La famiglia: una reale possibilità di comunicare la fede

Padre Piero Ottolini, Dehoniano
Classe 1949, sacerdote dal 1977, dell’Istituto Missionario Sacerdoti Sacro Cuore di Monza.
Redattore della rivista “Evangelizzare”,
attivo nella pastorale familiare,
e nell’attenzione ai malati terminali.

Si cercherà di fare qualche flash su come oggi la famiglia può e deve comunicare la fede e che significa questo.

All’interno del mondo catechistico si dice che siamo in crisi di comunicazione di fede. Uno dei motivi è perché siamo divisi in tre momenti da cui nasce una personalità e che non riescono più a dialogare tra di loro. Questi tre momenti o grembi sono:

1.      Il grembo della famiglia. Noi nasciamo dentro una coppia, dentro al mistero dell’amore umano;

2.      Il grembo ecclesiale, siamo stati portati in chiesa; il grembo della comunità che ci fa vivere questa esperienza della vita che s’immerge nell’eternità, in Dio.

3.      Grembo della società. Siamo chiamati a vivere dentro questa storia.

Questi tre grembi che non riescono a vivere in sintonia con il rischio che ognuno scarichi su un altro questa responsabilità. Due anni fa c’è stato il convegno “Iniziazione cristiana e famiglia” e ci si è chiesto che cosa si potesse fare di nuovo con il rischio di pensare che le famiglie debbano fare catechismo. In effetti la fede da trasmettere all’interno della famiglia è legata a tutti quegli atteggiamenti umani indispensabili per crescere e vivere. Parlo della fede umana e non di quella più alta perché lo spirito ha bisogno della carne; ha bisogno di un concreto storico per essere letto. Allora dobbiamo subito interrogarci su com’è la famiglia oggi. Possiamo rispondere affermando che essa ha gli stessi compiti di ieri, sono i compiti umani indispensabili. Quali sono?

1.      Siamo fatti per una relazione, per una comunione; non possiamo vivere in solitudine. Nella famiglia si sperimentano le relazioni più belle, quelle uomo-donna, sposo-sposa, padre-figli, madre-figli, fratelli-sorelle. Queste relazioni permettono a ognuno di noi di crescere; cresciamo perché interagiamo con le persone che abbiamo davanti. Questo compito è importante per la famiglia, luogo ove si elaborano queste relazioni profonde con le persone. Ci si chiede: “Che cosa sono io, che ruolo ho, che cosa compio?” Queste sono le domande più vere. La famiglia è la pedana di lancio ove si può iniziare e portare a compimento il viaggio della vita. Giovanni Paolo II: “La famiglia è il luogo dell’umanizzazione delle persone”. La famiglia è, infatti, il luogo dove nasce l’uomo. Viene in mente ciò che dice il salmista che s’interroga: “Chi è l’uomo perché te ne curi?” L’uomo è la persona curata, una persona che invita un’altra persona a piegarsi su di lei perché possa ricevere, trasmettere, curare la vita. Nella fede l’aspetto fondamentale è l’esperienza di essere amati per primo. La famiglia dà questa esperienza iniziale di essere amati, non solo dal padre e dalla madre, ma anche dalla comunità. Padre e madre sono tali perché si sono uniti in comunione. Son dentro in un clima di gratuità e di dono. Il cristiano fa questa bellissima professione di fede attraverso l’apostolo Giovanni: “Dio ci ha amato per primo, ci ha scelti, ci vuole con sé”. La risposta alla domanda: “Perché sono al mondo?” non è quella del catechismo di Pio X (amarlo e servirlo …), ma che Dio è diventato il nostro interlocutore semplicemente perché ci ama.

