IL CREDO APOSTOLICO
08 e 15 Marzo 2004 – don Alberto Cozzi
Credo in …
Perché la relazione con Dio si chiama fede? La relazione con Dio non si può chiamare solo fede; non è vero che tutte le religioni hanno chiamato solo fede la relazione con Dio e nemmeno ciò nella tradizione cattolica. Noi abbiamo nel nostro passato dei pronunciamenti autorevoli che dicono che la relazione con Dio è un rapporto conoscitivo. Io so che c’è un mistero più grande di tutto ciò che afferro nella mia vita e che questo mistero è un Dio personale, separato da questo mondo.
In che senso si parla di fede quando si parla della relazione con Dio? Ci sono tre indicazioni:
- - credere a … ovvero il credere esprime una relazione. Dio non è mai un oggetto neutro di fronte a me; è il termine di una relazione; è qualcosa che mi riguarda ed il mio comportamento è qualcosa che Lo riguarda. C’è una dinamica di affidamento; io credo a qualcuno di cui ho stima e di cui posso fidarmi; oppure credo a qualcuno perché non posso farne a meno. Questo “credo a” è segno che la vita è molto più grande di quello che riusciamo ad afferrare e che la vita è un mistero sempre condiviso che sporge rispetto alla nostra esperienza attuale.
- - 2) Credere che … ovvero la fede ha un contenuto. Oggi quest’aspetto è abbastanza problematizzato, non nel senso che la fede non abbia un contenuto, ma nel senso che ogni fede può trovare i contenuti che vuole che vadano relativizzati, cioè che la relazione con Dio può riempire di significati la vita. Si parla nell’interno della chiesa di “soggettivismo nel credere”. Ognuno si fa il suo credo mettendo insieme vari ingredienti.
- - Il “credere che” identifica l’immagine del contenuto della relazione. È troppo facile dire “io credo”, ma non ho un credo; è come se dicessi: “io ho relazioni di amicizia, non mi faccio un’idea dei miei amici; io ho una relazione di fiducia, ma non mi faccio un’idea di colui a cui do fiducia. Ciò non sarebbe una relazione umana. Il “credere che” è un’immagine che mi faccio del termine della mia relazione.
Lutero diceva che l’uomo si fa l’immagine di Dio che è un idolo e la sua fede lo rende schiavo. Invece la bibbia ci fa un’immagine della fede liberante e la mia fede mi rende signore della vita.
Il cardinale Dionigi Tettamanzi dice che la fede non è un’immagine di Dio che ti permette di afferrarlo, di dominarlo, di possederlo. La fede rimane sempre un affidamento all’interno di questa relazione con Dio.
Per gli antichi, l’incontro con Dio apre la ricerca, non la chiude. Perché chi ha incontrato l’infinito inizia a navigare verso orizzonti grandissimi. Se invece la fede è una dinamica di certezze che chiude la fede, vuol dire che non funziona bene.
- - Il “credere che” ovvero la memoria che fonda la relazione. Il cardinale usa l’immagine del credere che sa di antico; in quanto l’immagine ed i termini sanno di antico come quegli album di fotografie che ci ricordano una storia, un’esperienza; non di qualcosa che abbiamo inventato, scoperto adesso. I vestiti di quelle foto possono risultare antichi, ma i gesti che quelle foto rappresentano sono gesti dell’uomo e dell’umanità di ogni tempo. Questo “credere che” è un’immagine di una relazione che ci ha ospitato ed accolto ed è anche una garanzia. Nella bibbia il monoteismo è frutto di un’esperienza monogamica (Dio è l’unico nel senso che è l’unico sposo di cui mi fido; è l’unico amico che si è mostrato fedele secondo l’esperienza fatta): in questi duemila anni, direbbe Israele, ho visto che Adonai (il nome inpronunciabile di JHW) corrisponde all’unico Dio che salva e che non ho il diritto di porre fiducia in nessun altro. È il frutto decantato di una lunga esperienza. Il cardinal Martini avvertiva che la bibbia è un libro estremamente ricco nell’indagare in tutte le dimensioni della vita (sapienziale, storica, profetica).
- - Il “credere che” nella relazione con Dio in tutte le sue dimensioni. In altre parole il credo mantiene vive la memoria, le dimensioni, a tanto rapporto nella relazione con Dio impedendoci di semplificare la vita di fede perché viene proposta tutta la vastità in un rapporto con Dio, che include cuore e intelligenza, libertà non solo dei pensieri religiosi, il rapporto con gli altri e non solo le mie intuizioni segrete. Questo è importante per mantenerci aperti a tutte le dimensioni dell’esperienza religiosa. Il credere non è solo l’ora settimanale di catechismo e la messa domenicale, ma un’esperienza della vita molto più complessa per cui bisogna adeguare l’incontro con Dio a tutte queste dimensioni. Oggi tutti gli articoli di fede sono incomprensibili eccetto la carità; perché essa offre una relazione condivisibile che apre ancora il cuore all’incontro con Dio. Sugli altri aspetti (risurrezione degli angeli, risurrezione) è molto più difficile intercettare l’attenzione della gente che cerca Dio.
- - 3) Il “credere in”. Direbbe sant’Agostino, la fede è cammino; è esperienza di una attrazione che trasforma; non credo solo a Dio; non credo solo che certe verità sono da ritenere vere, ma “credo in” nel senso di un cammino che piano, piano avvolge tante dimensioni della vita nel senso di attrazione. Di per sé Gesù ha detto nel Vangelo che “nessuno viene a me se non è il Padre ad attirarlo”, nessuno Lo riconosce come il Kyrios se non è lo Spirito che lo grida in noi, se non ci è dato, in qualche modo, questo “credo in”. La fede è una grazia. Dio, se ci vuole incontrare, ci deve anche dare la capacità di riconoscerlo, di incontrarlo. Peraltro la fede è una dimensione inevitabile della vita; noi viviamo di fede: quando uno sale sull’autobus crede anche che l’autista non sia depresso e non abbia voglia di ammazzarsi se no non vi salirebbe. Noi non dominiamo la totalità della vita; noi riceviamo la vita in uno scambio che non possiamo controllare. Tanto è vero che quando ci avvelenano la carne e l’acqua minerale, si crea l’angoscia perché non possiamo controllare tutti gli aspetti della vita.
- - Di fede viviamo. La grazia ci aiuta a realizzare la fede nel contatto con Gesù Cristo inserendoci in un nuovo rapporto con Dio come Padre.
In Dio …
- Molti hanno subito il problema dell’esistenza di Dio: molti dicono: «ma questo Dio c’è o non c’è?» Il problema non può essere immediatamente posto come “Dio esiste o no?” ma “quale Dio esiste?” oppure “che cosa esiste come Dio?” Ci sono rappresentazioni di Dio (o degli angeli o del demonio) tali per cui è meglio che tale Dio (o angeli o demonio) non esistano. Di fronte a tali domande radicali occorre fare molta attenzione e verificare bene quale immaginazione sta dietro a tali domande. Che cosa è una sciocchezza, oppure un’entità che fa pensare, oppure un simbolo che interroga la tua vita?
