LA FAMIGLIA OGGI – OPPORTUNITÁ ED OSTACOLI NEL CAMMINO DI FEDE

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prof. Don Aristide Fumagalli – Somma Lombardo – 07/03/2007

nato ad Inzago nel 1962, sacerdote dal 1991

 

 

 

 

 

È cosa complessa capire che cosa va capitando oggi alla famiglia  con l’accelerazione dei processi di cambiamento e con la difficoltà ad avere strumenti adeguati per riconoscere ciò che accade.

Facciamo un passo indietro nel recente passato, a partire da due secoli fa, per comprendere ciò che è capitato. Rispetto al passato c’è stato un allentamento dei legami sociali della famiglia. Prima la famiglia aveva ancore, rispetto alla società, molto più resistenti e forti. Per indicarla, facciamo riferimento a tre indici sociali:

  • 1. Indice politico La famiglia sembra perdere la primitiva funzione di costituzione della società d’appartenenza. I legami familiari permettevano un tempo di tessere la società; pensiamo soprattutto al modo con cui i matrimoni erano costituiti; erano le famiglie d’appartenenza che stabilivano la politica matrimoniale. Ciò sia per l’alleanza tra i regni, sia a livello popolare. Nelle famiglie contadine di un tempo il matrimonio era una delle modalità con cui si potevano stabilire legami. Oggi questa tessitura di legami familiari non è più intrecciata mediante accordi matrimoniali, ma il matrimonio nasce come un contratto tra singoli individui. Si è privatizzato il costituirsi della famiglia e dei legami coniugali.
  • 2. Indice economico La famiglia sembra perdere la funzione di comunicarsi lavoro che un tempo aveva assunto. Prima dell’epoca industriale le precarie condizioni di vita facevano sì che il matrimonio costituisse e coincidesse con la comunità di lavoro. Le relazioni coniugali e familiari erano costituite e strutturate soprattutto in funzione dell’attività economica che era principalmente di carattere agricolo od artigiano. Essere inseriti in una famiglia era decisivo, soprattutto per il proprio sostentamento. Questo è decisamente cambiato con l’avvento, primo della rivoluzione industriale e poi con la rivoluzione tecnologica che ha portato le società soprattutto occidentali fuori dell’economia di sopravvivenza ed ha creato condizioni di benessere diffuso. Questo fa sì che il matrimonio e la famiglia patriarcale non sia più un tassello decisivo per il sistema economico. La famiglia, considerata una sorta di sovrastruttura finalizzata ad un certo tipo d’economia borghese, ora non ha più ragione di essere così; non è più necessario sposarsi e mantenere una famiglia per sostenersi dal punto di vista economico. Il mondo del lavoro si è totalmente sganciato rispetto al mondo della famiglia.
  • 3. Indice culturale Un tempo il matrimonio era il modo con cui ci si accreditava presso la società. Il riconoscimento sociale come singolo individuo era problematico, soprattutto per il mondo femminile; una donna non sposata e che non entrasse in un ordine religioso non aveva possibilità di sopravvivenza, doveva rientrare nell’ambito della propria famiglia oppure percorrere strade che era meglio non percorrere. Il cambiamento notevole soprattutto della condizione femminile ha fatti sì che, sia in termini di principio sia di condizioni pratiche, che non sia più decisivo essere all’interno di una struttura familiare per essere accreditati dal punto di vista della cultura sociale. La realizzazione personale ora passa primariamente attraverso l’affermazione individuale. Lo stesso legame matrimoniale, qualora sia costituito, risulta funzionale alla realizzazione dei singoli.

Questi legami solidi venuti meno che determinano nella vita familiare? Se possiamo parlare di un allentamento dei legami extra familiari, doppiamo parlare di una liquefazione dei legami intra-familiari. L’allentamento degli ormeggi all’esterno che fissavano la famiglia in precise funzioni consente al suo interno luoghi meno rigidi e legami più flessibili. Il vincolo matrimoniale tende a sciogliersi in quella che è definita “una relazione pura” che si qualifica soprattutto in termini sentimentali o passionali/sentimentali. Il cemento che tiene unito un uomo ed una donna non è più tanto da ricercare nelle necessità d’ordine economico, politico, sociale o culturale, ma è da ricercare nella stessa relazione. Il registro sentimentale permette il formare, il rimanere, lo sciogliersi del legame matrimoniale.

