cristo. Ario interpretava Gesù come colui in cui noi tutti siamo pensati e voluti ed è quindi quasi uno di noi, nel senso di un prototipo eccellente (come la Ferrari, non l’auto di serie), ma sostanzialmente è una creatura. Il concilio di Nicea aggiunge che “Gesù è Dio vero da Dio vero, della stessa sostanza del Padre”.  La questione si appiana solo dopo la morte di Sant’Ambrogio (397) e, per difendere la divinità di Gesù, san Attanasio andò in esilio cinque volte.

Nel Credo dove si parla dell’uomo? Si suppone sempre nei primi tre articoli. Nel primo articolo si proclama che Dio Padre è il creatore di tutto, quindi anche dell’uomo. Nel secondo articolo si proclama che Gesù è venuto per l’uomo e la sua salvezza; si è fatto uomo e riporta l’uomo alla sua immagine originaria con la redenzione. Nel terzo articolo si proclama di credere nello Spirito santo che è Signore e dà la vita, quella vita che noi uomini tutti cerchiamo.

Quindi l’uomo è creatura; è chiamato a seguire Gesù; questo seguire Gesù è un’operazione spirituale, è un dono dello Spirito.

In quale senso l’uomo è creatura? Tutte le religioni dicono che l’uomo deriva da Dio. Ma la religione cristiana non dice ciò solo in questo senso, che l’uomo è creatura. La bibbia dice anche che l’uomo, creatura di Dio, è costituito come capace di intrecciare con Dio un dialogo, un’alleanza, un patto, un cammino insieme, una vocazione. Anche presso gli Ebrei e poi nel N.T., viene prima l’esperienza della vocazione e poi l’esperienza della creazione intesa dalla bibbia. Ecco perché il “roveto ardente della fede” è il nostro incontro con il Signore Gesù. La fede non nasce come una teoria in generale, ma in un incontro vitale con Gesù, quale dono di Dio: mi chiama e quando io mi sottraggo, mi riporta a questa chiamata. Gesù non è venuto semplicemente per rimediare alle infedeltà dell’uomo rispetto a Dio, inteso solo come un restauratore, non come un titolare. Cristo non viene solo in seconda battuta; nel disegno di Dio, Cristo è il dono; tutta la storia è fatta su questo punto centrale dove Gesù è dato come dono all’uomo. L’uomo è il destinatario del dono di Dio. Noi non siamo stati creati per essere buttati là nel mondo in qualche modo come qualche filosofia del secolo scorso affermava, bensì per essere destinatari di una alleanza, di un dono. Se il cristianesimo non arriva a vivere il senso di questo dono, resta il cristianesimo del bisogno, che si rivolge al buon Gesù quando non ne può più. Il cristianesimo ha oggi il senso di Cristo come dono di Dio? Che la nostra non è una “religione per forza” od una “religione del bisogno”, bensì una “religione della libertà”, nel senso che il dono può essere accettato o rifiutato?

Partendo da questa esperienza fondamentale, si può andare alla radice e chiedersi: “se c’è un dono, c’è pure un donatore”. Chi è? Gesù ci ha detto che Lui è un dono del Padre. Il primo articolo del Credo non è “credo in Dio creatore del cielo e della terra”, ma “credo in Dio Padre creatore del cielo e della terra”. E se c’è un Padre, c’è anche il Figlio che ce lo ha portato; bisogna partire dal Figlio per capire il Padre. Gesù ci ha parlato di un donatore, il Padre, che ci ha creati capaci di incontrare il dono. Questa è l’idea della creazione biblica; l’uomo è una creatura libera. Per molti di noi “libero” significa che fa quello che vuole; come chi fa lo zapping con il telecomando, strumento di “onnipotenza”. Libero perché può vedere tutti i canali che vuole, anche se nessuno in modo intero. Oppure libero come chi è di fronte ad un quadrivio e può scegliere la strada che vuole e sempre da capo. Però questo tipo di libertà lascia una uomo che non ha mai visto niente di intero, non si è mai appassionato a nulla, non si è mai giocato, non si è lasciato coinvolgere.

L’incontrare non solo Gesù come dono di una libertà, ma l’origine del dono, che è il Padre, costituisce un’immagine della nostra libertà che diventa sempre più libera tanto più si gioca, si costruisce, fa storia. Ogni giorno, non come il replay di ieri, ma una storia nuova con le persone che incontrerò, con i sogni che avrò. E senza incominciare sempre da zero. Capire che hai due cose che non hai scelto tu e che ti sei trovate iscritte nel nostro corpo; uno è il volto (il corpo) e l’altro è il nome. Guardandoti allo specchio vedi due cose che non ti sei costruito, guadagnato, che il Padre eterno ha messo dentro perché rimangano scritte nella tua carne.