- Intanto la fede non pretende di tenere in pugno Dio in una rappresentazione umana; la fede è quella conoscenza di Dio sicura e certa sufficiente per fondare un amore totale a Dio al di sopra di ogni cosa. La bibbia non dice: «io ho l’ultimissima parola su Dio». Ci saranno evoluzioni della scienza, altri modi di rappresentarsi l’universo. La bibbia dice: «io ti do la nozione più bella di Dio capace di fondare un amore di Dio al di sopra di ogni cosa». Se ci si lascia educare a questa rappresentazione di Dio si incontrerà un Dio amabile al di sopra di ogni cosa. Uno che ha raccolto questa sfida è Mohammad (Maometto) il quale afferma che noi non dobbiamo avere nessuna rappresentazione di Dio; Allah il supremo è incomparabile; noi dobbiamo fare solo dei gesti di preghiera essenziali, anche molto formali, senza immaginare niente per ubbidire a Lui che è tutto e noi non siamo niente e, se ubbidiamo a Lui che è tutto e noi non siamo niente, ci donerà il Paradiso; non abbiamo bisogno di conoscerlo per andare in Paradiso che è quel limbo pieno di odalische e di cibi buoni in cui l’uomo sarà contento. Cristiani ed Ebrei al riguardo dicono no; il Paradiso è semplicemente questo: “la vera conoscenza di Dio come il bene supremo della nostra vita; per cui la nostra fede è pregustazione, anticipazione di questa bellezza di Dio, conoscenza di Dio capace di fondare un desiderio al di sopra di ogni cosa.
- Questa non è una sfida da poco; i mussulmani dicono: “non ci sembra che voi cristiani abbiate una conoscenza di Dio che vi trasporta verso un amore così grande; preghiamo più noi che lo facciamo formalisticamente per adempiere alle leggi coraniche”. La fede per noi cristiani è la percezione di questo essere interpellati, preceduti da Dio. San Francesco nella biografia di San Tommaso da Celano direbbe: “sono stato assediato da Dio. Ha messo attorno a me una siepe fin che non mi ha conquistato”. Anche Sant’Agostino ha avuto questa percezione: “hai gridato, hai rotto la mia sordità e ti ho trovato” . E Geremia: “mi hai sedotto, Signore e mi sono lasciato sedurre”. La fede è la sorpresa di fronte a questo essere visitati, interpellati da Dio, almeno nella forma di un’esigenza posta nel cuore che ci attira verso Dio in un modo nuovo. Il cristiano è preoccupato di avere per ogni stagione della sua vita una conoscenza di Dio sufficiente per amarlo in modo giusto; non posso volere nulla se prima non lo conosco e tanto più lo conosco, tanto meglio lo desidero. Ci sono giovani universitari che hanno lasciato la conoscenza di Dio al tempo della Cresima e vorrebbero amarlo con la cultura universitaria, ma con l’immagine di Dio di un ragazzo di undici anni; questo non è possibile nemmeno dal punto di vista umano; devo proporzionare la mia conoscenza di Dio ad una serie di domande ed esigenze culturali perché il mio desiderio sia veramente attratto da questo Dio che conosco.
- La fede non sostituisce mai la conoscenza di Dio. È vero che ci sono spazi mistici di fede in cui si purifica molto l’immagine che abbiamo di Dio; ma anche questo è un dono, quando l’attrazione è più forte delle immagini che ci facciamo di Dio. Jean Luc Marion dice: «la fede è riuscire a passare dall’idolo all’icona». L’idolo è uno spettacolo che riempie lo sguardo; è una realtà così grande e così bella, nella forma della statua, della celebrazione riuscita, del tempio meraviglioso che riempie lo sguardo ed il cuore e che fa tremare per cui si dice: “qui c’è il divino”. L’icona, invece, è uno sguardo che mi guarda. È un volto che mi guarda e non riempie il mio cuore, ma m’interpella, mi pone un interrogativo. L’idolo è una realtà che appaga, riempie il cuore, sazia. L’uomo cerca l’idolo anziché Dio per riempire la sete d’infinito, la nostalgia di trascendenza. Invece l’icona, sguardo che mi guarda e mi scomoda, tiene aperta la mia ricerca. Dio nel crocefisso sembra essere più uno sguardo che mi guarda che uno spettacolo che riempie la mia nostalgia ed il mio bisogno. Questa è la dinamica vera della fede.
San Paolo in 1cor 13 dice: “quando lo conosceremo come siamo da Lui conosciuti avremo superato la conoscenza di Dio per enigmi e nell’incertezza. Lo conosceremo come siamo da Lui conosciuti”. È uno scambio di sguardi. In 1cor 8: “chi crede di sapere, non ha ancora capito come bisogna sapere, ma chi ama conosce Dio, anzi è da Lui conosciuto”. Per Hegel la conoscenza dello Spirito assoluto è lo sguardo in cui Dio mi guarda. Anche nell’induismo il Brahman è quel grande sguardo in cui l’uomo si conosce. Evidentemente Dio non è un oggetto di fronte a noi ed a nostra disposizione.
Padre
La paternità di Dio è il contenuto di una relazione storico-salvifica. È il frutto di una memoria.
- - Dire che Dio è Padre significa che Dio si comporta come un padre (Os 11). Subito obiettate che ciò dipende dall’esperienza del padre. Ma nella bibbia i due termini sono sempre detti insieme in una circolarità. Nella bibbia dire che Dio si comporta come un padre significa che Dio ha cura di noi e noi gli siamo preziosi. Ma significa anche che Dio, che si comporta come un padre, castiga quelli che ama per educarli e chi ha incontrato Dio ha scoperto che Dio è un grande educatore, non è oggetto di una esperienza pacifica, Dio è esigenza di un cammino. Dire che Dio è padre significa che Dio è impegnato in una relazione con noi che contempla il comportamento del padre, protegge ed educa, sostiene e fa camminare, perdona per convertire, castiga per correggere e purificare, … Per un mussulmano è impossibile affermare che Dio è padre perché è un termine idolatrico, Dio non genera, non ha questo tipo di rapporti; la vera ragione è perché il Corano non rivela una relazione di Dio con noi; il Corano non è depositario di una promessa secondo la quale Dio cammina con noi, il Corano dice solo che devi obbedire, sottometterti a Dio perché Lui sia Signore di tutta la storia. La bibbia è la testimonianza di un cammino: Dio che è padre, è un educatore che cammina con noi e ci aspetta in un processo di crescita.