I legami amorosi si presentano piuttosto labili, liquidi. Non sono più stabilizzati in una forma duratura, ma sono tendenzialmente slacciati. La metafora delle scarpe degli adolescenti in cui sono presenti le stringhe, ma queste restano slacciate sono l’immagine di come oggi sono pensati i legami, anche d’ordine amoroso. Si ha paura dell’assenza del legame, si è angosciati della solitudine, però si diventa ansiosi quando il legame si fa troppo stretto. La relazione amorosa appare instabile nella durata ed incerta nella forma; l’instabilità coniugale è evidente in alcuni fenomeni: anche senza ricorrere alle statistiche, appare evidente ad occhio nudo il consistente aumento di separazione e divorzi, come pure l’aumento di forme di convivenza che ammettono forme di dissolubilità. Già il matrimonio civile lo ammette, ma anche le forme che vanno sotto il nome di “unioni di fatto” in cui l’instabilità è maggiore e per certi versi voluta come possibilità rispetto alla forma del matrimonio di un tempo.

Oltre a quest’instabilità si nota anche un’incertezza della forma. I sociologi parlano di una pluralizzazione delle famiglie. Ci sono forme coniugali ed anche genitoriali che rivendicano per sé l’appellativo di famiglia. Non si può più parlare di “famiglia”, ma eventualmente di “diversi modelli di famiglia”. L’instabilità coniugale e la pluralizzazione tendono a sciogliere i legami ed in particolare il nodo incrociato di due generi e di due generazioni: il genere maschile e femminile incrociato con la generazione dei genitori. I due legami erano considerati univoci: l’uomo e la donna che si univano generavano figli che nascevano legittimamente all’interno di questo legame. Questo doppio incrocio tra generi e generazioni è in discussione; questa liquefazione dei legami tende a scioglierlo. Ci sono fenomeni eclatanti non sempre legittimati dalla società civile, come il legame amoroso di tipo omosessuale; è in discussione che la famiglia debba essere fondata a partire dal legame di due generi diversi. Per quanto riguarda il legame genitori/figli, per quel che capita in seguito alla separazione, divorzio, ricostituzione di altri legami coniugali, fa sì che la storia della convivialità si differenzi dalla storia della genitorialità.

Ci sono altri fenomeni, per ora non permessi dalla legislazione italiana, come quello della fecondazione artificiale eterologa dove l’identità biologica del figlio non è costituita dai due genitori, che poi eventualmente si prenderanno cura di lui, ma da uno solo perché interviene un terzo a fornire il patrimonio genetico.

Questa descrizione dell’allentamento dei legami sociali extra familiari e della  liquefazione dei legami intra-familiari solleva la domanda circa il futuro della famiglia. Che ne sarà domani della famiglia? Siamo passati da uno stato solido cristallizzato ad uno stato liquido e sembrerebbe giunto il momento di avviarsi verso uno stato gassoso molto labile. Il futuro della famiglia solleva posizioni contrastanti dentro e fuori la chiesa. C’è chi approva incondizionatamente quello che succede e c’è chi lo condanna in modo inappellabile. C’è la sensazione che i fronti vadano irrigidendosi, che il conflitto ideologico si faccia di anno in anno più consistente. Va tenuto presente la possibilità dei mass media di irrigidire ad arte le due posizioni.

I fautori della «fine del matrimonio» considerano quello che sta avvenendo come inarrestabile e propongono di assecondarlo, fino a riconoscere anche sul piano legislativo l’eguaglianza di qualsivoglia forma di convivenza, non preoccupandosi troppo di incasellare, di differenziare i riconoscimenti; chiedendo di lasciarli tutti alla pari, che sia la libertà di ciascuno a decidere il tipo di legame che vuole. Dietro a tutto questo c’è l’idea dell’individuo che deve essere garantito nella sua arbitrarietà, che faccia ciò che vuole, e la società non debba far altro che riconoscergli questa possibilità.