Che cosa intendiamo per “la fede che la famiglia deve trasmettere”, ma quale famiglia abbiamo in testa? Non dovemmo pensare a una famiglia idilliaca tutta sorridente e senza problemi e senza conflitti. Dovremmo invece pensare a una famiglia che non salva se stessa, che ha bisogno di Dio e di una comunità che le trasmetta il dono dell’essere salvato, dell’essere amato per essere condotto a una vita più piena. La famiglia può avere tensioni, anche violenze, ma c’è un Vangelo anche per me, per ogni realtà che sto vivendo. L’ultima lettera dell’arcivescovo si rivolgeva anche agli sposi separati, divorziati, riconiugati. Il termine “sposi” è importante. Il messaggio è: “come incontro il Signore nella mia situazione, non idilliaca e ideale. Nei Vangeli dov’è una coppia perfetta, nelle famiglie c’è una coppia senza problemi? Non c’è. Nei Vangeli le famiglie hanno i loro problemi, uno è ammalato, manca il vino, le sorelle litigano, la morte entra in casa; questa è la vita. È bello costatare che Dio non va a visitare la famiglia più bella. Nella preghiera per la famiglia di Tertulliano si descrive una vita perfetta e felice degli sposi che però non esiste, è idilliaca, è una poesia. Anche se la relazione di coppia è conflittuale, il Signore sta dentro bene in tale coppia. Il Signore pone in queste relazioni il germe del regno, la cui caratteristica è di crescere e diventare pianta. San Paolo indica l’immagine dell’amore come di un viaggio. Bisogna percepire le crescite, il dinamismo della presenza del Signore con la sua Parola, le grazie, la presenza. Dire: “Io sono la famiglia che sono e in questa mia situazione viene ad abitare il Signore.” Nel Vangelo di Marco la prima famiglia visitata da Gesù è quella ove c’è la suocera di Pietro ammalata; poi non ci sono grandi cose, ma il puro servizio; ecco la santità di quella famiglia.

2.      Il paradigma su cui leggiamo la nostra famiglia è la Pasqua, il passaggio da un posto a un altro. Quanti passaggi facciamo nella vita! Passaggio da celibi, nubili a coniugati, da coppia a genitori. Ciascuno di noi ha come paradigma l’Esodo. Anche per Gesù c’è stato il passaggio dalla vita a Nazareth a Gerusalemme, dalla casa degli uomini, Maria e Giuseppe alla casa di Dio, al tempio del Dio vivente; dal vivere sottomesso a Maria e Giuseppe al vivere per fare la volontà del Padre; questo è un grande esodo che ha creato sconcerto ai genitori, ma anche conflittualità a Gesù uomo.

C’è anche il passaggio dalla nascita nella carne dal papà e dalla mamma all’eredità dei risorti; ecco quella nascita dall’alto, messa dentro di noi con il Battesimo. Nei sinottici al termine vita si aggiunge “eterna”; in Giovanni la vita è unica perché segnata dall’eternità di Dio. La nostra esperienza è tra il feriale, quotidiano e il festivo, altro modo di leggere il passaggio tra la vita eterna. Ancora da quello dell’essere in cerca di convivenza, fare famiglia e quello dell’essere famiglia di Dio. Il passaggio che fa ritenere sì stupenda la propria famiglia, ma che c’è bisogno della Parola, dei sacramenti che la Chiesa, la comunità può dare. Non si dimentica la famiglia divina di Cristo in cui si diventa padre, madre, sorella di Cristo; ove due sposi sono entrambi fratelli, ove due sposi e due figli hanno in comune la fraternità della fede. Fare questi passaggi significa avere presente il cambiamento che stiamo vivendo. Occorre capire questi passaggi e costruire ponti tra due stili di vita, tra terra umana e terra del Cielo.

3.      A quale famiglia dobbiamo rivolgerci per parlare di fede? Quello che sta sparendo sono i legami familiari. Non c’è più l’aggancio con la storia della famiglia di origine; c’è solo un ricordo delle origini, non c’è più chi tiene questi legami divenuti fragili per la mobilità in cui si è immersi. Per questo motivo abbiamo bisogno di costruire relazioni nuove all’interno delle nostre famiglie, comunità, condomini. Oggi si vive nello stress del lavoro, nella dispersione lavorativa, nella precarietà anche del lavoro, nel bisogno di un’intimità familiare, del verbo “onora” riferito a padre e madre, inteso però come relazione indispensabile per costruire una relazione familiare.