- - Dire che Dio è Padre significa che Dio ha una relazione speciale. (Sal 2 e 110) Questo valeva specialmente con il re d’Israele: è figlio di Dio nel senso di un incarico, di una missione, di un compito. Dire che Dio è padre del re Davide significa che Dio gli ha dato fiducia in vista di una missione, di un compito. Questo è già un significato vicino all’esperienza di Gesù. Anche per Israele la bibbia dice che Dio è padre del popolo in vista di una missione, di un segno tra le genti. Quindi segno speciale di elezione, di contatto privilegiato per una missione. Al riguardo i mussulmani obiettano che per la bibbia Dio è troppo parziale, esclusivista; perché avrebbe dovuto amare Israele tra tutti i popoli? Secondo la tradizione ebraica-cristiana Dio concentra il suo amore per mostrarne la misura affinché tutti abbiano la percezione del “fin dove Dio è disposto ad amare e si affrettino per rispondere”. L’amore di Dio non deve essere generico come la luce che raggiunge tutti, ma personalizzato per mostrare la misura dell’amore. Ciò vale in concreto per l’amore coniugale: si può dire qual è l’amore coniugale in una coppia se si mostra fin dove esso arriva, concretizzato nella loro storia.
- - Dire che Dio è Padre nel senso dell’invocazione, dell’appello (Is 63,7-64,11) presente nella preghiera di Isaia dell’Israele perseguitato: “chi ha detto che sei nostro padre e dove sei adesso?” Quasi a dire che la paternità di Dio è il fondamento della relazione con Dio che deve rimanere al di là della crisi più nera. Ciò si realizza sulla croce quando Gesù non ha più nulla, non più il regno, i discepoli, i miracoli, la parola, solo il grido “Elì Elì lemà sabactàni” ed in questa situazione il centurione dice: «davvero costui è il Figlio di Dio!». Questo sembra segnalarci che l’unica cosa che rimane a Gesù è la sua relazione con Dio come abbà suo. Se dovesse risuscitare dai morti, che cos’è questa risurrezione? L’espressione di quella relazione con il Padre che lo fa risuscitare dai morti e che è più forte della morte.
La vita di Gesù sembra essere una purificazione per lasciar emergere l’unica cosa che conta: il contatto con Dio che è Padre, più forte della morte, del regno, della profezia perché è il fondamento di tutto.
Questi tre livelli della paternità di Dio rivelano per noi cristiani, a differenza degli ebrei, che la paternità di Dio è ciò che c’è in gioco per la salvezza. Quando si legge la bibbia, che non è una storia edificante, è piena di tradimenti e di adulteri, rimane alla fine la domanda: «Perché Dio ha ricominciato ogni volta se l’abbiamo deluso sempre?» Geremia dice: «Ci hai amato di un amore eterno; per questo rimango fedele». Nella storia con Dio c’è in gioco un rapporto eterno, radicato nell’essere di Dio che noi chiamiamo paternità ed è ciò che Gesù ha realizzato nella sua vita creaturale e ci ha rivelato fino in fondo. Perché Dio è creatore? Perché è padre. Perché è salvatore? Perché è padre.
Dall’invocazione (Abbà) al comportamento del Padre: il mistero di Gesù. Gesù realizza tutte queste cose: “se vuoi capire il mistero della mia vita, non cercare il profeta, non cercare il Cristo secondo le attese del mondo giudaico, non cercare il creatore che addobba i gigli del campo, devi cercare il Padre. E se hai trovato il Padre, hai trovato il significato di tutte le altre immagini di Dio. Ma questa paternità di Dio è frutto dell’esperienza con Gesù ed è l’esperienza di Gesù.
Onnipotente
Questo termine, onnipotente, nella nostra fede, non significa che Dio può fare tutto ciò che vuole. Nella scrittura il termine significa che Dio può salvare il suo popolo e che non incontreremo mai nella vita nessuno più potente di Dio e che abbia l’ultima parola nei suoi confronti. È l’esperienza della signoria di Dio che ci può salvare in qualunque esperienza della vita.
Il senso islamico dell’onnipotenza e della divina grandezza è che Dio è tutto e noi siamo niente. È il famoso simbolo del 10; Allah è 1 e noi siamo 0; per siamo tanti zeri che acquistano valore se c’è davanti l’uno di Allah.
Nella scrittura l’onnipotenza di Dio è la sua fedeltà che può venirci a salvare qualunque sia la nostra condizione disastrosa. L’esperienza di Gedeone a cui Dio dice: «Sei venuto a liberare Israele con diecimila uomini? Riducili a mille, perché sono io a salvarti».
Il dominio di Dio su ogni creatura ha il senso che noi da Dio abbiamo tutto e la nostra esperienza è all’interno di una relazione in cui Dio dona. Paternità ed onnipotenza ricevono contenuto da una certa memoria; non sono sensi di per sé immediati: sono il risultato di una memoria dell’agire salvifico di Dio, della memoria della vita di Gesù. La domanda più vera è: «Quali gesti o parole od esperienze della vita di Gesù devo sottolineare per dare la percezione della paternità di Dio?». Il papà che abbandona la famiglia non sono una sfida per il cristiano che dice: «Però guarda quell’esperienza di amore e di accoglienza per cui si sperimenta che la paternità di Dio è più radicale delle proprie esperienze negative di paternità».
Similmente, per quanto concerne la teologia femminista nord americana e tedesca ove il termine padre è connotato in senso maschilista. Nella scrittura Dio è un padre molto materno che gioca in ambedue i ruoli: creativo e educativo nei rapporti delle sue creature.
Creatore del cielo e della terra
Dall’incontro con Dio al mistero della creazione: un incontro così decisivo che … è dall’origine.
Perché parliamo di Dio creatore? Perché l’incontro di Dio in Gesù è stato così bello, così profondo e così radicale, che i credenti hanno detto: «ma questa cosa non è improvvisata; esiste fin dall’origine, anzi, è inscritta nell’origine di tutto». Un’esperienza bella e vera si inscrive nell’origine, ne colgo l’origine; questa è un’operazione della bibbia quando parla della salvezza. Non si può parlare del passaggio del Mar Rosso se non ridescrivendo la creazione: secondo la redazione sacerdotale, Dio separò le acque del Mar Rosso, come all’origine del mondo Dio separò le acque dalla terra, le tenebre dalla luce, il cielo dal basso. Nel passaggio del Mar Rosso noi abbiamo sentito la forza creatrice di Dio. Qualche teologo direbbe: «Per forza la rivelazione della salvezza doveva passare dalla morte; per dare la percezione che Dio ricrea al di là della morte». E questo è il mistero di Gesù. Nel Credo noi torniamo a parlare del creatore non per fare ipotesi sull’origine del cosmo, questo lo lasciamo agli scienziati, ma per cogliere la forza dei doni salvifici di Dio ove è presente la sua potenza creatrice. Quest’esperienza è talmente vera che c’è in gioco un dono che è fin dall’origine; la risurrezione fa subito pensare alla potenza del Creatore, tanto che Gesù è subito pensato come il nuovo Adamo; il primo era carne; questo è spirito datore di vita; Gesù è la nuova creazione.