Al contrario i paladini del matrimonio di un tempo considerano ciò che sta avvenendo, allentamento, liquefazione, come una regressione che va contrastata mediante un ritorno alla famiglia tradizionale promossa anche mediante leggi dello stato. Per certi versi, nel primo caso, la famiglia è considerata come una zattera trascinata dalla corrente e quindi libera; nel secondo caso, come una sorta di tsunami che sta provocando disastri e che deve assolutamente essere contrastata. Eliminare gli spuntoni che ancora impediscono alla zattera della famiglia una navigazione totalmente libera nella corrente oppure erigere dighe che trattengano le correnti ed impediscano alla famiglia di finire chissà dove?

Questa distinzione un po’ forzata tra “progressisti e conservatori” sembra condividere un medesimo difetto: quello di pensare la storia in termini un po’ illuministici, cioè come un progresso oppure come un regresso. Per i primi sembrerebbe che il futuro sia comunque migliore, per gli altri sembrerebbe invece che il passato sia migliore. Utopia del futuro e nostalgia del passato. Quest’impostazione rischia di oscurare il momento presente. Quando va capitando non è già inevitabilmente deciso come un destino implacabile, una sorte di evoluzione alla Darwin per cui, inevitabilmente ne risulterebbe un prodotto che non può essere che quello che sta formandosi. Il momento presente qui dimenticato dovrebbe richiamarci, invece, alla possibilità di interagire. Quale famiglia ci sarà domani dipende anche da quale famiglia vogliamo oggi. La libertà può certamente intervenire in questo processo e non si può essere talmente ingenui da pensare che la libertà può fare tutto quello che vuole. Basta la buona volontà di qualcuno per fermare il mondo. Certamente i processi globalizzati in atto inducono condizionamenti, ma non si può affermare che il condizionamento strutturi inevitabilmente tutto il futuro.

Sembrerebbe necessario attirare l’attenzione sulla responsabilità del presente senza arroccarsi su un modello passato che dovrebbe per forza essere perpetuato e senza nemmeno lasciare che il futuro venga spontaneamente senza alcun intervento della nostra libertà. L’appello alla responsabilità personale sembra, però, insufficiente per ipotizzare il futuro della famiglia. Per immaginare il futuro ed orientarsi nel futuro occorre che esista una “rotta di navigazione con un punto di riferimento” e così pure bisognerà reperire il “vento” che consenta la navigazione. È possibile oggi indicare la stella polare ed il vento che consentano la navigazione familiare nelle acque della storia? Qui interviene un’ipotesi, che è pure presente e che possiamo rintracciare in un mondo così complicato e talvolta così confuso. L’ipotesi è precisamente quella cristiana che confida nella promessa fatta da Gesù ai suoi discepoli prima della sua Pasqua: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Questo criterio fa sì che la valutazione della storia matrimoniale non possa assumere come unico criterio quello della stabilità. È vero che la separazione, il divorzio, la labilità di amore scelto sono problematici; esse sono certamente giudicate dall’amore di Cristo come forme immature o fallimentari di amore. Occorre però anche considerare come i matrimoni che dal punto di vista sociologico perdurano, siano vissuti. Nei matrimoni così detti regolari, i due, pur rimanendo insieme, non è detto che si trattino come Cristo ha detto che facciano. Il cristianesimo annuncia l’amore di Cristo quale stella polare e centro gravitazionale cui mirare per ridare orientamento e respiro alle odierne relazioni amorose, a rischio di soffocamento nei modelli amorosi del passato e di smarrimento in quelli odierni.

