prof. Don Franco Manzi Vergiate Mercoledì 29/11/2006
La domanda, espressa dal decano don Franco Gallivanone: «Come il Signore, pian, piano riesce ad esercitare la sua attrazione? L’itinerario di Pietro ci può indicare come funziona uno degli itinerari del Signore.»
Riprendiamo l’itinerario iniziato la volta scorsa attraverso quello esemplificativo di Simon Pietro con una citazione dal romanzo “Quinto evangelio” di Mario Pomilio: «Si dice che all’interno dei quattro vangeli noti è come se ce ne fosse uno ancora sconosciuto, ma ogni volta che la fede accenna a rifiorire è segno che qualcuno ha intravisto quel vangelo.»
L’esperienza di fede di Pietro attestata nei Vangeli e negli Atti degli apostoli potrebbe essere interpretata come una sorte di “Quinto evangelio”. Dopo la Pentecoste Simon Pietro, sotto l’attrazione dello Spirito santo, ha fatto diventare tutta la sua vita una memoria originaria, creativa, testimoniale di Gesù crocifisso e risorto.
Nei primi dodici capitoli degli Atti la figura che campeggia è quella di Pietro. Poi, dal capitolo 13 fino al 28 campeggia la figura di Paolo. Proprio per questa focalizzazione su Pietro e su Paolo nel N.T. questo libro è stato definito “Gli atti degli apostoli” in quanto, almeno apparentemente i due protagonisti sono loro. Essi ruotano attorno a due idee teologiche:
- La prima parte degli Atti è dominata da una tensione verso i”vicini”, verso i Giudei
- Poi la tensione si sposta verso tutte le genti.
Il cambiamento di rotta non semplicemente è dovuto al desiderio di due persone. Dietro il desiderio di salvezza di tutti i popoli c’è l’impulso che viene dal Risorto, che aveva promesso: «Avrete forza dallo Spirito santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme [i vicini] ed in tutta la Giudea e Samaria fino agli estremi confini della terra [i lontani].»
Proprio sotto l’attrazione, la spinta dello Spirito santo prende avvio sia la missione di Pietro sia di Paolo. Ci soffermiamo sugli aspetti della vicenda di Pietro, sulla sua maturazione ci soffermiamo per quanto risulta possibile essere rivissuto da noi. Ciò può diventare, in modo creativo ed originale, la nostra maturazione a seguire Gesù.
Il punto centrale è: Pietro continua l’opera di Gesù. Pietro fa di tutta la sua vita una memoria originale di Gesù. Lo si nota da due racconti degli Atti:
- La guarigione miracolosa del paralitico Enea. At 9, 32-35: E avvenne che mentre Pietro andava a far visita a tutti, si recò anche dai fedeli che dimoravano a Lidda. Qui trovò un uomo di nome Enea, che da otto anni giaceva su un lettuccio ed era paralitico. Pietro gli disse: «Enea, Gesù Cristo ti guarisce; alzati e rifatti il letto». E subito si alzò. Lo videro tutti gli abitanti di Lidda e del Saròn e si convertirono al Signore.