San Tommaso d’Aquino diceva che la creazione non è tanto una composizione di materiali chimici od energie, ma la creazione, per noi credenti, è una certa relazione in cui io ricevo tutto da Dio ed io non ho nulla da me che non abbia ricevuto: creatio est quedam relatio. Questa esperienza creatrice la si incontra ad un proprio limite o con l’esperienza del riceversi dall’altro. È una relazione di dipendenza totale; io mi scopro come dipendente dall’altro.
Il come ed il quando dell’origine è un’esperienza molto più articolata che ci chiede di verificare dell’origine della materia, dell’energia, del sistema solare, … Da questo punto di vista la fede è sempre stata molto discreta. Nel senso che tu mi dici che esiste solo la materia, mi dai gli strumenti per misurarla e per spiegare l’origine di questa materia mi dici che basta un’esplosione cosmica migliaia di miliardi di anni fa. A partire dall’esperienza attuale della realtà, quella è la sua origine. Questa è l’esperienza esaustiva della realtà?
La precisazione: “Dio è creatore del cielo e della terra”. In termini biblici “cielo” e “terra” sono polarità: alto e basso che significa “tutto”. Al di la di ciò c’è un altro significato; il cielo, per l’uomo antico, è il mondo ideale; il cielo sono le stelle che si muovono in modo regolare e non mutano. Dunque le stelle sono divinità, parte del mistero di Dio? No, secondo la scrittura, solo creature di Dio; rimandano ancora una volta al mistero del creatore. Viceversa, la terra, è luogo della nostra esperienza e della nostra caducità. Che significa che Dio ha creato la terra, la materia, il corpo? Che Dio vide che era cosa buona. Se nella mia esperienza non percepisco che la materia è cosa buona, la mia fede mi vuole dare l’indicazione che anche la materia è cosa buona. La scrittura ci spinge a verificare: Non solo il cielo e gli astri sono cosa buona, ma anche tutte le cose di terra, nella loro caducità, sono cosa buona. Nello sguardo di Dio, occorre cogliere il significato di questa terra che è pur sempre ciò di cui viviamo e materiale di quello scambio che realizza rapporti di servizio e di comunione.
Credo in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte; salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente; di là verrà a giudicare i vivi e i morti
Sarebbe interessante confrontare il testo del credo apostolico da quello che solitamente recitiamo a Messa per verificare le parti che mancano, che sono state aggiunte a partire dal 325 A.C. e per verificare che cosa è stato tolto, per esempio la discesa agli inferi. Questa discesa agli inferi, di per sé, non è più comprensibile ed intelligibile, specialmente nella chiesa d’occidente.
Questo articolo di fede su Gesù è composto da due poli, due dimensioni:
- Il primo è il polo confessante, una specie di giudizio di fede. E raccolto in tre titoli: CRISTO, FIGLIO e SIGNORE (Kyrios). È “il chi è Gesù”.
- Il secondo è un polo narrativo, la memoria di Gesù: nato da Maria Vergine secondo lo spirito, patì, fu crocifisso, morì, risuscitò, salì alla destra del Padre, lo aspettiamo nella gloria per il giudizio. È un momento di narrazione: che cosa è capitato a Gesù per essere così importante.
Sia nell’elemento di confessione, che nell’elemento di narrazione, il Credo non dice tutto su Gesù, non dice le cose che ci interesserebbero di più. Per quanto riguarda i titoli di Gesù, nel Vangelo ci sono molti modi di chiamarlo: rabbì (maestro), profeta, figlio dell’uomo, il giusto, ecc… tutti titoli che non si usano nel Credo. Gli apostoli selezionano tre titoli significativi: Cristo, Figlio e Kyrios (Signore). Perché essi hanno selezionato questi tre titoli? La teologia ne trova la ragione:
Gli apostoli hanno selezionato quei titoli che esprimessero meglio l’incontro con il Risorto. Questi titoli esprimono un “nuovo incontro con Gesù dopo la sua morte”. Non sono significati più o meno comprensibili che i discepoli hanno applicato a Gesù, ma titoli che esprimono la sorpresa dell’incontro con Gesù, cioè “come mai dopo la sua morte egli è ancora presente fra di noi?” Perché è Cristos (Messia) oppure perché è Kyrios (Signore) che è il nome riservato a Dio, ad Adonai, a YHW, oppure perché è il Figlio che ha un contatto speciale con il Padre. Questa selezione di titoli esprimono adeguatamente l’incontro con il vivente. Questa affermazione è importante perché vi sono alcuni teologi cristiani (anglicani, presbiteriani), i così detti teologi pluralisti, che dicono: «invece di chiamare Gesù con il nome di Cristo, o Signore, o Figlio di Dio, cambiano nome; lo chiamiamo il “grande Guru”, il “maestro di sapienza”, il “grande antenato”, che sono nomi più comprensibili per i buddisti, per il popolo dell’Asia». Ma la Chiesa dice: «non vorremmo cambiare questi titoli perché essi esprimono un certo contatto con il Risorto». Il criterio di questa scelta dei titoli è che essi esprimono qualcosa di Gesù durante la sua vita terrena.
I titoli
- Cristo esprime il concetto che con Gesù si erano compiute le promesse fatte ai padri. Gesù è Cristo significa che Gesù ha adempiuto le promesse, ci donato il Pane, come Mosè ci aveva donato la manna; ha guarito dalle malattie, ha liberato dai peccati e ci ha donato la nuova legge come aveva fatto Mosè. Il termine Cristo coglie un aspetto della vita di Gesù che ha fatto gesti che realizzano le promesse di Dio. Quando gli apostoli incontrano il Vivente, questa dimensione del Cristo sembra adeguata per cogliere il mistero di questo Gesù che vive nella Chiesa.
- Il termine Kyrios (Signore) esprime l’esperienza fatta dai discepoli che Gesù aveva una grande autorità (Lexusìa). “Parlava, non come gli Scribi ed i Farisei, ma come uno che ha autorità”. Max Weber, sociologo tedesco, diceva che Gesù è una personalità carismatica. Una persona carismatica è una persona che brilla di luce propria, non riceve luce dagli altri. Quando Gesù parlava, la gente diceva: «ma quest’uomo ha ragione, dice una parola che comunica la vita, non dice chiacchiere». Poi c’è anche l’autorità di Gesù sui nemici del regno di Israele, di Dio, quali il male, la malattia, …Dicono gli apostoli quando incontrano Gesù: «Allora costui è veramente il Kyrios»; è quell’autorità, quella signoria sulla vita, quella capacità di opporsi alla morte, al male e a tutti i suoi segni che si è manifestato anche attraverso la sua morte.