Trovare la cristianità dell’amore significa che l’annuncio sul matrimonio e la famiglia debba anzitutto preoccuparsi di annunciare il come dell’amore di Cristo. L’annuncio cristiano sul matrimonio e la famiglia non riguarda anzitutto il permanere o il dissolversi di un istituto naturale o culturale, non si tratta di difendere il matrimonio per il matrimonio perché questo subisce modifiche: il suo modo di viverlo oggi è molto diverso che nel secolo passato. La relazione e le mentalità che intercorreva tra uomo e donna erano sicuramente sbilanciati in termini gerarchici. L’uomo, il padre era in posizione di dominio nei confronti dei figli e della donna. Nella famiglia patriarcale l’uomo anziano era naturalmente ritenuto avere il potere. La donna sottostava alla volontà del marito anche quando questi non si comportava in termini amorevoli con la moglie. Questo cambiamento considerevole ci permette di distinguere tra l’istituzione del matrimonio e la modalità di relazione che Cristo ha indicato perché diventasse l’anima stessa del matrimonio. Il matrimonio cristiano non sorge solamente perché un uomo ed una donna sono innamorati, ma anche perché essi, pur deboli e peccatori, fanno del “come Cristo ha amato” il criterio ispiratore e la forza vitale della loro relazione amorosa: «Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34). Nel matrimonio cristiano c’è conformazione a Cristo, cioè si prende la forma sua, totalità, dono, fedeltà, indissolubilità, fecondità.

Se questo avviene nella storia bisognerà tener conto che ci saranno passaggi anche drammatici, il cui esito non è garantito. Se si parla di storia, si parla dell’attrazione che Cristo stesso ha inserito nella storia di cui ha innervato le vicende umane, ma anche della corrispondenza, della libertà delle persone, del condizionamento che esse subiscono. La storia di un matrimonio non è al riparo da rischi. Ci sono due fenomeni in crescita:

  • 1. la convivenza, alternativa al matrimonio;
  • 2. il fallimento, talvolta repentino, di matrimoni religiosi, cui spesso, dopo separazioni e divorzi, fanno seguito spesso nuove relazioni coniugali.

A fronte di queste situazioni e di matrimoni che appaiono consistenti, ma che si trascinano pesantemente e che anelano a trovare un’iniezione di energia, a fronte dell’odierna “liquidità amorosa”, la Chiesa è invitata a ritrovare l’essenziale e specifico suo compito: consolidare l’amore di coppia favorendo il contatto con l’amore di Cristo. La cura per l’annuncio dell’amore di Cristo viene prima e non dopo la preoccupazione per la situazione canonicamente “fuori regola” in cui si trovano molte coppie. In vista di questa rinnovata evangelizzazione, la dottrina e la pastorale della Chiesa sono invitate a riconoscere ed integrare al meglio la gradualità della vita amorosa e la misericordia del perdono. Sempre più spesso oggi il matrimonio giunge dopo un periodo di convivenza.

L’innesto della vita amorosa di coppia nell’amore di Cristo non è operazione di un momento, ma avviene in una storia. Questa storia non può prescindere dalle odierne situazioni di partenza, in cui la relazione amorosa è già diffusamente sessuale e la convivenza è sempre più frequente. In un’ottica di maturazione graduale, l’accompagnamento pastorale dovrà badare non solo alla meta ideale del matrimonio sacramentale, ma anche ai singoli passi compiuti dalla coppia in tale direzione. A tal riguardo risulterà opportuno l’impiego del criterio alpinistico secondo il quale la bontà di un’ascesa, più che dall’alto della vetta, può essere apprezzata da fondo valle. Visto dall’alto ogni passo compiuto dalla coppia apparirà sempre inadeguato rispetto all’ideale dell’amore cristiano. Visto dal basso, invece, ogni passo compiuto dalla coppia si presenterà come il maggior bene al momento realizzabile per ascendere all’altezza dell’amore di Cristo. La complementarietà delle due vie – sguardo alla meta e passo secondo la gamba – sembra essere più incoraggiante che non la sola prospettazione della meta ideale, la quale, privata del cammino che ad essa conduce, finisce per apparire troppo alta e quindi fuori dalla portata di coppie che non siano eccezionali.