Pietro che gira per città e villaggi richiama alla mente la vita di Gesù nei Vangeli che predicava ed annunziava la buona novella del Regno di Dio, sanando ogni malattia ed infermità. A Lidda Pietro entra in contatto con un ammalato chiamato Enea che giace a letto con una infermità cronica. Pietro sente compassione per quest’uomo, ma sa bene di non essere capace con le sue forze di fare un miracolo. Però ricorda che Gesù, se fosse stati lì sarebbe stato capace di fare il miracolo. Ma Gesù è risorto, è vivo; perciò dice al Paralitico: «Enea, Gesù Cristo ti guarisce; alzati e rifatti il letto». Pietro non osa dire: “io ti guarisco”, ma dice: “Gesù Cristo ti guarisce”. Pietro riconosce che personalmente non è capace di fare certi gesti miracolosi, ma soprattutto Pietro riconosce Che Gesù Cristo risorto e vivo è lì e può continuare ad offrire salvezza; quindi Pietro si mette a disposizione del Signore risorto. Pietro, da docile strumento, vuole essere una memoria efficace di Cristo. Pietro giunge ad imitare gli stessi modi di fare e di dire di Gesù. Anche Gesù aveva guarito similmente un paralitico cui aveva detto: «Prendi il tuo lettuccio e va a casa tua.» Pietro non ripete le parole di Gesù come una formula magica, per superstizione, ma per un desiderio profondo di essere memoria di Gesù, non solo ripetendo meccanicamente le parole di Cristo, ma vivendo gli stessi atteggiamenti (andava in giro come Gesù aveva fatto, animato dallo stesso desiderio di portare salvezza a tutti). In una delle sue prime prediche, Pietro, per sintetizzare ciò che faceva Gesù, disse di Lui: «È passato beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo perché Dio era con Lui.» Paolo avrebbe detto: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù.» Gesù era risorto, non era più visibile, era entrato in un modo trascendente di vivere, però “se io mi faccio strumento di Gesù lo rendo in qualche modo incontrabile oggi.” Infatti l’esito di quel miracolo fu che la gente non si affezionò a Pietro, ma si convertì al Signore. Un altro particolare: per guarire Enea, Pietro non gli dice solo “alzati”, ma aggiunge “rifatti il letto.” Gesù aveva detto al paralitico calato dal tetto: «Prendi il tuo lettuccio e va a casa.» Là la situazione era diversa a causa della folla e del paralitico portato colà e l’invito a prendersi il letto e portarlo a casa aveva senso. Qui la situazione è diversa, Pietro lo va a trovare a casa, l’imitazione di Cristo non è meccanica, Pietro riplasma con creatività la situazione in cui si fa memoria della vita di Gesù.
- La risurrezione di Tabità. At 9, 36-43: A Giaffa c’era una discepola chiamata Tabità, nome che significa «Gazzella», la quale abbondava in opere buone e faceva molte elemosine. Proprio in quei giorni si ammalò e morì. La lavarono e la deposero in una stanza al piano superiore. E poiché Lidda era vicina a Giaffa i discepoli, udito che Pietro si trovava là, mandarono due uomini ad invitarlo: «Vieni subito da noi!». E Pietro subito andò con loro. Appena arrivato lo condussero al piano superiore e gli si fecero incontro tutte le vedove in pianto che gli mostravano le tuniche e i mantelli che Gazzella confezionava quando era fra loro. Pietro fece uscire tutti e si inginocchiò a pregare; poi rivolto alla salma disse: «Tabità, alzati!». Ed essa aprì gli occhi, vide Pietro e si mise a sedere. Egli le diede la mano e la fece alzare, poi chiamò i credenti e le vedove, e la presentò loro viva. La cosa si riseppe in tutta Giaffa, e molti credettero nel Signore. Pietro rimase a Giaffa parecchi giorni, presso un certo Simone conciatore.
In questo miracolo ancora più grande – non solo guarigione, ma risurrezione – la situazione creativa appare in modo più evidente. Pietro fece uscire tutti e si inginocchiò a pregare; anche Gesù aveva risuscitato in modo molto simile la figlia dodicenne di Giairo a Cafarnao ove lo stesso Pietro, con Giacomo e Giovanni ed i genitori della bambina, avevano avuto il privilegio di entrare con Gesù nella stanza dove avvenne il miracolo; agli altri non era stato permesso entrare. Anche a Giaffa Pietro caccia fuori tutti. Pietro utilizza lo stesso verbo usato da Gesù con la figlia di Giairo: “cacciar fuori.” Da Pietro che s’inginocchia e prega traspare la sua convinzione di essere un semplice strumento nelle mani di Gesù. Gesù, dopo aver preso la mano della ragazzina, aveva detto: «Fanciulla, alzati!» Pietro, quasi con le stesse parole, fa lo stesso invito: «Tabità, alzati!» Il verbo usato è lo stesso usato nel N.T. per indicare risurrezione. Marco riporta l’invito di Gesù nella stessa sua lingua, l’aramaico: «Talità kum!» (O fanciulla, alzati!) Solo una consonante differenzia le due espressioni. Ma la vera differenza è che Gesù aveva agito con una sua forza. Nel Vangelo secondo Giovanni Gesù dice: «In verità, in verità vi dico che è venuto il momento ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata vivranno. Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso.» Pietro non ha questo potere del Figlio, si inginocchia e prega, mettendosi a disposizione divenendo strumento per diffondere quella vita che gli arriva da Gesù risorto.
