Imām e Islām (fede e sottomissione)

Elena Bolognesi  27/11/2002 e 04/12/2002  Imām e Islām (fede e sottomissione)

 

In che cosa crede il buon mussulmano pio? Le due parole chiave per entrare nel mondo dell’Islām sono Imām (fede) e Islām (sottomissione). L’Islām è soprattutto la religione della fede incondizionata; sulla fede si fonda tutto. Per il mussulmano è fondamentale professare la propria fede in Dio, Dio unico. Ma Islām è appunto sottomissione; il buon mussulmano, oltre che a professare l’unicità di Dio, si deve anche sottomettersi a questo Dio, sottomettere la propria volontà, tutto ciò che è, che fa, che dice; è un modo che mette in discussione il concetto di libero arbitrio. Quindi la fede e la sottomissione sono i due concetti chiave da cui il buon mussulmano mai non prescinde. Entrando nel vivo:

  1. Le fonti.  La fonte principale è il Corano. Non è soltanto il Libro. Spesso si fa confusione sul Corano perché si tende a confrontare in maniera quasi sinottica la Bibbia ed il Corano; questo parallelismo non è corretto; si tratta due cose diverse. Se ci riferiamo alla Bibbia, ci troviamo ad un testo che sicuramente è stato ispirato da Dio, ma che è stato scritto e redatto da uomini; che ha subito una serie di successive elaborazioni, un testo che è mediato dalla cultura del tempo in cui è stato scritto e redatto. Per il mussulmano il Corano non è così; se proprio dovessimo fare un parallelismo, dovremmo mettere a confronto, per esempio, in modo semplificato, il Corano e Gesù, perché per il mussulmano il Corano è la parola stessa di Dio che si è incarnata e ha preso la forma di un libro. Questo è il motivo per cui, di per sé, il Corano è intraducibile, perché Dio lo ha rivelato a Maometto tramite l’arcangelo Gabriele in arabo classico e quindi come tale deve essere letto. Ogni pio mussulmano, da qualunque parte del mondo si trovi, è tenuto a leggere e pregare il Corano in arabo. Ogni traduzione è un’interpretazione e non si può interpretare la parola di Dio. Quindi il Corano è la parola stessa di Dio che si è incarnata in un libro.

Un piccolo aneddoto: “io ho vissuto diversi anni in Siria e una delle tante brutte figure che ho fatto fu che, cercando di comprare un Corano al mercato di Damasco, davanti alla grande moschea Omaiade, chiesi quanto costasse”. Errore gravissimo. Perché essendo il Corano parola di Dio, non si può dare un prezzo alla sua parola; bisogna chiede quanto costa la carta. Per il mussulmano il Corano è di una tale sacralità, che, si raggiungono eccessi anche molto significativi, ad esempio una donna mestruata non può toccare il Corano perché non è in stato di purità. Come parola che Dio ha rivelato, il Corano è la prima fonte della teologia islamica. Non è poi così facile l’approccio al Corano, intanto perché vi sono affermazioni che si contraddicono e quindi le correnti interpretative islamiche hanno discusso e discutono su quali siano i versetti che danno forma alla legge; e poi perché non esiste di per sé un’ermeneutica autorizzata del Corano. Esistono commentari che appunto commentano, ma non che analizzano, scorporano, ricercano le traduzioni. Se pensiamo a tutte le esegesi applicate ai testi della Bibbia, dobbiamo scordarci che una cosa simile si possa fare con il Corano.

  1. Sunna.  Sunna significa tradizione. E’ composta dalla vita del profeta Muhammad e dai detti del profeta; c’è una produzione sterminata dei detti del profeta; di per sé i libri ritenuti canonici sono quaranta; però si trovano volumi e volumi in cui “si dice che il profeta abbia detto…” La Sunna segue a stretto giro di vite il Corano; è la seconda fonte. Ma chi è il profeta Muhammad? Che sia un essere superiore agli altri uomini? Per il mussulmano non lo è; la sua vita ed i suoi detti sono diventati esemplari perché ha ricevuto la rivelazione e poi il consenso (Dio dice nel Corano: “la mia comunità non si accorderà mai per qualcosa di sbagliato”; se c’è un consenso di massima per l’interpretazione, commento, legge, ciò è sufficiente per dire che la cosa in sé è giusta, è lecita). Il consenso, poi, viene applicato in modo diverso a seconda delle correnti; in proposito una cosa bisogna toglierci dalla testa, che l’ Islām sia un blocco compatto, monolitico, uguale in qualsiasi posto. In ogni paese si trova un modo diverso di applicare la shari’a (la legge islamica) con diverse correnti teologiche.
  2.  Il Consenso è una fonte applicata in modo diverso; il consenso di chi? Impossibile pensare al miliardo di Mussulmani sulla faccia della terra; evidentemente si tratta del consenso dei Quorgi; nell’ Islām non c’è una classe sacerdotale, non c’è mediazione tra l’uomo e Dio; esistono le correnti teologiche con sapienti che portano avanti la riflessione teologica.
  3. Il ragionamento sui dati di tradizione qiyâs) I miracoli operati dai profeti. Il Corano è il miracolo per eccellenza, il più grande per la sua provenienza divina. Tenendo fermo il principio che vi possa essere un ragionamento sui dati di tradizione (non certamente del Corano), questa metodologia viene applicata in modo diverso.