- Figlio, è il terzo titolo selezionato, che alcuni traducono con “servo”, che però interessa meno. Il titolo “figlio” è strategico perché ci ricorda quell’intimità con Dio che Gesù ha esibito durante la sua vita. Intimità con Dio che lo rendevano anche “sfacciato” nei confronto degli altri uomini di Dio che lo rendeva molto libero. Gesù dava l’impressione di avere un suo contatto con Dio che gli permetteva di giudicare ogni altra esperienza di Dio; addirittura di dire quando il tempio non era più purificato per accogliere l’incontro con Dio. Il termine “figlio” (Abbà, papà mio) sembrava esprimere bene questo nuovo contatto con Gesù: quando gli apostoli incontrano Gesù, sembrano dire: «ma allora Costui è veramente il Figlio che ha un contatto con Dio più forte della morte e del male in ogni sua forma».
Anche a questo livello narrativo è stata fatta una selezione; non si parla di miracoli, delle parole di sapienza di Gesù. Si dice della sua nascita, morte e ritorno in vita. Sono selezioni della storia di Gesù capaci di cogliere il segreto della sua vita e della sua persona; è come se io dovessi scegliere per un mio caro che è morto, una fotografia od una attività che dica: «questo era lui». Come stanno insieme i poli della confessione, i titoli ed il racconto? Il giudizio e la memoria? Il Vangelo per spiegare ciò usa il famoso episodio di Cesarea di Filippo, la professione di fede. «Chi dice la gente che io sia?» Gesù si è dimostrato una persona estremamente libera; non ha paura del giudizio di alcuno; non sta chiedendo ai discepoli «che cosa la gente pensa di me; che figura sto facendo?». Gesù chiede ai discepoli che cosa sta capitando da quando Lui è entrato nella loro vita, nella storia. È il giudizio di fede. I discepoli si lanciano: “è ricomparso un profeta, la sapienza tra noi, Giovanni Battista che porta avanti le sue opere; solo Pietro dà la risposta esatta: «tu sei il Cristo», cioè si realizza il compimento delle promesse, è arrivata la signoria di Dio. Dio governa il mondo, non la cattiveria degli uomini e del loro potere. Secondo Matteo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» ed allora, sempre secondo Matteo, Gesù guarda con tenerezza Pietro e gli dice: «benedetto tu Pietro, figlio di Giona perché ne la carne ne il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli»; cioè hai proprio capito che cosa succede da quando io sono qui. Sempre in Matteo 11 si dice che nessuno può conoscere il Figlio se non per dono del Padre.
Il secondo passo del brano è che Gesù impone il silenzio. Questo fatto, specialmente nel Vangelo di Marco, è molto interessante. Perché? Sembra dirci il Vangelo: «ti sei fatto un’idea di quanto succede da quando io sono entrato nella storia; ti sei accorto che io faccio il Cristo perché sono il Figlio di Dio tra voi. A questo punto, taci. Devi lasciare che Gesù ti faccia vedere come si fa a fare il Figlio di Dio. Questo voi non lo sapete; ve lo faccio vedere io andando fin sulla croce».
Non basta il polo confessante: tu sei il Signore, il Cristo, il Figlio di Dio; ci vuole la memoria: “come tu hai voluto fare il Cristo, hai voluto fare il Figlio di Dio, hai voluto fare il Signore della nostra vita”.
A questo punto c’è il terzo passo, che è la tentazione del discepolo: Pietro che esce dalla fila dei discepoli e va di fronte a Gesù e gli vuole insegnare come si fa a fare il Cristo, il Figlio di Dio. Perché Gesù avrebbe dovuto fare il Figlio di Dio andando su una croce? Per l’idea che Pietro aveva del Cristo e del Figlio di Dio, non si fa così a fare il Cristo. E Gesù gli dice: «torna indietro, seguimi e guarda come si fa a fare il Cristo, il Figlio di Dio».
Questa indicazione dei sinottici è interessante perché ci dice che i cristiani non sono quelli che dicono, come mistero, Gesù è il Figlio di Dio, il Cristo, ma sono quelli che, dopo aver detto così, lo seguono per vedere come Lui ha fatto il Cristo, il Figlio di Dio. Questo è decisivo; è il mistero della croce. Potremmo dire: “dalla fede alla sequela, imitazione di Gesù. Dalla scoperta del dono grande che è Gesù, all’imitazione, al ricordo di come Gesù ha realizzato quel dono grande di Dio”. La Chiesa ha detto: “il cristianesimo è un’esperienza di vita che richiede un’iniziazione cristiana, l’introduzione ad un cammino”. Non tanto insegnare ad un ragazzo del catechismo delle formulette, bisogna dare la verità su Gesù ed il cammino di Gesù. Il giudizio di fede e la sequela. Anche i demoni conoscono e tremano, diceva l’apostolo Giacomo, ma un conto è sapere e tremare, un conto è seguire. San Francesco de Paoli diceva che ci sono due cose che Satana non farà mai: un gesto di umiltà ed un gesto di carità sincera come quella di Gesù. Su tutto il resto, anche una lezione di teologia Satana ha da insegnarci moltissimo.
Gesù si mostra sempre riservato dal concedere miracoli a destra ed a manca poiché i beneficiati rischiano di non capire la fedeltà di Dio in questi gesti che sono un segno della fedeltà di Dio che può cambiare la vita, anche se poi Gesù si lascia sorprendere dalla fede di alcuni pagani.
Gli apostoli fanno la loro memoria della fatica di seguire Gesù raccontandoci umilmente tutte le loro figuracce. Ci raccontano le loro figuracce per renderci attenti. Un giorno che lo avevamo seguito lungo la strada, Egli ci ha chiesto: «di che cosa stavate parlando lungo la strada?» E noi ci siamo sentiti dei vermi. Stavamo litigando su chi fosse il più grande. Lui, preso un bambino, lo pose in mezzo e disse: «chi vuol essere il primo sia il servo di tutti ed accogliete questo». Raccontano le loro figuracce dicendo ciò che loro capivano e ciò che Gesù cercava di far loro capire. Hanno detto che hanno dovuto aspettare la croce ed il dono dello Spirito non per capire chi è il Figlio di Dio, ma per capire come Gesù ha fatto il Figlio di Dio e perché ci voleva quella strada. Ai discepoli di Emmaus Gesù disse: «siete tonti e tardi di cuore a capire, non perché non avete creduto alle donne che vi hanno detto che sono risorto» a quei tempi non si usava molto credere alle donne «ma perché non avete capito che è scritto nella storia di Dio con l’uomo che il Cristo doveva fare questo, doveva andare sulla croce». Questo è il cammino della libertà del Figlio di Dio ed il fondamento della salvezza.