Il modo di fare famiglia è diverso tra uomo e donna anche se è finito il tempo del ruolo uomo e donna – lavoro da uomo o da donna – ma quale cultura stiamo mettendo dentro la famiglia? È arrivato il tempo della complementarietà, poi della reciprocità, ma non è visibile la teologia del dono, almeno tra i fidanzati che si preparano al matrimonio. Non mostrano, infatti, una sufficiente capacità di perdonare; il per-dono è l’esaltazione del dono e oggi è limitato. Ma è proprio a questa famiglia che chiedo: “Devi annunciarmi la fede.” Prendiamo la seconda lettera a Timoteo, persona molto concreta e piena di sentimenti. (2Tm 1, 1-11):

Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, per annunziare la promessa della vita in Cristo Gesù, al diletto figlio Timòteo: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù Signore nostro. Ringrazio Dio, che io servo con coscienza pura come i miei antenati, ricordandomi sempre di te nelle mie preghiere, notte e giorno; mi tornano alla mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia. Mi ricordo, infatti, della tua fede schietta, fede che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te. Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani. Dio, infatti, non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza. Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma soffri anche tu insieme con me per il vangelo, aiutato dalla forza di Dio. Egli, infatti, ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia; grazia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata solo ora con l’apparizione del salvatore nostro Cristo Gesù, che ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del vangelo, del quale io sono stato costituito araldo, apostolo e maestro.

Questa lettera mostra una famiglia di fede. Don Eros Monti fa rilevare il contenuto di tre parole umane importanti: fede come fiducia, confidenza, affidamento. Lo scopo di Paolo è di annunziare a Timoteo la promessa della vita in Cristo Gesù. Questo significa che tu non viva per l’oggi, ma che abbi un futuro, significa custodire la tua speranza, orientare la tua vita anche al futuro nella virtù teologale della speranza. La promessa significa: “Io sono pronto ad accompagnarti oltre l’oggi; che la mia relazione con te sia davvero di fiducia; ti voglio far percepire, coniuge o figlio, l’eredità che ci aspetta”.

 

 

 

 

Faccio fare l’esercizio della recita del Benedictus: (Lc 1, 68-79):

«Benedetto il Signore Dio d’Israele,
perché ha visitato e redento il suo popolo,
e ha suscitato per noi una salvezza potente
nella casa di Davide, suo servo,
come aveva promesso
per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo:
salvezza dai nostri nemici,
e dalle mani di quanti ci odiano.
Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri
e si è ricordato della sua santa alleanza,
del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre,
di concederci, liberati dalle mani dei nemici,
di servirlo senza timore, in santità e giustizia
al suo cospetto, per tutti i nostri giorni.
E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo
perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade,
per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza
nella remissione dei suoi peccati,
grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio,
per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge
per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre
e nell’ombra della morte
e dirigere i nostri passi sulla via della pace».

“Sarai chiamato profeta dell’Altissimo”: questo neonato ha già un futuro. Quel papà e mamma han voglia di legare il figlio a una storia di salvezza. Chiedo a questo punto ai fidanzati del corso: “Voi che cosa desiderate per i vostri figli”? A volte si vola basso: lavoro, che abbia ragazzo/a, faccia famiglia, abbia salute. Chi desidera che quel bambino sia messo a servizio di Dio, che sia un profeta chiamato alla santità, che diminuisca perché cresca Cristo nella storia, che sia amico dello sposo?

Una volta, spiegando il Credo, avevo messo un trafiletto: “Quanto vorrei che la nostra famiglia fosse santa, non che faccia miracoli, ma che tenga presente Dio”; una coppia giovane chiese: “Ma c’è ancora qualcuno che chiede di essere santo”?