 

Quali sono gli articoli di fede fondamentali dell’ Islām?:

  • Basterebbe Dio e l’unicità di Dio per dire tutto. Questo fa capire che l’apostasia, cambiare fede, uscire dall’ Islām è per il mussulmano il delitto più grave, di più dell’omicidio. L’apostasia può essere punita con la morte; questo è il problema più grave tra il mondo islamico ed il mondo “occidentale”.
  • Gli angeli, alcuni dei quali sono gli stessi della nostra tradizione, esempio l’angelo Gabriele che ha fatto da mediatore tra Dio e Muhammad nella rivelazione del Corano.
  • I profeti, moltissimi, tra cui Gesù, Davide, Giobbe, ecc… Muhammad è chiamato il sigillo dei profeti; è l’ultimo dei profeti; non significa che sia il migliore, ma è quello che ha chiuso la rivelazione. Dio ha rivelato la sua parola attraverso i profeti, ma con Maometto Dio ha chiuso la rivelazione; il Corano è la parola definitiva.
  • Le scritture, il Corano; la fede poi ha ragioni e segni che permettono al mussulmano di essere certo che ciò in cui crede è legato a Dio: la creazione, innanzi tutto; i popoli castigati perché hanno respinto il comando di Dio; e nel Corano vi sono esempi.
  • L’ultimo giorno ed il giudizio finale

 

Le ragioni della fede

  • Il segno della creazione. Due segni in particolare manifestano la potenza di Dio: l’uomo creato dall’argilla (Cor 38,71) per adorare Dio e la pioggia che rinverdisce il deserto (Cor 15,22-23; 20,53-55)
  • Il segno dei popoli castigati perché hanno respinto gli inviati di Dio (Noè, Lot, Mosè, Muhammad stesso)
  • I miracoli operati dai profeti. Mosè (Cor 20,16-73) Gesù (Cor 3,49; 5,110). Il Corano è il miracolo per eccellenza, il più grande per la sua provenienza divina.
  • Le scritture che sono articoli e ragione di fede; il messaggio del Corano è vero perché viene da Dio (Cor 2,26.91.144.147.149; 3,60 …) Presso Dio c’è una scrittura madre, chiamata “Umn al kitāb” (la “mamma del libro”) e le scritture rivelate agli uomini non sono altro che riflessi, copie di questa “scrittura madre”. E’ stata rivelata la Torah a Mosè, i Salmi a Davide, Il Vangelo a Gesù, alla fine è stato rivelato il Corano a Maometto. Tutte queste scritture non sono altro che copie del “libro madre” che sta presso Dio. Ovviamente il Corano, essendo stato rivelato per ultimo, diventa il criterio di lettura di tutte le altre scritture precedenti.
  • Il segno della vittoria. Il Corano racconta le vittorie della prima comunità di Muhammad contro i nemici, in particolare la vittoria di Badr, (Cor 8,7-8.41-48; 110,1-2) donata da Dio al suo popolo come prova di autenticità della rivelazione coranica.
  • Il richiamo al “mistero” Tutti i segni elencati non possono suscitare la fede se Dio non la dona al cuore dei credenti, i quali devono riconoscere l’onniscenza di Dio, che rivela solo in parte la sua volontà (es. l’Ora dell’Ultimo Giorno). L’uomo deve sottomettersi alla volontà sconosciuta e spesso paradossale di Dio senza porgli domande (vedi Abramo in Cor 37, 102; 11, 70-73; 51,30. Maria in Cor 19, 21. Gesù in Cor 5, 117. Muhammad in Cor 43,81; 15,94; 3,61).

Elementi che integrano la fede; sono attitudini interiori ed esteriori, di importanza fondamentale, esigiti affinché la fede sia reale e profonda:

  • La sincerità/purezza (ikhlāş) dell’oggetto di fede (unicità di Dio a discapito di ogni “associazione”, che è il peccato che non può essere rimesso) e del dono totale di sé a Dio. Questo è il punto che divide profondamente il mussulmano dal cristiano che associa a Dio qualcosa che non è Dio, e cioè la trinità; il mussulmano non può assolutamente concepire l’idea di un Dio diviso in tre persone e ciò è ritenuta idolatria e così facendo si perde la sincerità della professione di fede sull’unicità di Dio.

A proposito della trinità definita nel Corano come associazione a Dio di Gesù e di Maria (e non del Figlio e dello Spirito santo) si fa presente che l’ Islām ha una idea della fede cristiana estremamente confusa. Quale cristianesimo ha conosciuto Muhammad? C’è la leggenda che dice che Muhammad sia stato allevato da un monaco cristiano; ma quando nasce l’ Islām è un momento di grandi scismi e contrasti teologici ed uno dei dogmi messi in crisi era appunto quello della Trinità, delle due nature. Per noi è difficile sapere quale tipo di cristianesimo abbia incontrato Muhammad. Soprattutto nella penisola arabica vi erano correnti che rifiutavano la Trinità e la divinità di Gesù. E’ curioso che nell’ Islām c’è una devozione mariana; in Siria una donna cristiana di nome Mirna ha avuto visioni, ha ricevuto le stigmate e su cui la chiesa sta ancora facendo valutazioni; nella sua casa tutti i giorni c’è una processione di persone che vi si recano per recitare il rosario e tra queste persone vi sono moltissime donne mussulmane.

  • Il donarsi totalmente a Dio per fare la sua volontà; imitare Abramo (vedere gli Apostoli di Gesù Cor 3,52) che è stato il primo Muslim (sottomesso).
  • Obbedienza a Dio e al profeta

 

La fede e la ragione. Il Corano invita spesso ad usare la ragione per vedere e meditare i “segni” che Dio ha donato. La fede, quindi, è ragionevole, nel senso che corrisponde ad un sano uso della ragione, ma non è il frutto di una evidenza di ordine razionale.

 

La fede e le opere. La fede senza opere è vana (Cor 29, 52.67) a tal punto che l’ Islām non si configura proprio come un’ortodossia; non è mussulmano fino in fondo chi professa semplicemente il credere, ma lo è chi mette in pratica ciò che crede; L’ Islām si configura come un’ortoprassi. Le opere si distinguono in:

  • Atti di culto (Ibādāt): adorazione di Dio, lode e riconoscenza verso di Lui, espresse mediante l’invocazione rituale o d’invocazione, la memoria e la menzione del suo nome. Il culto è un modo per servire Dio, esserne servo. In questo contesto si inseriscono i cinque pilastri, sostanza della relazione tra uomo e Dio. Il modo in cui l’uomo esprime a Dio la sua adorazione. Essi sono:
  • - La professione di fede (šahāda) Non c’è Dio se non Allah e Maometto è l’inviato di Dio; è sufficiente che chiunque pronunci questa frase di professione di fede con retta intenzione di fronte a due testimoni e lui diventa mussulmano. Esiste una sorta di rito di iniziazione del bambino verso i 12 anni; però appena nato, il padre sussurra al bambino questa professione di fede per iniziare ad introdurlo nella comunità islamica. La professione di fede viene ripetuta all’inizio di ogni preghiera ed all’inizio del “nasal” invito alla preghiera.
  • - La preghiera (şalāt); la giornata del mussulmano è scandita da cinque momenti fissi di preghiera. Esistono poi forme che il pio mussulmano può aggiungere. In un paese islamico, chiunque in qualsiasi posto, si ferma e prega nei cinque momenti. All’inizio della preghiera c’è l’intenzione di preghiera, per dare validità alla stessa e se il mussulmano si distrae durante la preghiera, deve incominciare daccapo. Il fatto che le preghiere siano disseminate nell’arco della giornata significa che non deve passare troppo tempo tra una preghiera e la successiva. Non è necessario pregare in moschea, ma ovunque ci si trovi.
  • - L’elemosina rituale (zakāt) La decima ai poveri. In modo particolare alla fine del Ramadam e già dall’inizio con la prima comunità di Muhammad; allora c’era anche il grosso problema delle vedove e degli orfani di guerra; è sempre stato un pilastro rispettato. La consegna lasciata da Muhammad è che chi raccoglie le elemosine, non debba tenere niente per sé, ma il tutto vada diviso tra i poveri, le vedove. Ma anche in certi contesti, per finanziare la guerra contro gli infedeli.
  • - Il pellegrinaggio alla Mecca (hağğ) almeno una volta nella vita, potendo economicamente e fisicamente. C’è un rituale. Esperienza di un ristoratore di Damasco nella zona delle ambasciate, ove serviva normalmente alcolici, al ritorno dalla Mecca, ove aveva fatto il proposito spirituale di rinunciare definitivamente all’alcool e di non venderlo, ha smesso di vendere alcolici nel suo ristorante ed è giunto alla bancarotta, perché i clienti della zona ambasciata lo hanno abbandonato, ma lui non ha desistito dalla sua conversione. Il pellegrinaggio alla Mecca non è quindi una gita, ma un avvenimento con carattere fortemente spirituale.
  • - Il digiuno nel mese di Ramadan (şaum o şawn). Noi non ci rendiamo conto di quanto sia difficile e faticoso fare il Ramadam da parte di un mussulmano che vive in un paese non mussulmano ove in quel mese si ferma buona parte dell’attività e tutta la comunità è ritmata sul digiuno del Ramadan. Non si tratta di una moda, ma di un atto fede per esprimere la propria adorazione a Dio. Il calendario musulmano è lunare ed il Ramadan può capitare in tutte le stagioni; osservare il Ramadan d’estate, senza bere, è veramente faticoso. Chi per motivi di salute, o perché in viaggio, è esentato dal digiuno del Ramadan.

 

Le virtù non sono legate ad un’ortoprassi; sono meno evidenti e visibili; nell’ Islām, non essendoci il peccato, non esiste il perdono come sacramento come per i cristiani; tutto è rimandato all’ultimo giorno. Il mussulmano può sempre pentirsi, ma non esiste una formalizzazione del pentimento.

  • Virtù morali: costanza, pazienza, affidamento a Dio.
  • Virtù sociali: elemosina ai poveri, perdono dei torti tra credenti, rendere bene per male, fraternità della fede come base delle relazioni tra i credenti. Essere apostoli della propria fede, far regnare il bene (Cor 7,157; 16,90; 31,17).
  • Il ğihād  Che cos’è? Non significa guerra santa. Guerra santa è un termine coniato da Pietro l’eremita durante la prima crociata: ğihād deriva da una radice verbale araba che significa sforzarsi per raggiungere un obiettivo, tendere verso un obiettivo; ğihād si divide in due obiettivi:
  • - Ğihād al-akbar (ğihād grande): è il combattimento spirituale che ciascun credente è chiamato a fare in sé stesso contro tutto quello che è riconosciuto come male per mezzo della parola coranica (Cor 25,52). Ciò assomiglia a quella che i cristiani chiamano ascesi personale, cammino di conversione personale.
  • - Ğihād al-asghar (ğihād piccola): è il combattimento contro gli infedeli, per difesa (se attaccati) e senza eccessi.

Se ci guardiamo ora attorno, ci sembra che le cose non stiano così. Ma la fede islamica nel suo impianto originale, puro, è così. Ma il Corano presta molto il fianco ad ogni tipo di strumentalizzazione, proprio perché non esiste un’ermeneutica chiara e quindi il Corano si presta ad una serie di deformazioni. Se però pensiamo che al mondo ci sono circa un miliardo di mussulmani, se essi fossero tutti kamikaze che combattono gli infedeli non potremmo durare a lungo. Bisogna tenere sempre presente che quando ci riferiamo agli integralisti, ci riferiamo ad una minoranza; il mondo mussulmano in questo momento vive una crisi profonda perché si trova in pugno a qualche migliaio di personaggi alla Bin Laden. Gli islamici, che per questo motivo stanno vivendo una profonda crisi, non sanno loro stessi da che parte andare.

  • L’antropologia islamica. Come noi cristiani abbiamo l’”alleanza” di Dio nell’A.T. e nel N.T. così gli islamici hanno un “patto” (mithaq) che precede la creazione stessa dell’uomo. E’ un patto iscritto in Dio. Ciò significa che tutti noi, nel loro pensiero, nasciamo mussulmani nel pensiero di Dio. Di fatto, storicamente non è così, ma dovremmo ritornare a quanto era già stato predisposto da Dio. L’uomo è già predisposto a ricevere l’ Islām. Il “patto” è unilaterale, non c’è reciprocità. Il peccato non è una mancanza di amore, è una disobbedienza, mancanza alla sottomissione incondizionata a Dio. Su questo tema del libero arbitrio, nel mondo islamico vi sono tante correnti che assumono posizioni diverse, dalle correnti più estreme che escludono ogni possibilità di libero arbitrio, cioè Dio crea e ricrea tutta la creazione in ogni istante e l’uomo non è proprietario dei suoi atti, è come se li avesse in prestito e tutto è già prefigurato, predestinato da Dio. Questa corrente non è la più seguita e non fa parte della tradizione sunnita, più ampia numericamente, che sta più sul versante del libero arbitrio. Dio è l’autorità assoluta. Di per se è l’autorità assoluta anche della cosa pubblica; quindi l’autorità assoluta della cosa pubblica non è il legislatore, il popolo od il dittatore di turno. Questa corrente dice che è vero tutto questo, ma all’uomo resta la responsabilità dei suoi atti; resta la possibilità di sottomettersi o di non sottomettersi a Dio. Vi sono poi altre correnti, ma quella di maggioranza è l’ultima descritta che lascia all’uomo un minimo di spazio al libero arbitrio.