Gesù ovvero Dio salva. È un nome personale che dice l’identità di destino e missione. È il nome che l’angelo ha comunicato alla Madonna od a Giuseppe a seconda delle versioni. Ciò che è importante non è che significa “Dio salva”, anche Giosuè significa la stessa cosa; ciò che è importante è che “Gesù” identifica una missione con il suo cammino personale. Gesù non è venuto sulla terra a fare qualcosa per salvarci; Gesù è venuto sulla terra a vivere la sua vita, e vivendo la sua vita, ci ha introdotto nella salvezza. Questo è uno dei misteri più grandi della nostra fede. Il Budda, l’illuminato, ha detto cose bellissime che valgono e varranno sempre al di la della sua persona; Muhammad (Maometto) ci ha lasciato profezie interessanti sull’unicità di Allah, il Dio, che valgono al di là della sua ispirazione. Noi cristiani diciamo invece, che la missione di Gesù coincide con il suo destino, la sua vita, la sua persona. Gesù non ha chiesto ai discepoli: «che cosa sto facendo?» ma «chi sono io per voi e per la gente?». Cioè, se vuoi capire la missione, devi capire chi sono io, qual è la mia identità nuova e vera.
Gesù vive la sua vita come se avesse una scadenza, un appuntamento, un’ora; eppure non ha mai un programma. Lui incontra un lebbroso e si comporta come se ciò è l’unica cosa che ha da fare. Incontra un fratello che ha bisogno e si ferma con lui come se fosse la cosa più urgente di questo mondo. Ha un fine della sua missione eppure ha estrema libertà di interpretarla attraverso incontri quasi casuali. Lui passa sulla riva del lago. Vede dei pescatori e dice: «venite, siete pescatori di uomini» e quelli lo seguono. Martin Weber: «Gesù sequestra la vita della gente senza battere ciglio». Non dice: «venite con me; c’è una scuola …» ma «venite con me; vi introduco nel cammino della salvezza». È identità di destino e di missione, di tensione e di incarico. In termini teologici, Gesù non viene a portarci qualcosa che viene dopo di Lui od in occasione di Lui, Gesù viene a portare qualcosa portando sé stesso. Tanto è vero che i cristiani dicono: «l’unica cosa che ti chiedo è stare in contatto con il Signore; o ascoltando la sua parola, o partecipando alla sua mensa, o facendo memoria dei suoi gesti». È identità di missione e di destino.
Cristo è il nome di una missione, quella del Messia. Il nostro cardinale: «Attribuire questo appellativo a Gesù significa riconoscere che in Lui si sono adempiute le promesse di Dio». Per cui, prima di insegnare che cosa vuol dire Cristo, bisognerebbe, con la bibbia, reimparare quali sono le promesse di Dio ed i nostri desideri, perché la bibbia serve ad educare i nostri desideri. Qual’è la sete grande che abbiamo nel cuore e come Dio la vuole soddisfare. È Lui il compimento vivo di tutte le profezie. Credere in Cristo significa che Dio non si accontenta del nostro mondo così com’è, ma lo vuole trasformare, rinnovare, condurre alla sua piena verità.
Ogni volta che dico “Gesù è il Cristo” dico che Dio ha nella storia una promessa di vita piena che vuole realizzare con me. La bibbia chiama “alleanza” quel tipo di patto con Dio per realizzare questa promessa: la forma minima: se tu mi stai fedele, io ti porto nel regno dei cieli. L’alleanza è quella strategia, quella relazione che garantisce il passaggio dalla strategia al compimento, dal desiderio alla realizzazione e questo si è compiuto in Gesù. Ogni uomo, che, in quanto uomo è religioso, vive un’alleanza con Dio, anche attraverso gli oracoli dei testi Veda sul sacrificio, attraverso i testi filosofici indù di sapienza. L’uomo cerca qual è quel patto con Dio per essere felice anche attraverso l’incognita del futuro. La bibbia chiama questo rapporto “alleanza” ed il credente sperimenta perfino sulla croce che Dio è fedele e nulla lo potrà distruggere.
Figlio unico dice un nuovo contatto con Dio all’interno di una relazione nuova svelata dal Padre. Mt 11 e Lc 10: “nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio”. Dunque se vuoi conoscere Dio come Padre, devi entrare nel mistero di Gesù, far memoria delle sue parole e puoi conosce il Figlio se il Padre ti attira. Ogni volta che un battezzato dice con il cuore che Gesù è il Figlio di Dio è perché il Padre lavora nel suo cuore. E se si lascia attirare lo Spirito del Figlio trasforma la sua vita.
Dice il cardinale: «Nella sua identità più profonda e originale, la fede cristiana è condivisione dell’atteggiamento interiore di Gesù verso il Padre, è un venire immedesimati in Lui ed un essere partecipi della sua stessa vita». La vita e gli scritti dei santi indicano come si esperimentano questi misteri del Padre. Come santa Teresina di Lisieux ha sperimentato la paternità di Dio, santa Caterina di Siena, la sua esperienza filiale e attraverso quali purificazioni! Dire che Dio è Padre è sempre un cammino profondo, a volte lacerante. Ci può essere la tentazione di dire ai ragazzi della catechesi che l’esperienza della paternità di Dio è così dolce, così bella, così scontata, che la fanno tutti. A volte invece il cammino della paternità di Dio è così crocifiggente, che il percorrere quella strada è proprio un dono dello Spirito. Perché devi porgere l’altra guancia? Per essere perfetto come il Padre, per essere Figlio.
Kyrios significa che l’ultima parola sul mondo, sulla vita dei credenti non spetta a qualche potenza mondana, ma solo a Gesù, signore del mondo nuovo che Lui stesso è venuto ad inaugurare. Nel Nuovo testamento Kyrios è il titolo dell’invocazione piena di nostalgia. Apocalisse 22,20: il grido della sposa che grida: «vieni, Kyrios! Vieni Signore Gesù» ed è quell’invocazione che anticipa la Gerusalemme celeste. Il titolo “Signore” non è una potenza che schiaccia, ma un contatto che riempie il cuore di nostalgia. Probabilmente i cristiani hanno sempre usato il termine Kyrios nelle assemblee liturgiche, preghiere, invocazioni, canti che sono momenti di nostalgia.
Gli avvenimenti centrali
- (1) la nascita
“fu concepito di Spirito santo”. La bibbia dice di un intervento diretto di Dio che forma un nuovo inizio; l’azione speciale di Dio in Gesù fu dal concepimento e non successivamente. In Gesù ci si deve aprire all’azione nuova dello Spirito.
Dio opera attraverso la storia e la natura. Quando Dio vuole operare saltando l’azione della natura, la bibbia dice che è arrivato lo Spirito di YHW, la forza vitale ed è successo qualcosa di nuovo. Dunque dire che Gesù è concepito di Spirito santo vuol dire che Dio non affida la nascita di Gesù alla successione delle generazioni, ma ad un intervento nuovo; nella seconda parte la stessa cosa: “nacque da Maria vergine”. Anche nel Corano c’è una Sura bellissima sulla verginità di Maria nella quale Maometto, che orecchiava il racconto dei monaci cristiani, diceva che Gesù, (Kalì Allah), la parola di Allah discesa dal cielo, si è in qualche modo fatta carne nell’argilla che Allah ha plasmato direttamente nel grembo di Maria. Come Allah aveva plasmato Adamo, così direttamente Allah plasma Gesù, il nuovo Adamo, direttamente nel grembo di Maria. Non c’era bisogno di un uomo perché non c’era bisogno della successione delle generazioni. Perfino il Corano dice: “qui c’è un nuovo inizio”.