In riferimento ad una convivenza amorosa occorre chiedersi: «Che cosa è primario? Che io condanni l’essere fuori regola dal punto di vista canonico, o che valuti la direzione e la determinazione con cui costoro si sono incamminati verso una certa direzione?» Così facendo si arriva a valutare anche il bene presente in una certa situazione: anche se esso non è il massimo, non però essere disprezzato. La Chiesa mantiene alcuni segnali: se due persone convivono senza il sacramento del matrimonio, questi non possono accedere agli altri sacramenti. Infatti, se queste persone non vogliono o non sono ancora convinte di immergere la loro relazione amorosa in Cristo, sembrerebbe contraddittorio che poi esse desiderino incontrare Cristo in quella forma sacramentale come individui. Non si tratta di fare di ogni erba un fascio e considerare che tutto vada bene allo stesso modo, ma neanche considerare che tutto vada male allo stesso modo. Oggi ci sono situazioni in cui la relazione uomo/donna è vissuta sotto l’insegna del relativismo, del soggettivismo, del benessere individuale; ma tutte le vicende amorose possono essere comprese in questi termini?

Un cammino graduale diffida delle idealizzazioni che sollevano gli sposi tra le nuvole ed esige, al contrario, che si tengano i piedi ben saldi per terra, tenendo conto del fatto che non solo gli uomini sono esseri limitati, ma che essi sono condizionati e feriti dalla loro precedente storia, la quale inevitabilmente si riversa nel matrimonio. Ciò invita a considerare la conflittualità di coppia, e a come essa possa essere vissuta mediante il perdono. Ciò richiede, in particolare, che si aprano itinerari di riconciliazione per chi, a seguito di un matrimonio fallito, ha intrecciato una nuova relazione di tipo coniugale, in modo speciale per i fedeli divorziati risposati. A questo riguardo, la disciplina ecclesiale, il cui senso è di favorire la riconciliazione con Dio, risulta forse ancora troppo timida e timorosa. Non è così scontato gestire i conflitti in modo cristiano. Il Vangelo non mette a tacere i conflitti. Emerge conflittualità anche all’interno degli amici più stretti di Gesù. La dove c’è questa conflittualità, ed anche nel matrimonio cristiano ci può essere, è decisivo e necessario annunciare il perdono, in particolare dove si vede un matrimonio fallito e si vede sorgere una nuova relazione di tipo coniugale; in particolare con i fedeli divorziati risposati. La disciplina  della Chiesa, il cui senso è di favorire la riconciliazione con Dio, appare troppo timida, eccessivamente preoccupata. Talvolta persone che vivono questa situazione corrispondono al desiderio ed alla vocazione cristiana. Trovare itinerari che vivano tali situazioni significa rendere più credibile che il cristianesimo è essenzialmente perdono.

Si deve d’altra parte riconoscere che gli odierni fallimenti coniugali sollevano cruciali questioni per la dottrina matrimoniale della Chiesa: che cosa significa che il sacramento del matrimonio continua a valere anche quando il conflitto di coppia diviene insanabile? Che cosa Dio propriamente congiunge al punto che l’uomo non può separare? (cf. Mt 19,6). La risposta a queste domande esige, al contempo, la salvaguardia della verità dell’amore cristiano e la sollecita carità nei confronti delle sofferte vicende della libertà umana. Solo un cammino corale, in cui converga lo sforzo creativo dei pastori, la premurosa accoglienza delle singole comunità cristiane e la fede vissuta dei diretti interessati, potrà consentire alla Chiesa di sempre meglio corrispondere alla promessa secondo cui «verità e misericordia s’incontreranno» (Sal 85, 11). Quando l’attuale papa era prefetto della Dottrina della Chiesa aveva chiesto che si studiassero le frequenti situazioni in cui i cristiani che non credono più possono poi veramente far sorgere un matrimonio sacramentale. Basta essere stati  battezzati in un tempo lontano senza un minimo di vita di fede, di contatto vitale con la Sua Parola, con i Sacramenti perché si possa parlare di un matrimonio? La risposta a tale domanda deve salvaguardare l’amore cristiano; non si può affermare che Gesù non abbia amato fino alla fine; bisogna anche salvaguardare la carità dei confronti nelle vicende della libertà umana; non siamo ancora giunti nel regno; siamo ancora per via. Tutto quanto risente di una sorta di gravidanza in corso. Serve un cammino corale in cui converge lo sforzo creativo dei pastori, che non ripropongano semplicemente un modello, serve la premurosa accoglienza delle piccole comunità cristiane e la fede vissuta dai diretti interessati perché la Chiesa corrispondi alla promessa secondo cui verità e misericordia s’incontreranno.

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