L’uomo è animato da un soffio vitale (nafs) che diviene la sua coscienza morale responsabile. I suoi organi esterni, occhi, orecchie, bocca, sono destinati a vedere i segni, intendere la predicazione coranica e rispondere mediante la fede. Ma è il cuore l’organo della fede e dell’infedeltà (Cor 49,7; 58,22).

L’uomo, secondo il Corano, è stato creato debole (Cor 4,28; 30,54), costituito di fango nero e sangue, volubile (Cor 70,19); la sua nobiltà viene dal fatto che Dio gli ha infuso il suo spirito (Cor 19,29; 32,9s), dandogli la forma più perfetta (Cor 91,4). Per i doni di Dio, l’intelligenza, la volontà e la sua parola, l’uomo è teofania delle qualità di Dio e, grazie a queste sue potenzialità, egli deve diventare testimone di Dio. L’intelligenza gli è data perché impari a leggere i “segni” di Dio nell’universo. Il Corano impone lo studio dei segni dell’universo perché essi sono i segni di Dio (Cor 2,118.164; 3,190; 6,99; 13,2-3; 24,43-54).

  • Trascendenza. Proprio perché il Dio dell’ Islām è un Dio distante, si pensa che trascendenza significhi distanza, separazione. Non è esattamente così; significa invece che Dio è l’assolutamente, totalmente altro; che è chiaro il rapporto creatore/creatura, come per i cristiani; ma è vero pure che non c’è mediazione tra l’uomo e Dio. L’uomo ha accesso diretto a Dio che, nonostante la sua alterità, è presente nella vita dell’uomo. Dice Dio nel Corano alla Sura 50,16: “In verità Noi creammo l’uomo e sappiamo quel che gli sussurra l’anima dentro e siamo a lui più vicino che la vena grande del collo”. Nell’ Islām non esiste il concetto della paternità di Dio. Per i mussulmani Gesù è un profeta, è la “parola”, è figlio di Maria che ha concepito in maniera misteriosamente verginale, ma evidentemente, Gesù non è Figlio di Dio, è un profeta come gli altri. Non c’è un essere umano che sia figlio di Dio. L’ Islām esclude la distanza totale, però non ammette la vicinanza della paternità.
  • Rapporto tra gli uomini (mu’āmalāt).
    •  Al riguardo un ruolo importante lo gioca l’”Umma” (la comunità dei credenti). La Umma deriva dalla radice della parola Umm che è la mamma. L’ Islām si considera una comunità “materna”. Ciò significa che tutti i mussulmani sulla terra, dovunque siano, qualunque lingua parlino, si sentono legati da un legame di fraternità invisibile. Durante la guerra del Golfo Saddam Hussein invocava questa “Umma” a tutti i mussulmani. La storia ha dimostrato, fatto salvo la comunità di Muhammad, che su questo legame di fraternità e di fede prevale l’opportunità nazionale, la contestualità della situazione e di per sé questa Umma non mai stata realizzata. Tuttavia essa rimane importante perché ci indica un’altra differenza sostanziale tra l’”occidente cristiano”, anche se non  è così, e l’ Islām. Nel mondo occidentale la società è fondata sull’individuo; è l’individuo che si deve realizzare; attorno al quale si costruisce la società stessa; ormai anche la famiglia passa in secondo piano di fronte all’individuo;  è l’individuo che deve realizzare la vita e tutto quel che fa è funzionale a questa realizzazione. Nell’Islām, invece, la società si fonda sul clan, sulla famiglia. L’uomo e la donna si realizzano nel momento in cui generano la vita perché se non lo facessero verrebbero meno ad un elemento fondamentale della società mussulmana. L’individuo da solo non conta. Ciò spiega anche il ricorso alla poligamia, oltre al fatto che storicamente essa è nata per dare un tetto alle vedove di guerra del primo periodo islamico. Però essa è rimasta e si è strutturata proprio perché la società è fondata sul gruppo e questo è molto importante perché chiarisce tante diversità che ci sono; non esiste il celibato, anche se alcuni mistici scelgono una via simile al celibato e poi tralasciano la famiglia per vivere in solitudine. Però, fondamentalmente, la società islamica è fondata sulla famiglia. Ciò segna anche il rapporto uomo/donna. La società islamica è profondamente segnata dal mondo arabo pre-islamico ove la donna era ancora meno importante che ora. Secondo la testimonianza di giovane donne islamiche che vivono a Milano, l’ Islām ha liberato la donna. Una testimonianza di Elena Bolognesi di alcuni anni fa: “lavoravo in televisione ed avevamo fatto una trasmissione con tre donne, una mussulmana, una cristiana ed una ebrea; la prima obiezione che si fa ad una donna mussulmana è che non può lavorare, è emarginata, ecc… e lei mi diceva, a proposito del fatto che la società mussulmana è fondata sulla famiglia, di avere un compito fondamentale poiché l’educazione dei figli è, nella famiglia islamica, affidata quasi esclusivamente alla donna. Se lei, donna mussulmana educa bene i suoi figli, inevitabilmente influisce e compie un compito fondamentale perché non c’è nessuno che può farlo al suo posto; se non lo fa o lo fa male, influisce negativamente sulla società”. Queste cose, sentite da un orecchio di donna occidentale, stridono un po’ perché le vedono da un punto di vista diverso; ma se si frequentano famiglie mussulmane, ci si rende conto che ciò è effettivamente vero. Immaginiamoci una famiglia mussulmana, che è quasi sempre numerosa, dove il padre è spesso assente per tutta una serie di ragioni, e dove tutta la gestione della casa è nelle mani delle donne. Elena Bolognesi, dopo aver vissuto quasi sette anni in Siria, afferma di non aver mai incontrato una donna che si lamentasse. E’ importante conoscere questo aspetto, capire che si tratta di in modello che non ci appartiene, e rispettarlo.