Pietro prega come avevano fatto molti profeti del passato che si erano trovati in situazioni molto simili: Elia che era stato ospitato dalla vedova di Sarepta di Sidone ed il figlio di questa vedova morì. Elia invocò il Signore. “Signore mio Dio, farai del male a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?” Il Signore ascoltò il grido di Elia, l’anima di quel bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere. Lo stesso fa Eliseo con il figlio di una donna di Sunem che l’aveva ospitato. Pietro, come i profeti, è consapevole d’essere nelle mani di Dio. Gesù aveva detto: «Chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi perché io vado al Padre. Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio.» Gesù aveva assicurato che da risorto, non più limitato nello spazio e nel tempo, avrebbe agito Lui nella via dei credenti che vogliono vivere come Lui ed umilmente gli chiedono di diventare suoi strumenti.
Pietro aveva vissuto con Gesù ed aveva imparato quello strumento da noi precedentemente chiamato “resa”. Pietro, con Giacomo e Giovanni, era stato un apostolo privilegiato ed aveva partecipato a segni cui altri non avevano potuto, la risurrezione della figlia di Giairo, la trasfigurazione, la preghiera nel Getsemani. Eppure anche Pietro deve convertirsi e fare un lungo cammino per imparare ad arrendersi al Signore ed entrare nell’atteggiamento di memoria creativa, testimoniale di Cristo.
Qual è stata la “sequela Christi” di Pietro? Matteo descrive l’episodio della tempesta sedata con particolare attenzione alla figura di Pietro. Mt 14, 24-33: La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. I discepoli, al vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: «É un fantasma» e si misero a gridare dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». Pietro gli disse: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma per la violenza del vento, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!» E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: «Tu sei veramente il Figlio di Dio!»
Qui, impulsivo ed attivo, Pietro vuole partecipare al segno che sta avvenendo, vuole un segno da parte di Gesù con cui entrare da protagonista. Pietro fa tutto questo perché ha un carattere impulsivo, vuole seguire Gesù ovunque egli vada. Non ha doppi fini, è appassionato di Gesù e lo vuole imitare. Eppure emerge che c’è troppo di sé in Pietro. Si fida troppo di sé. Vuole quasi salvare la propria vita, a cui è molto attaccato, con le proprie forze ed in quel momento va a fondo: non ci si può salvare da soli. La sua fede in questi inizi è poca e Gesù glie lo fa notare. Non aveva ancora parlato di quella legge che suona: «Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà; chi la perderà per causa mia, la guadagnerà.»
Probabilmente Pietro, per carattere, non era portato ad un atteggiamento recettivo di fronte ai doni di Dio, che è fondamentale nella “resa.” Pietro rimarrà un po’ sempre così anche dopo la morte e la risurrezione di Cristo.
Altro episodio. Gesù risorto si presenta sul lago di Tiberiade e l’apostolo Giovanni dice: «È il Signore!» e Pietro si butta impulsivamente subito in acqua per arrivare per primo da Lui. Qui si nota anche la generosità di Pietro. Anche agli inizi della missione Pietro, chiamato da Gesù, lascia la barca e tutto il resto e segue Gesù senza pensarci tanto.
Quando Gesù chiede agli apostoli, in alternativa alla gente, che cosa pensano di Lui, Pietro risponde subito: «Tu sei il Cristo.»
E quando le cose sembravano andar male e molti avevano lasciato Gesù, questi disse ai dodici: «Forse volete andarvene anche voi?» Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna.»
Pietro, per difendere Gesù nel Getsemani non ci pensa due volte, sguaina la spada e taglia un orecchio al servo del sommo sacerdote.