In Luca c’è qualcosa in più: Dio ora si fa sposo dell’umanità in Maria e non è più solo l’aiuto che sostiene le donne sterili; questa è la grande differenza, in Luca, tra Elisabetta e Maria. Elisabetta, Anna, la mamma di Sansone sono donne sterili che sono aiutate da Dio ad avere un figlio. Maria è la donna vergine che trova in Dio lo sposo. È cambiato in Gesù il rapporto con Dio.
Su questa grande intuizione del cristianesimo non possiamo andare indietro di un passo; un mussulmano direbbe: «voi siete arroganti». Già il filosofo pagano Celso diceva ai cristiani, secondo Origine, «ma chi vi credete di essere? Noi siamo davanti agli dei come formichine vicine alla pozzanghera; il dio passa, non le vede e le schiaccia; questa è la nostra vita. Perché Dio dovrebbe interessarsi alla nostra vita fino a questo punto? Dimostratecelo». Invece i cristiani dicono che Dio è sposo del suo popolo. Non è più solo il Padre, il Salvatore, il Creatore, il Redentore; Dio sposo significa che Lui vuole un rapporto reciproco di stima e di fiducia. Tu non puoi dire: «io obbedisco ai tuoi comandamenti, tu mandami la salute e nell’aldilà faremo i conti». Così non è, dice la scrittura, perché un patto non è una relazione sponsale, reciproca, interpersonale. Il concepimento verginale di Maria dice questo nuovo contatto sponsale con Dio. La cultura moderna europea, nata dall’illuminismo dice: «noi non abbiamo bisogno di un Dio sposo». Di fronte a terremoti ed eventi tragici si dice: «Dio dov’è? Non abbiamo bisogno di uno sposo, ma di un buon architetto che organizzi il mondo in modo che queste cose non succedano, così che tutto funzioni bene. Dio sta là; noi siamo qua; se proprio ci dobbiamo vedere, è dopo una vita vissuta nella tranquillità».
Questa è una delle istanze più forti contro le religioni “positive” o svelate. La religione della ragione cerca un grande architetto neutrale, ma giusto e non uno sposo appassionato, ma inutile.
- (2) La sequenza di morte
La nascita, cioè il mistero di un nuovo inizio e di un nuovo contatto con Dio secondo la “sequenza di morte”, così chiamata perché non vi sono tanti fronzoli, ma quattro verbi chiari: patì, fu crocifisso, morì e fu sepolto. Dio non compare mai in questo racconto; con questi verbi si celebra l’assenza di Dio. Dio dov’è? C’è il silenzio e l’assenza di Dio. Gesù è consegnato alla morte dai suoi avversari. È una sequenza fredda, arida, per dirci la sequenza tragica della morte e suscitarci le domande radicali. Noi abbiamo ereditato una tradizione molto devozionale e molto dolce nel leggere la morte di Gesù, piena di significati edificanti. Anche la passione di Bach secondo Matteo ha corali un po’ mielosi. Il Nuovo testamento è molto arido: ha invocato Dio tutta la vita ed eccolo lì. Questa crudezza fa parte del Credo. Gli apostoli ci vogliono rituffare nella loro impressione. La morte di Gesù serve a porre domande, non a far tacere e a coprire le domande; ti assicura che se tu affidi la tua vita alla sua morte, Lui è capace di portarti alle domande radicali, quelle vere che possono cambiare la tua vita. Oggi con il cristianesimo la sfida è se la nostra fede ci aiuta a porre domande. Anche nel congedo dei nostri cari defunti noi abbiamo tanta fretta a mettere tutto a posto per tornare alla vita di prima; invece la fede ci immerge nel mistero della morte che fa parte dell’esperienza chiave di quel mistero tragico che ci interroga sul senso della vita; è da lì che la fede funziona, altrimenti non valeva la pena di credere.
La croce è il vertice della missione di Gesù e pone la domanda: «perché finisce proprio così?» Il Nuovo Testamento non ci dà la risposta definitiva, ma ci invita a leggere la croce a partire dal cuore di Gesù; questa è la grande sfida del polo narrativo; tu cristiano non avrai mai una spiegazione della sofferenza, del dolore e della croce; ogni filosofo mediamente intelligente direbbe che se la croce e la sofferenza avessero una ragione, una razionalità, essa sarebbe una parte costitutiva del mondo; sarebbe necessaria, inevitabile e non ingiusta. Invece il male, per definizione, è l’inspiegabile. È e rimane una sfida. La scrittura dice: «vai di fronte alla croce di Gesù in tutta la sua crudezza e poi cerca di capire questa croce entrando nel cuore di Gesù, nelle sue intenzioni: per che cosa è vissuto Gesù se è finito così? Qual è la cosa più importante della vita di Gesù se ha accettato di fare questa fine?». Questa sfida dei cristiani è il fondamento della nostra memoria ed il fondamento della necessità della preghiera. Occorre arrivare alla croce non con la mentalità dei farisei – peccato, è finita male – ma con la mentalità di Gesù.
La sepoltura dice la fine della carriera di Gesù e la sua condivisione radicale della condizione dell’uomo fragile ed impotente, «messo via» come cadavere inerme. Eppure questo sepolcro richiama già la tomba vuota della notte santa. Morì e fu sepolto: è come se dicesse il Credo, è morto davvero, tant’è che l’hanno messo nella tomba.
La narrazione della sepoltura secondo Matteo è fatta con grande ironia; sembra dirci: Giuseppe di Arimatea era un uomo pio, le donne erano donne pie, ma non si ricordavano della parola di Gesù che aveva detto: «dopo tre giorni io risusciterò» e loro vanno a chiedere il cadavere di Gesù e lo mettono nella tomba. I discepoli smemorati chiudono Gesù nel sepolcro. I Farisei si ricordarono della parola di Gesù e dicono: «quell’impostore ha detto che dopo tre giorni sarebbe risuscitato» e fanno sigillare la tomba per evitare che facesse bella figura e che tutti credessero in Lui. I Farisei hanno la memoria della parola di Gesù, ma hanno paura di Lui e lo chiudono nel sepolcro. L’angelo che fa? Srotola la pietra dalla tomba, vi sale sopra irriverente e poi reintegra la memoria delle donne. «vi ricordate di quello che vi aveva detto?» Se le donne si ricordano della parola di Gesù incontrano il Risorto.