Anche la questione del velo (shador) è per noi scandalosa, perché lo interpretiamo come un’imposizione; nell’università di Damasco, dove le ragazze hanno libertà di andare in giro con o senza velo, c’è stato un movimento di studentesse che ha ricuperato l’uso del velo come espressione della propria libertà religiosa. Ciò indica che la cosa nasce dal di dentro; è come se dai noi ci venisse vietato di portare un crocifisso appeso al collo. Questo è del tutto diverso dalla questione del Burka che è stato inventato in Afghanistan al di fuori delle tradizioni islamiche; lì veramente si tratta di un eccesso. Le donne mussulmane ci dicono: “noi siamo sottomesse agli uomini? Ma voi siete sottomesse agli uomini!”. La mercificazione del corpo femminile per i mussulmani è una cosa assolutamente scandalosa; è un dato di fatto che per i mussulmani questo aspetto sia un segno di non rispetto e di privazione della libertà della donna. Noi dobbiamo capire il loro punto di vista e rispettarlo senza fare di ogni erba un fascio; ciò non significa che non vadano condannate tutte limitazioni di libertà di qualsiasi persona, uomo o donna.

 

 

La shari’a (legge islamica). Essa è la via che permette al mussulmano di vivere concretamente ciò che il Corano, la Sunna, dice in modo estremamente concreto e dettagliato. La shari’a nel corso della storia ha preso la forma di diritto islamico (fiqh) che entra nel dettaglio della vita quotidiana, sociale, razionale di ogni mussulmano. Bisogna però premettere che l’Islām, come già precedentemente affermato, non è affatto monolitico; se nella teoria tutti i mussulmani si rifanno ad un’unica legge islamica, ad unico diritto ed unica morale – nell’ Islām non si distingue tra diritto e morale – però storicamente questo diritto è stato applicato in modo molto diverso a secondo dei paesi ove l’Islām è andato diffondendosi. Noi troviamo che vi sono alcune pratiche estremamente comuni in alcuni paesi e rare in altri. L’Islām non si presenta uguale dappertutto. Se ci è giunta la notizia di una “fatwa”, una sorte di scomunica, contro una giornalista in Nigeria, peraltro smentita dalle autorità nigeriane centrali, non possiamo pensare che essa sia universalmente compresa nel mondo islamico, per cui dobbiamo sempre contestualizzare le notizie che ci giungono dal mondo islamico, soprattutto se esse riguardano la vita sociale, il diritto, la giurisprudenza. Noi associamo alcune pratiche all’Islām, che intanto hanno una provenienza pre-islamica e sono legate più al tessuto culturale e sociale più che al religioso. Nell’Islām non si distingue tra etica, morale, non si va in queste sottigliezze. Il diritto non è altro che quel corpo di norme che permettono al mussulmano di tornare alla forma originale della sua identità. Per l’islamico tutta la creazione è stata creata già islamicamente configurata. La legge serve solo per tornare all’originale. La parola creazione è legata alla parola morale, concetti strettamente connessi. Tutte queste norme hanno senso perché riportano i mussulmani alla purezza dell’origine. In questo senso bisogna ricordare che tra uomo e Dio c’è un “patto” già prima della creazione, già inscritto in Dio. Nell’Islām il rapporto con Dio e quello con gli uomini è strutturato nella forma del patto. Anche il matrimonio è strutturato sull’idea di un do ut des. Non c’è idea di gratuità: se mi comporto da buon mussulmano ne ricevo una retribuzione perché Dio mi garantisce la risurrezione dell’ultimo giorno, la vita eterna, ecc… Il diritto, come la legge, ha origine celeste ed è strutturato in termini definitivi. E Dio e non gli uomini che fa le leggi. Gli uomini le interpretano e le applicano solo. Questo in teoria, la pratica è diversa. La shari’a è la legge/diritto/fiqh copre tutte le dimensioni dell’esistenza, la vita relazionale, il cibo, il denaro. In questo senso assomiglia moltissimo alla legge mosaica.

Se da una parte abbiamo questi concetti molto dettagliati, dall’altra essi sono applicati in modo molto diverso. L’origine di questa forma contrattuale del rapporto con Dio e con gli uomini risale al periodo pre-islamico. L’Islām è nato in un contesto tribale e ne ha mantenuto la struttura sociale. L’Islām definisce il periodo pre-islamico in Arabia il periodo dell’ignoranza (giahiliyya). Muhammad, che è nato in questo contesto di ignoranza, ha riportato i mussulmani al rapporto perfetto con Dio attraverso le rivelazioni del Corano, ha eliminato il politeismo e portato al monoteismo. Però sono rimasti molti usi e costumi della società pre-islamica, per esempio il concetto di contratto nelle relazioni, la società fondata sul clan e la famiglia e l’individuo si realizza fin tanto che collabora alla riuscita del clan, della famiglia. Anche la religione (din) ha la struttura del contratto.

Esiste l’eresia nell’Islām? Chi non osserva i rigorosi precetti può essere definito eretico? In effetti nell’Islām il concetto di eresia è latitante perché non c’è mediazione tra l’uomo e Dio e di fatto è molto difficile, se non impossibile, e per fatti estremamente gravi, che un mussulmano si permetta di giudicare l’ortoprassi di un altro mussulmano, a meno che la ciò non tocchi cose estremamente essenziali: unicità di Dio, Muhammad ed il Corano. Chi offende o mette in discussione questi tre argomenti è possibile la fatwa (scomunica), anche se per poter esprimere una fatwa occorrerebbe il consenso di tutti i mussulmani, cosa praticamente impossibile. Quindi essa è molto discutibile anche quando tocca fatti eclatanti come nel caso di Rashki (per i versetti satanici) che aveva, nel suo libro, commentato versetti del Corano probabilmente censurati al momento della sua redazione perché vi si faceva accenno alle dee della Mecca. Certo, basta che uno solo vi creda, per fare danni.