In una personalità così attiva, impulsiva, generosa, irruente c’è il rischio di pensare che la salvezza è conquistabile con proprie forze dimenticando che essa è prima di tutto dono di Dio. Chiamato da Gesù ad essere “pescatore di uomini, ” a portare gli uomini alla vera vita, Pietro stesso, un po’ alla volta deve maturare ed assumere lo stesso sguardo sulla vita che aveva Gesù, assumere lo sguardo che Gesù aveva su Pietro ed iniziare a vivere di riconoscenza, riconoscere che tutto nella vita è dono di Dio. Diventare memoria originaria, creativa, testimoniale di Gesù significa anzitutto convertirsi a questo modo di vedere la vita, entrare in un atteggiamento filiale. Il Figlio è questo, sa di aver ricevuto tutto da Dio e vive di riconoscenza. Dai testi si vede in Pietro una maturazione lenta ed in bilico tra “resistenza” e “resa” non senza cadute. A Cesarea di Filippo Gesù non loda soltanto Pietro per la sua risposta ineccepibile:”tu sei il Cristo di Dio.” Gesù invita Pietro a riconoscere il carattere primariamente ricettivo persino dalla risposta ineccepibile che ha dato; essa “non viene da te, tal tuo sangue e dalla tua carne; viene da Dio:” «Sei beato Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli.»
Subito dopo questo atto di grazia, Pietro inizia a porre resistenza, sebbene non intenzionalmente. Dio Padre desiderava che il Figlio continuasse a rivelare il suo vero volto ad ogni costo, anche a costo della vita. Quando Gesù, che era in atteggiamento di ricettività attiva nei confronti del Padre, inizia a dire che per realizzare il disegno di salvezza per tutti salirà sulla croce, Pietro, resistendo allo Spirito santo, secondo una logica umana dice: «Dio te ne scampi, Signore. Questo non ti accadrà mai.» Non è per interesse personale, per affiancare Gesù nel governo messianico di Israele, che Pietro fa così, è per affetto autentico verso Gesù. Pietro abbandona la posizione dei discepoli, dietro a Gesù, per affiancarsi a lui ed insegnargli che cosa deve fare. Da qui la reazione ruvida di Gesù, per fargli capire la mancanza di logica filiale di fronte alla volontà di Dio. Gesù gli fa capire che, con tale sua logica, è come Satana, un tentatore, una pietra di inciampo (scandalo). Gesù invita Pietro a tornare indietro ed accordarsi alla volontà salvifica del Padre. L’affetto di Pietro è una forma di resistenza a Dio. Dopo aver ripreso Pietro, Gesù si mette ad annunziare apertamente la Parola di Dio.
La tentazione di Pietro tornerà nel momento cruciale, nel senso della croce. Anche qui Pietro si illuderà di essere capace lui, con le sue forze di seguire, imitare Gesù, costi quel che costi. E lo dice: «Signore, con te sono pronto di andare in prigione e alla morte.» Paradossalmente è proprio la generosità di quest’uomo a costituire un rischio, un elemento di resistenza nei confronti di Gesù e di Dio. Se la generosità è disarcionata dall’umile capacità di riconoscere che tutto è grazia, che proviene da Dio, anche questa generosità ha il fiato corto. Ed infatti, ecco il rinnegamento di Pietro. Quando Pietro risponde alla serva: «Donna, non lo conosco!» dice qualcosa di vero. Chi era il Gesù che Pietro fino a quel momento si illudeva di conoscere davvero? Era il Gesù profeta, potente in opere ed in parole davanti a Dio ed a tutto il popolo. Pietro non aveva rinnegato Gesù solo per paura: aveva dimostrato nel Getsemani, poco prima, di essere capace di sfoderare la spada e mettere a repentaglio la vita per Gesù. Perché in quel momento dice “non lo conosco”? Che senso ha combattere per un uomo che aveva accettato in modo così remissivo quella pena capitale? Il Gesù che Pietro conosceva era un altro; in questo senso Pietro dice il vero quando risponde a quella serva. Che cos’era ciò da cui doveva convertirsi per confermare gli altri nella fede? Qual è, in sostanza, l’aspetto fondamentale del Figlio di Dio che Pietro doveva imitare per diventare memoria originaria? Lo vediamo nell’ultima cena: Gv 13, 3-9 Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!»