La vita è la costruzione di questa storia capace di rispondere al dono offerto, che è una chiamata a ricevere il dono. Questa è la cosa più affascinante della vita. Dalla parabola del seme: il seme cade sui sassi, sulla strada, sulle spine, però c’è il mistero del seme che cade sul terreno buono che produce il 30, il 60, il 100 per 1. Come mai, se il terreno è buono, produce diversamente? Questa diversità si legge come capacità di leggere dentro la propria esistenza, come capacità di ascolto.

Come fare? Cristo che ci rivela il donatore, ci mette nella condizione di ricevere continuamente questo dono. Questa è esattamente la funzione per noi dello Spirito santo. Lo Spirito santo costruisce una storia “spirituale”, che non significa una storia che fa la cose spirituali. Due esempi:

  • Santa Teresa d’Avila ha fatto una riforma importante stando dietro le grate del suo monastero ed in trenta anni ha costruito, da dietro le grate, 40 monasteri, cosa che nemmeno un parroco con il mal della pietra riuscirebbe a costruire in tre vite.
  • Madre Teresa di Calcutta quando morì, dopo quaranta anni di apostolato, aveva attratto già circa tremila consorelle nel mondo. Aveva incominciato a raccogliere chi era certo che stava per morire.

Ecco che cos’è un uomo, una donna spirituale; egli incide di più nel suo tempo. Se togliamo anche dieci papi del medio evo, forse non succede nulla, ma se togliamo san Francesco il medio evo si affloscia. Tutto questo è dono dello Spirito. Lo Spirito non è “una cosa” dentro di noi; è una Persona. Lo Spirito ci aiuta a diventare uomini e donne spirituali, cioè con un gusto profondo della vita, senza rassegnazioni. Lo Spirito fa tre cose:

  • Ci fa memoria del Padre di Gesù. Io non sono una libertà da solo, ma dentro questo mondo ove ci viene aperto l’orizzonte. Spirito creatore.
  • Ci mostra che non siamo solo in legame con il mondo, ma anche con gli altri; è principio di unità. Se non impariamo dallo Spirito, noi vediamo l’altro o come il mio doppio (è come me oppure cerco di farlo come me. Quando due fidanzati guardano assieme un panorama credono di vedere la stessa cosa, stesso colore, splendore; già dopo dieci anni di matrimonio vedono in stereometria, con due occhi diversi; più avanti sembrano due panorami diversi). L’idea del rapporto con gli altri non è quello di far tutti cloni, bensì di renderli tutti diversi, ma che suonino un’unica sinfonia. Individualità dentro una coralità. Lo Spirito è il principio dell’identità e della comunione; della diversità e dell’unità. La nostra comunione non è a spese della diversità, ma attraverso la diversità. Tutte le società che hanno immaginato un’unità a spese delle singole persone sono fallite. In questo senso lo Spirito fa la Chiesa..
  • Ci insegna il rapporto con noi stessi. Ci aiuta a realizzare questo rapporto. Gesù: “ora queste cose non siete capaci di sopportarle, ma arriverà lo Spirito della verità che vi insegnerà ogni cosa”. La verità non è una cosa intellettualistica, è la vita di Gesù (io sono la via, la verità e la vita). Lo Spirito ci aiuta a vivere la propria la propria esperienza spirituale come un’avventura.

Oggi non abbiamo più una visione progettuale della vita, una vita come vocazione. Oggi abbiamo bisogno di presentare alle persone un’immagine della vita umana, che è la vita cristiana, capace di affascinare. Non abbiamo più la grinta di rappresentare la vita personale come un’avventura, come un sogno. Nel rapporto uomo donna è necessario il sogno che poi prende carne e si chiama il figlio. È un sogno tanto reale che si realizza. Nel rapporto genitori figli bisogna avere un sogno comune ed anche nel rapporto di amicizia. Senza un po’ di questo sogno non si riesce ad essere uomini e donne spirituali. Anche nelle vocazioni occorre il sogno.

 

P.S. Libertà

  • “Libertà da”: è la forma adolescenziale della libertà. La libertà delle chiavi di casa per uscire da … (il così detto figliol prodigo; il figlio minore)
  • “Libertà di”: è la forma giovanile.
  • “Libertà per”: è la forma matura e richiama fede. L’uomo più libero è l’uomo più fedele.

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