Tutto questo ha permesso che nel corso della storia si siano create moltissime correnti interpretative, sia per quanto riguarda la teologia che per il diritto, che abbracciano una gamma di casi estremamente ampia e risolvendoli in modo contraddittorio. Per cui vi sono correnti di diritto che affermano che è assolutamente proibito bere qualsiasi tipo di alcolico, altre che affermano che solo il vino è proibito. Tutte si basano su affermazioni del Corano o su detti del profeta che non sono sempre univoche e danno adito a varie interpretazioni. Alcune correnti arrivano ad esprimere una professione di “ğihād” estremamente radicale che potrebbe essere benissimo fondata su affermazioni del Corano; altri invece, che negano la stessa cosa.

Tutto ciò per noi significa che, se nemmeno i mussulmani si giudicano tra di loro, pure noi, prima di giudicare, dovremmo avere il quadro della situazione. Esempio vissuto da Elena Bolognesi in Siria: la Siria è una “repubblica” – di fatto è una dittatura militare – la cui costituzione sancisce che il presidente della repubblica deve essere un mussulmano sunnita. Tutti sanno che, sia il presidente Hassad morto che il figlio, sono alawiti. Gli Alawiti sono una piccola setta scismatica del nord della Siria. Hassad ha fatto una professione di sunnismo formale, però di fatto sua moglie e le sue figlie non sono velate; si fa vedere in moschea perché sa che deve farlo, ma non è sunnita. La costituzione dice anche che la prima fonte della legge islamica è la shari’a; di fatto ciò non è vero nella costituzione siriana.

Tutto questo per indicare che è difficile nell’Islām affermare ciò che sia eresia, lecito, giusto; le uniche cose su cui c’è chiarezza sono i cinque pilastri prima indicati, la sottomissione a Dio, l’unicità di Dio e Muhammad ed i primi articoli di fede citati prima. Essi sono il nucleo fondamentale sul quale nessun mussulmano può transigere; tutto il resto è passibile di differenti interpretazioni.

Tutto questo che potrebbe metterci un po’ in confusione; se confrontiamo ciò con ciò che c’è in casa nostra, lo diventa meno, se pensiamo che, per esempio in Siria ci sono tredici confessioni cristiane diverse, tra cattoliche (7), ortodosse e protestanti. Ogni confessione ha il suo vescovo; ogni vescovo il suo sinodo. Però il fatto di avere una gerarchia, un papa, facilita per un cristiano dire che cosa sia e che cosa non sia un’eresia. Anche se, paradossalmente, non abbiamo una legge così dettagliata, noi distinguiamo molto chiaramente il piano della fede dal piano della vita sociale, civile, politica. Anche se nell’Islām dall’inizio, nella prima comunità di Muhammad, fino al XI secolo il califfo era l’autorità sia civile che religiosa; poi all’inizio del XX secolo i giovani turchi  con un tipo di governo laico hanno formalmente abolito il califfato. Questo è provocato uno shock nel mondo islamico. All’inizio della guerra del golfo Saddam Hussein ha fatto appello all’Umma islamica, ma non è stato seguito da nessuno perché la convenienza nazionale ha prevalso sull’ideale della fratellanza islamica.

 

Circoncisione. La circoncisione, prescritta tanto per i mussulmani che per gli ebrei non fa per noi problema; lo fa invece l’infibulazione, che è la circoncisione femminile. Intanto sia la circoncisione che l’infibulazione sono menzionate dal Corano e nei detti del Profeta; vi si dice che la circoncisione maschile è obbligatoria e che l’infibulazione è un ornamento (è un di più). Se andiamo a vedere nella mappa del mondo islamico troviamo l’infibulazione presente soprattutto in alcuni paesi africani, come l’Etiopia e L’Eritrea perché anche questo è un costume pre-islamico che poi è stato assunto, ma non è obbligatorio.

Il venerdì. E’ un giorno con non ha una sacralità particolare per il mondo islamico; è un giorno convenzionalmente scelto dandogli una importanza più sociale che religiosa. Di fatto in giorno di venerdì la preghiera è fatta in moschea, con la predicazione dell’autorità religiosa, però non ha niente a che fare con la nostra domenica; non è giorno del Signore; semplicemente ha una dimensione sociale. Allo stesso modo la moschea non è il luogo della presenza del divino. In arabo essa ha due nomi: masget (luogo in cui ci si prostra) oppure il giamà (luogo della comunità). In moschea si fa di tutto: si prega, si mangia, si dorme, i bambini corrono e giocano; non è il luogo sacro, è il luogo della comunità. Per il mussulmano, dove c’è una moschea, lì è luogo dove l’ Islām è presente. A Milano c’è una sola moschea vera e propria; le altre sono ricavate da appartamenti.

Il matrimonio. Esso deve avere quattro criteri di validità:

  • la verifica di entrambe le parti della capacità giuridica di contrarre il matrimonio (capacità di intendere di volere, se minorenni la presenza di un tutore); ci deve essere il consenso di entrambi; non ci deve essere un matrimonio forzato. Poi ci dovrebbe essere per la donna la presenza di un tutore (padre, zio) anche se questa non è una disposizione coranica , ma si è aggiunta dopo. Ciò dipende moltissimo dalla situazione.
  • La dote versata dallo sposo. La moglie non è tenuta a dare in casa la sua proprietà o quello che guadagna; la donna ha il diritto di essere mantenuta dal marito che nel caso di più mogli deve dare a tutte lo stesso grado di benessere.

Queste sono le disposizioni, che non sempre vengono rispettate; il matrimonio combinato è una pratica che, più che all’Islām, è legata al contesto sociale e culturale. Esempio di una esperienza in Siria: Elena Bolognesi ha conosciuto in Siria una ragazza cristiana di un villaggio a sud di Damasco, che lavorava come infermiera in un ospedale delle suore italiane salesiane di Damasco; ella passava mesi a Damasco e ogni tanto tornava al suo villaggio. Un giorno, tornando al suo villaggio si trova fidanzata di un handicappato perché la famiglia di lei aveva già preso la dote dalla famiglia di lui, e l’aveva già spesa. Questa ragazza non poteva andarsene via. Questo per dire che nell’ambiente semitico arabo il costume dei matrimoni combinati non è un patrimonio islamico assoluto. Quando c’è una figlia da maritare di solito si procaccia una serie di candidati che vengono sottoposti alla promessa sposa per la scelta. Però è assolutamente obbligatorio che vi sia il consenso di entrambi, anche se la pratica può essere diversa.