Se non hai nel cuore la parola di Gesù, chiudi la vita al cimitero e Gesù lo metti al cimitero: ci vediamo quando anch’io vengo lì. Ma se ti ricordi della parola di Gesù, la sua presenza non si chiude in nessun sepolcro. Questa è, per Matteo, la grande sfida del sepolcro.
Il credo aggiunge la discesa agli inferi per dire che l’esperienza della morte esprime un abbassamento, uno svuotamento, una umiliazione di Gesù nella logica del dono che fa della sua morte una esperienza di condivisione.
Nell’inno cristologico della lettera ai Filippesi (2, 6-8): il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Gesù che scende negli inferi è tutto uno svuotamento; sembra perdere energie per lasciarsi riempire dalla potenza di vita del Padre e ricominciare un nuovo livello. Accetta di perdere energie per una logica di dono, di condivisione. Dice san Paolo: «Lui mi ha amato ed ha dato la sua vita per me; dunque chi vive, non vive più per se stesso, ma per Colui che lo ha amato ed ha dato la sua vita per lui.»
Lutero, da grande predicatore qual era, diceva: «ogni volta che sei in contatto con Gesù, Lui ti svuota delle tue certezze, del tuo orgoglio delle tue pretese e ti riempie con la sua giustizia.» Ti svuota riempiendosi del tuo peccato, così che sulla croce Dio scaglia la sua “ira” contro il peccato rappresentato da Gesù e ti ottiene la salvezza. Questa è una visione tipicamente protestante della croce vista come parafulmine, luogo della giustizia di Dio.
- (3) Risurrezione e salita al cielo
Nel Nuovo Testamento non si parla solo di risurrezione, ma anche di risveglio, ritorno alla vita, glorificazione, ascensione. La risurrezione non è la rivivificazione di un cadavere; Gesù, dopo la risurrezione è stato incontrato vivente di una vita nuova; non è vita apparente perché il sepolcro è stato trovato vuoto, ma del suo corpo, al modo dei nostri corpi, non c’era traccia; si faceva vedere Lui, quando voleva Lui. Noi chiamiamo questa esperienza glorificazione, esaltazione, risveglio, risurrezione o, come dice il N.T., nuova creazione. Dio ha fatto con il corpo di Gesù qualcosa di nuovo.
Diceva padre Dufour: «perché ci meravigliamo di questo? Che cos’è il nostro corpo? È uno scambio di energia con l’ambiente secondo un certo patrimonio genetico che decodifica e ricodifica dei processi chimici. Perché è così difficile pensare che Dio abbia concentrato uno scambio nuovo di energie glorificando il corpo di Gesù?»
Risorto da morte: linguaggio che esprime un concetto di separazione; Dio separa la terra dalle acque, la luce dalle tenebre, il Figlio dalla morte. È quindi un atto creatore e ricreatore di Dio.
È risorto il terzo giorno: espressione della certezza che Dio salva. Nel libro di Osea, nei testi giudaici c’è scritto: «Dio non abbandona mai il giusto più di due giorni, il terzo lo salverà.» Il giusto nella prova resista almeno due giorni perché il terzo YHW, Adonai, lo salverà.
Salì al cielo; la salita si oppone alla discesa ed invita a rileggere tutto il movimento della vita di Gesù come dono fino in fondo per coinvolgere tutti, anche i più lontani, nel movimento di ritorno a Dio. L’immagine del cielo è l’immagine del luogo definitivo della vita di Dio in cui l’umanità è chiamata a dimorare. Secondo Karl Rhaner il cielo non è un luogo fantastico nascosto da qualche parte; il cielo è soprattutto relazione con Dio; il Paradiso significa che Dio ricreerà questo mondo a partire dalla relazione filiale, potremmo dire “con un nuovo codice genetico”. Gesù non va in cielo; Gesù crea il cielo entrando con la sua umanità nella vita di Dio. Un pezzo della nostra umanità, quella di Gesù, abita presso Dio e crea il Paradiso. Il nostro cardinale dice, citando san Giovanni, “in questa casa vi sono tanti posti, se no ve l’avrei detto”. Quindi, abbiate fiducia, abbiate pazienza, che c’è un posto anche per voi.
L’intronizzazione alla destra di Dio dice partecipazione alla sua Signoria sul mondo e sulle cose. Non si tratta, dunque, nell’ascensione, di un distacco, ma di un nuovo modo di presenza e vicinanza ai discepoli. Gli Atti degli apostoli spiegano che Gesù è salito al Cielo e non è rimasto in mezzo a noi per essere vicino a ciascuno in un modo nuovo, al modo della forza dello Spirito che cambia il tuo cuore; è un altro modo della presenza di Gesù glorificato ad ogni uomo ed alla sua storia.
Il Giudizio: di là verrà a giudicare i vivi ed i morti
Di là dove? Dal mistero di Dio, dal suo contatto con Dio, dalla sua relazione con Dio. Gesù vuole estendere a noi la sua glorificazione alla gloria del Padre. Gesù non vuole contare le azioni buone e le cattive, i peccati ed i meriti; Gesù vuole estendere a noi il suo rapporto con la gloria del Padre. Non si tratta di un processo automatico, ma di un dono offerto in una relazione libera. Da qui l’attesa della nostra risposta e l’attesa per noi del giudizio che esprime una reciprocità di rapporto. I discepoli sono stati colpiti dalla frase: «Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti al Padre suo nel regno dei cieli». Chi è questo Figlio dell’uomo? È la profondità della vita di Gesù. Tale reciprocità è estesa ai fratelli più bisognosi (Mt 25): “ogni volta che avrete fatto questo ad uno di questi piccoli, l’avrete fatto a me”. Il giudizio è l’esperienza di questa reciprocità.
Siamo tornati all’inizio, alla Genesi, quando Dio diceva ad Adamo: «Ecco qua, tutto il giardino dell’Eden è tuo; ma del frutto dell’albero non devi mangiare.» È l’esperienza dell’alleanza. Quando Israele entra nella terra promessa, Dio dice: «questo è tuo, però ubbidisci ai miei comandamenti per rinnovare i doni». Questa esperienza va interpretata come la mamma che dice al suo bambino: «ti voglio un bene da morire, ma non fare questa cosa se no la mamma si offende». Dove non è che l’amore venga condizionato, ma è trascritto in un dialogo personale che fa crescere. Il bambino non rimane un poppante, ma diventa un interlocutore libero. Ma chissà perché, si ricava dalla Genesi, appena il bambino sente questa cosa, gli viene il desiderio di provare a trasgredire. La bibbia dice che questo mistero di sospetto della libertà è “serpente”. Non è qualcosa causata dall’uomo, ma qualcosa che è in lui ed è più forte di lui. È il mistero del male che non si sa da dove venga.
Dalla mamma mi dovrei fidare sempre, ma la trasgressione ha un gusto che anche più gustoso di tutta la felicità che la mamma mi può dare.