Appena Gesù si avvicina a Pietro per lavargli i piedi come aveva fatto anche agli altri, Pietro protesta, non capisce il gesto. Pietro non aveva ancora capito la logica di Gesù. Se si vuole imitare Gesù, prima di tutto bisogna lasciarsi amare da Lui. Prima di tutto quello era un gesto d’affetto di Gesù nei suoi confronti. Non si tratta di fare qualcosa come o per Gesù, anche se ciò coincidesse nel dare la vita. Questo fare tradisce un’incomprensione di fondo: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi ed ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. Dio ci ha amati prima ancora che noi fossimo esistiti e potessimo fare il primo gesto per lui. In quel momento l’umanità era tutta peccatrice, tutti erano finiti, per diverse vie, nel vicolo cieco del peccato. Giuda che rinnega, gli altri discepoli che fuggono, la crudeltà dei romani, la malvagità dei Giudei, tutti hanno peccato e da soli non potevano ritornare sulla via di Dio. Il primo atteggiamento della morale cristiana è accogliere con riconoscenza l’amore con cui Gesù ci vuol bene. Al contrario, Pietro voleva essere sempre il primo. Era disposto a dare la vita per Gesù, per salvarlo lui dalla morte senza rendersi conto che era Gesù che soprattutto doveva salvare lui, Pietro.
Simon Pietro dice a Gesù: «Signore, dove vai?» Gli risponde Gesù: «Dove vado io, tu per ora non puoi seguirmi.» Pietro: «Perché non posso seguirti ora, darò la mia vita per te.» Come è duro Pietro e resisté cocciutamente alla grazia di Dio, invece di arrendersi.
Proprio perché il fondamento della conversione non sta nell’uomo, ma in Dio, Pietro ha avuto bisogno, per diventare memoria originaria di Cristo di interventi supplementari, di continui segni di affetto sia da parte del Gesù terreno che dello Spirito santo. Anzitutto lo sguardo pieno d’affetto di Gesù che fa sgorgare in Pietro il pentimento. A quel punto Pietro capisce che Gesù lo ha amato in anticipo senza esigere da lui di essere ricambiato, anzi, prevedendo il suo tradimento. Solo dopo aver gustato questo amore e misericordia si può tentare anche di diffonderli agli altri per gratitudine nei confronti di un amore che si è assaporato. Una volta convertito, Pietro è inviato a confermare i suoi fratelli. Da qui le lacrime e la riabilitazione di Pietro. Al triplice rinnegamento corrisponde la triplice domanda di Cristo. Gv 21, 15-19: Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle. In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi».
Per capire bene la pedagogia di Gesù, però, bisogna andare al greco e capire bene il significato della parola “amare.” In greco il verbo amare è espresso soprattutto con due termini:
- Filein (amare teneramente, da amico)
- Agapan (amare incondizionatamente, generoso, originario di Dio)
Bisognerebbe leggere così il brano con traduzione CEI di cui sopra:
«Simone di Giovanni, mi ami incondizionatamente, generosamente più di costoro (agapan)?» Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo da amico (filei) ». Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi ami incondizionatamente, generosamente (agapan)?» Qui Gesù non fa più il paragone con gli altri. Pietro gli risponde come prima: Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo teneramente (filei) ». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». Qui Gesù diminuisce la richiesta, come a chiedergli, “ma almeno mi ami da amico?”: Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi ami da amico (filei)?» Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami? (filei), e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo teneramente (filei) ». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle. In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi».
Gesù è sceso di livello, fino al livello di Pietro, per accogliere ciò che egli era in grado di dargli in quel momento, per poi innanzitutto riabilitarlo come uomo, poi come credente e poi come apostolo, anzi il primo tra gli apostoli.
Qui Pietro, impulsivo e generoso, incomincia riconoscere il Signore (tu sai tutto di me. Tu sai che adesso la mia capacità di volerti bene è l’amore dell’amico, non ancora il tuo amore, non è ancora la carità É la ricreazione della libertà. Di fronte a questo riconoscimento Gesù gli indica di prendersi cura anche degli altri; per tre volte gli dice: pasci le mie pecorelle; conferma gli altri su questo tipo di amore che tu hai sperimentato sulla tua stessa pelle.
Chi darà a Pietro la capacità di passare dalla filia all’agape, all’amore come Gesù, di vivere “gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù?” Lo Spirito santo. Con la Pentecoste la maturazione drammatica di Pietro giunge ad un buon livello. Il primo discorso di Pietro dopo la Pentecoste (At 2) verte sulla capacità di ricevere: “Chi invocherà il nome del Signore sarà salvato.” Il primo discorso Pietro insiste non tanto sul Signore trionfante, ma nel Signore Gesù che è stato risuscitato da Dio, che ha ricevuto la vita di Dio dopo essere passato per il tradimento, la croce e la sofferenza.