Nell’Islām il matrimonio è un atto che anche combatte le aberrazioni sessuali perché l’atto sessuale è permesso solo nel contesto del matrimonio. Ogni forma di prostituzione, rapporti al di fuori del matrimonio, devianze sessuali è fortemente condannata. In Siria è molto più facile trovare prostitute cristiane che mussulmane. La legge al riguardo colpisce sia uomo che donna perché il Corano non fa distinzione oncologica tra uomo e donna perché la dignità è uguale in entrambi, però socialmente è indubbio che la donna sia meno difesa e si trovi ad un gradino al di sotto dell’uomo. Fra parentesi molti precetti, fra cui la preghiera, non sono obbligatori per la donna; lo sono per l’uomo.

 

Matrimoni misti; è uno dei punti più dolenti. La legge dice che un uomo mussulmano può sposare una donna non mussulmana; la donna può mantenere la propria e fede e professarla; però i figli sono mussulmani. Questo fa problema ai cristiani; è importante, a livello di pastorale, prevenire e rendere consapevole le ragazze non mussulmane che vogliono sposare un uomo mussulmano che il diritto islamico difende sempre il padre. Bisogna dubitare del fatto che alcuni mussulmani che vivono in un paese “occidentale” sembrano completamente occidentalizzati e sembra che diano garanzie; bisogna sempre dubitare di questo perché i mussulmani restano radicalmente legati al proprio paese di origine;  prima o poi questo problema si porrà. Sono rarissimi i casi in cui non ci sia rivalsa anche perché la famiglia di origine fa molta pressione. Nel momento stesso in cui la coppia si reca in un paese islamico oppure se il padre scappa con il figlio in un paese mussulmano il tribunale difende il padre. Anche se in un recente caso in Siria il tribunale ha dato ragione alla madre; questo per dire quanto poco islamica sia la legge in Siria. Su questo non c’è nulla da fare; occorre che la donna che sposa un mussulmano sappia come stanno le cose. Nel caso degli ebrei, se la mamma è ebrea, i figli sono ebrei, mentre per i mussulmani se il padre è mussulmano, i figli sono mussulmani. Non vi possono essere, nella legge islamica, donne mussulmane che sposano uomini non mussulmani.

Di norma le figlie femmine ereditano la metà dei figli maschi; ciò è dato per scontato, non crea problemi; è il maschio che deve mantenere la famiglia.

L’estate 2002 si è fatto un mimi corso di italiano al centro sociale islamico di viale Jenner di Milano che ha una scuola con circa 400 bambini, dalla scuola materna alla scuola media; sono quasi tutti egiziani e studiano in arabo su programmi egiziani. Le ragazzine seguite, di 10-15 anni, non conoscevano una parola di italiano. La scuola, nella zona Corvetto, ha molte pareti interne con fotografie dell’attacco alle torri gemelle ed una serie di frasi in arabo inneggianti ai martiri della Palestina, alla guerra santa. Questi bambini crescono con questi immagini. Quindi il problema esiste, ma la paura od il pessimismo non migliorano le cose. Se ci riferiamo alle comunità cristiane in medio oriente, che da comunità di maggioranza sono diventate comunità di minoranza e sono giunte ad una chiusura su loro stesse, rifiutano ogni contatto, ebbene ciò li sta portando all’estinzione.

La maggior parte degli immigrati da noi sono i disperati e molto spesso riscoprono la fede islamica da noi come segno di identità. Similmente a Damasco  molti giovani cristiani il mese di maggio recitano il rosario nelle chiese con croci appese al collo, la faccia di Gesù sul quadrante dell’orologio; è un bisogno di esprimere visibilmente, ed a volte per contrasto, la propria identità. Tutto ciò può avvenire pacificamente oppure con la violenza; tutto dipende se la diversità viene accolta oppure fa paura e mette in crisi. I palestinesi stanno combattendo una guerra di liberazione e tutto diventa lecito per loro; per loro, più che un discorso di fede e di religione, è un discorso di autonomia politica; essi vedono l’occidente schierato contro di loro e così anche gli obiettivi civili da colpire rientrano in un’assurda logica di guerra. Si sta parlano di sopravvivenza. La vita nei campi profughi palestinesi è tale per cui è più dignitoso morire facendo saltare per aria un palazzo che non morire lì dove non si può uscire, introdurre materiali da costruzione, ai giovani viene negata la maggior parte delle professioni. I gruppi armati si servono di questi giovani per mandarli a morire come kamikaze. Questo non per giustificare la violenza, ma per cercare di capire.

 

Poligamia. Nel periodo pre-islamico si parlava sia di poligamia (un marito con più mogli), sia di mogli con più mariti. Nel periodo di Muhammad la poligamia nacque anche da esigenze concrete: dare un tetto alle vedove di guerra; la poligamia serve anche per escludere ogni rapporto sessuale al di fuori del matrimonio e ciò ha valenza sociale. Muhammad è stato monogamo fino alla morte della sua prima moglie Hadīga, che fu la moglie eletta, più anziana di 15 anni di lui, che l’aveva accolto, orfano, nella sua casa e che gli aveva confermato la validità delle rivelazioni e sostenuto e incoraggiato a proseguire quando all’inizio era sconvolto e titubante. La legge islamica stabilisce che un uomo può avere al massimo quattro mogli; di fatto oggi la poligamia diminuisce moltissimo nelle grandi città; il marito deve mantenere equamente le  diverse mogli; nei villaggi la poligamia è ancora radicata ed i numerosi figli hanno un peso economico perché aiutano, curano il gregge, ecc… Comunque c’è una affermazione del Profeta che afferma che un mussulmano con la facoltà economica di avere una famiglia e non si sposa, è indegno della comunità del Profeta, è un escluso dalla comunità. Lo stesso matrimonio è in funzione anche della riproduzione.