“Sarai chiamato profeta dell’Altissimo”: quella coppia non è andata chissà dove, ma ha chiesto una promessa per il figlio. Quando parliamo, facciamo comunicazione di fede; ma è una fede chiusa nell’oggi, oppure è anche salvezza di Dio? Tutto ciò non si trasmette per nozioni, ma perché si sente dentro.

Paolo scrive: “Mio diletto figlio”; il modo più bello per trasmettere la fede è far capire che una persona è amata. Anche Gesù sa di essere il prediletto del Padre, di essere l’eletto. Ognuno di noi dovrebbe avere questa esperienza profonda. Paolo non sta facendo una catechesi a Timoteo; gli sta facendo memoria di una vocazione; gli dice di ringraziare Dio perché segue una coscienza pura come i suoi antenati. Anche per gli sposati c’è un progetto di Dio su ognuno dentro la storia dell’amore. Cosa grande è ricordare la propria vocazione. Non smettere di fare memoria a quale grande vocazione Dio ci ha chiamati e averne coscienza e identità profonda. Coscienza vocazionale che lega anche ai propri antenati. Io ho un pezzo della fede di mio padre e di mia madre. Io sono debitore al mio coadiutore che mi ha portato alla vocazione presbiterale e che ora è anziano e ammalato di Parkinson avanzato e che io sono andato a trovare spostando molti impegni. Ognuno di noi è stato battezzato nella fede di una comunità. Qual è la fede della mia comunità? Io ho nel cuore la loro fede di cui sono debitore, anche se rielaborata per il mio tempo, come loro hanno rielaborato la fede dei miei nonni. A una domanda rivoltami: “Perché preghi”? ho risposto: “Sono debitore della fede alla mia famiglia; ancora oggi ho tradizioni consegnatemi, non sono abitudini ma relazioni cui non voglio rinunciare”.

La fede insegna le relazioni anche umane.

Paolo dice: ” Io mi ricordando sempre di te Timoteo nelle mie preghiere, notte e giorno”. Il contenuto delle preghiere sono le persone per cui c’è una preghiera quotidiana. Paolo: “Fede che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te”. Qual è la differenza tra la fede di Timoteo e quella di sua mamma? Probabilmente nonna e mamma non avevano ancora conosciuto Gesù Cristo, avevano solo una tradizione del popolo santo; Timoteo ha invece l’incontro con Cristo. Vedere il proprio coniuge, i propri figli che lo precedono nella fede, che la rielaborano è molto bello. Un papà aveva raccontato di recitare il rosario, conducendolo, con i figli, finché questi, 24 e 28 anni hanno chiesto di condurre loro la preghiera ed hanno insegnato a papà a recitare i salmi con cui non aveva familiarità. Ciò è stato motivo di grande gioia. Ognuno di noi prende sulle spalle l’altro.

Nelle famiglie pongo spesso questa domanda: «Qual è il dio in cui crede tuo marito, tua moglie, tuo figlio?» Questa è la domanda di Gesù Cristo: «Voi, chi dite che io sia?» Noi siamo abituati a stendere gesti, ma non a un’esperienza di Cristo. Il card. Martini diceva: «Non dobbiamo dare definizioni di Dio, dobbiamo dire come Dio opera nella storia», è il Dio che crea, che salva, che dà respiro di universalità ai popoli; corrisponde al Dio che noi recitiamo nel Credo della Messa?

Altro aspetto: il Dio che si è legato a noi; “io ti benedirò”. Nella famiglia antica c’era quest’abitudine di benedire, con la mano sulla testa, con il segno di croce sulla fronte. Raccontare lo stupore perché Dio ti ha messo accanto una moglie così bella, per continuare il canto di Adamo che ha cantato davanti a Dio e alla sua donna.