At 2, 22-24: Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nazareth, uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra di voi per opera sua, come voi ben sapete, dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l’avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l’avete ucciso. Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere.
Grazie allo Spirito santo Pietro ha compreso il significato delle parole di Gesù che lo rimproverava a Cesarea di Filippo. A chi gli chiedeva che cosa dovesse fare, Pietro rispondeva di accogliere lo Spirito santo ed i suoi doni. Un dono dello Spirito che Pietro aveva sperimentato è anzitutto il perdono. La comunità cristiana, dopo aver superato la crisi della crocifissione del loro maestro sperimenta lo Spirito santo. Quando Gesù era sulla terra lo Spirito santo era soprattutto in Gesù ed anche nei discepoli perché questi erano con Lui. Dopo la risurrezione la comunità cristiana sperimentò che lo Spirito santo viene effuso nel cuore dei discepoli. Ma questo avviene anche nella vita cristiana; essa non è fondata sulla volontà, ma soprattutto sui sacramenti. Con il Battesimo i cristiani diventano tempio di Dio, sono inabitati, attratti dallo Spirito santo, camminano nella Chiesa attraverso tutti gli altri sacramenti.
Gli Atti insistono molto sugli effetti carismatici dello Spirito santo che trasforma i cristiani da pecore sbandate, in crisi ed impauriti, racchiusi nel cenacolo a gente coraggiosa che annuncia Gesù Cristo. A volte si insiste anche sui miracoli che lo Spirito santo concedeva alla Chiesa bambina per farla crescere. Però questa insistenza di tipo carismatico non deve far dimenticare altri aspetti come il tentativo quotidiano della Chiesa primitiva di stare nella sequela di Gesù grazie allo Spirito santo. At 2, 42-48: Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.
È appunto per questa quotidianità nella sequela di Cristo che la gente si converte.
Tre concetti conclusivi per sintetizzare il tutto:
- 1. La vicenda spirituale di Pietro ci ricorda che la libertà umana in quanto tale è originariamente un dono di Dio. È stata creata da Lui. È stata attivata da Lui. Continua da essere attivata da Lui. Viene ricreata nei momenti di peccato. Coerentemente con l’origine graziosa (della grazia) della libertà umana, possiamo dire che il compito consegnato dalla Parola di Dio è di continuare a lasciarsi fare da Dio, ad arrendersi a Dio, senza opporre resistenze.
- 2. L’analisi della vicenda spirituale di Pietro ci mostra come perfino la sua trasformazione positiva, la trasformazione della sua identità, della sua maturità, fino a giungere ad essere memoria originaria di Cristo, non è dovuta semplicemente agli sforzi di Pietro, ma è ricevuta in dono. Il cristiano imita Cristo non riproducendo in proprio il proprio modello di Cristo, ma partecipando del suo amore. L’amore di Cristo, poi, non ci rapisce a sé, ma ci porta semplicemente verso il Padre (“siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro”). Il fine dell’imitazione di Cristo non è il diventare tanti piccoli Gesù Cristo; ce n’è uno solo, basta ed avanza, la meta è essere in Lui, amorevoli come Lui, come è amorevole il Padre per mezzo dello Spirito santo.
- 3. Imitare Cristo non è semplicemente riprodurre un modello etico, altrimenti Gesù sarebbe semplicemente un altro Socrate, un altro Buddha. Imitare Cristo è rispondere consapevolmente alla relazione di agape – amore che nello Spirito santo è possibile vivere con Lui. La libertà dell’uomo chiamato a vivere in questa amicizia, relazione con Cristo, non solo non è compromessa, – se c’è Lui non ci sono io – io divento una marionetta – ma è richiesta da Gesù. È tipico della libertà evangelica che sia fatta liberamente. Pietro, spinto dalla carità versata nel suo cuore dallo Spirito santo, continua poi nella vita a fare le stesse cose di Gesù, continua l’attività evangelizzatrice di Cristo, con gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, ma, ecco la libertà, diversamente la Lui nei momenti in cui si trovava in situazioni diverse. Sant’Agostino diceva: «Ama e fa quello che vuoi.»