 

Ultimo giorno. Tema attuale in questi tempi di kamikaze e suicidi. In realtà il Corano parla poco della morte; parla molto di più della risurrezione. Vi sono tre linee interpretative dell’ultimo giorno:

  • Linea letteralista. L’Islām prevede un inferno ed un paradiso. Questa linea letteralista dice che bisogna prendere molto sul serio le pene dell’inferno, che sono corporali; però non vanno confuse con quelle dell’ordine terreno, perché sono di un altro ordine più spirituale. Quando ai kamikaze vengono offerte nel paradiso gioie, donne, ecc… va fatto presente che l’ortodossia islamica intende queste gioie, queste pene puntano di più sul lato spirituale.
  • Corrente filosofica. I filosofi islamici non credono alla risurrezione dei corpi; è l’anima e non il corpo che risorge. Quindi le pene e le gioie sono più un simbolo, una metafora e non riguardano il corpo.
  • Corrente dei mistici. I mistici credono che pene e gioie siano corporali, però ciò in cui essi puntano tutto è la visione di Dio. Ciò che veramente conta dopo la risurrezione non è il fatto di star bene o di star male, ma di poter vedere Dio.

Al momento di morire, il mussulmano e la mussulmana vengono sottoposti all’interrogatorio della tomba. Due angeli, Nakir e Mumka interrogano il fedele su ciò che ha compiuto durante la vita, azioni buone o cattive; di questo il Corano non parla; il tutto è basato su detti del Profeta. A seconda delle azioni compiute c’è una destinazione. Ma non è ancora la risurrezione. Poi ci sarà la risurrezione finale che avrà segni premonitori, che annunciano la fine del mondo. Uno dei segni più importanti della fine del mondo è il ritorno di Gesù. Cor 43,61: “e quando fu proposto ad esempio il figlio di Maria, ecco che il tuo popolo vociferò dicendo “è costui migliore dei nostri dei?” …Egli non è che un servo a cui concedemmo i nostri favori e ne facemmo un esempio per i figli di Israele e se volessimo faremmo ereditare la terra dopo di voi ad angeli; ed egli non è che un presagio dell’ora, pertanto non dubitate che essa venga e seguite me. Questo è il retto sentiero”. Fra l’altro c’è una tradizione che dice che quando Gesù scenderà, lo farà sul minareto bianco della grande moschea di Damasco. Dopo questi segni premonitori ci sarà la fine del mondo e la distruzione di tutto. Dice il Corano: “e non invocare insieme con Dio un altro dio, non c’è altro dio che Lui e tutte le cose periscono, salvo il suo volto” e sarà quello il momento del giudizio finale.

Uno degli elementi comuni più importanti del discorso islamico cristiano è quello dell’escatologia; la leggenda dei sette dormienti di Efeso, è una leggenda antica cristiana, assunta quasi in toto dalla tradizione islamica ed è diventata la Sura 18 (della grotta) del Corano. Durante le persecuzioni di Decio sette giovani, figli di notabili, non volendo immolare sacrifici in tempi pagani rinunciando alla propria fede, si nascondono in una grotta. Questa grotta viene murata. I giovani dormono un sonno di duecento anni. Casualmente, poi viene riaperta la grotta; essi si risvegliano dal sonno; la persecuzione è finita;essi vivono ancora un po’ di tempo annunciando la risurrezione, la speranza della nuova vita; poi muoiono, vengono seppelliti e sul luogo della loro sepoltura viene costruita una basilica. L’Islām ha fatto sua questa tradizione cristiana; ne ha fatto la Sura 18 aggiungendo un cane fuori della grotta che vigila e custodisce. Ci sono anche due feste, una in oriente ed una in occidente, che ricordano la leggenda dei sette dormienti.

C’è un filo poco appariscente e poco tangibile che lega, accomuna cristiani e mussulmani nell’attesa escatologica. Quando si dialoga con l’Islām bisogna avere la speranza che supera la vita di tutti i giorni, in quanto dialogare con l’Islām significa, nella maggior parte dei casi, andare incontro ad un fallimento. Però nel quadro teologico e sociale della vita dei paesi islamici si trovano tante cose in cui noi cristiani ci incontriamo, anche se le cose in cui non ci si incontra sono più numerose.

Non possiamo non chiederci come cristiani che cosa significhi l’Islām per la nostra vita di cristiani, di fede, per la vita del mondo. Un miliardo di mussulmani sulla terra non possono non voler dire nulla. Questa domanda diventerà in futuro ancora più importante. Nei confronti dell’Islām vi sono due estremi da evitare: il facile ed ingenuo sincretismo che non fa bene né a noi che a loro e poi il muro contro muro: siamo diversi, loro non concepiscono la Trinità, che Gesù è Figlio di Dio; noi non capiamo che Muhammad è profeta. Se dialogare significa convincersi reciprocamente che la nostra fede è migliore dell’altra, il dialogo non è possibile. Quale può essere una strada? Ad esempio la strada sperimentata da Elena Bolognesi in Siria, quella dell’ospitalità sacra; nel mondo semitico, oggi nel mondo arabo, l’ospite è sacro. Una storia: la vedova di un capo beduino il cui marito è stato assassinato è nella sua tenda e si avvicina un fuggitivo che viene ospitato da lei per tre giorni nella sua tenda e viene salvato dai suoi inseguitori, anche se questa donna ha riconosciuto in questo uomo l’assassino di suo marito; non sappiamo se questa donna abbia perdonato. Per i beduini del deserto l’ospite è un messaggero di Dio (Abramo alla quercia di Mamre). Questa ospitalità chiede un’apertura del cuore; prima di pre-giudicare bisogna accogliere, dare ospitalità.

Oggi come oggi è assolutamente indispensabile trovare una via per evitare lo scontro con l’Islām, non perché esso ci mette in pericolo, ma perché ciò non è da cristiani, discepoli di un uomo che era Dio e che si è fatto crocifiggere per tutti.

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