Abbiamo bisogno di tornare a queste cose semplici. Per un ebreo la cosa più importante è la libertà: Dio è colui che libera. Per me è anche il Dio della provvidenza perché ho vissuto in casa con i nonni nella povertà con un Dio che non ti dimentica, che t’insegna la sobrietà. Che volto ha questo Dio che noi conosciamo? Per la famiglia si tratta di raccontare il vissuto, la storia che ha dentro.

4.      Come la famiglia trasmette la fede? Le famiglie ebraiche sembrano che abbiano qualcosa da insegnarci. Quando celebrano una festa, anzitutto raccontano l’esperienza di una storia. È la festa delle capanne? Anche se vivi in condominio, ti costruisci sul balcone una capanna e il genitore racconta il perché del segno; la mamma prepara i cibi che ricordano quella festa e ci sono giochi per i bambini per celebrare quella festa. Fede è trasmettere un’esperienza di quello che i padri hanno vissuto, di racconto, mangiare insieme, giocare; questo è il grande passaggio perché non è trasmissione della fede per concetti, ma per vissuto. Alla fede non interessa il cielo, ma la terra; la fede della famiglia è legata alle opere quotidiane. Nel capitolo 25 di Matteo è descritta la vita familiare: «Avevo fame, avevo sete, ero ignudo, pellegrino, ammalato …». La fede si preoccupa di queste cose che mi uniscono ad altre persone per andare insieme incontro a Dio.

Conclusioni:

La domanda iniziale: «Come la famiglia è grembo di fede?»

1.      Con una testimonianza chiara. La catechesi: «Il primo annuncio non ha bisogno di parole; il vissuto dei genitori è la grammatica per entrare nella Parola». Come il bambino impara la fiducia dalle mani che lo circondano, così è nella fede. Innanzitutto c’è la realtà, poi la parola permette di comprenderla. Quella realtà è sacramento: mi porta vicino a Dio e Dio vicino a me.

2.      La testimonianza concreta. La fede è un discorso sul mondo che viene visitato e trasformato dal nostro viverci dentro. Che è già nell’eternità.

3.      Una testimonianza precaria. Siamo in continuo cambiamento che ci obbliga alla revisione della mentalità, al superamento di posizioni precostituite, c’è la preoccupazione per la casa, per il lavoro, per i figli, il disagio culturale, l’insicurezza, l’attuale crisi religiosa entrano da protagonisti nella fede, soprattutto per i laici i quali sono chiamati a occuparsi di queste cose. Si potrebbe provare a raccontare qualche parabola evangelica a partire da ciò che stiamo vivendo in questo momento. Il Vangelo è la descrizione della vita in cui Gesù ci leggeva la presenza del Regno.

4.      Una testimonianza occasionale ed esistenziale. Cioè anche attraverso ciò che stiamo guardando in TV, leggendo, giocando si può insegnare un altro modo di amare, di sentire, di vivere, di relazionare. Un giorno in una mostra sul Caravaggio, mi sono fermato a sentire una mamma che stava facendo una catechesi al suo bambino da scuola materna su un quadro del Caravaggio. Esprimeva gli aspetti più belli dell’umano e del divino allo stesso tempo. Il bambino ha tradotto con una bellissima espressione ciò che la mamma gli aveva spiegato. Anche in casa occorre educare i figli ai servizi da fare in famiglia.

5.      Testimonianza vocazionale. Nel matrimonio l’identica vocazione è data a due. È come creare questa medesima risposta a Cristo, è come educare insieme, è quell’unità che dice quell’unico Dio. È capire che la vocazione si traduce poi in gesti, in sensibilità. È capire che Gesù Cristo ha chiamato me per essere tua moglie, tuo marito, genitore, mi ha dato una vocazione per il tuo bene. San Paolo diceva che gli sposi dovrebbero gareggiare ad amarsi. Oggi la maggiore difficoltà è di non essere più capaci di morire per far nascere l’altro. Questa è la vocazione che Gesù ha vissuto per noi: morire per darci la vita.

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