prof. don Aristide Fumagalli Vergiate Mercoledì 06/12/2006
Questa sera, semplicemente, si vorrebbe dare un po’ di contenuto maggiore a quanto considerato la precedente sera (04/12/2006) in cui si era focalizzato che la morale cristiana, in altre parole il comportamento cristiano, si caratterizza con il legame con Dio, in particolare con Cristo, in quanto Dio lo conosciamo attraverso di Lui. In che modo questo legame consente ai cristiani di agire? Come passa la potenza di vita di Gesù in coloro che a Lui si affidano? Così si spiega il titolo di questa sera: “La legge dell’amore”.
Tra le etimologie del termine “legge” c’è anche quella che lo fa derivare dal verbo “Ligare” = legare. Si cercherà di definire questo legame tra gli uomini e Dio. Per fare questo utilizziamo due famosi testi biblici della tradizione morale. La Chiesa da sempre utilizza questi testi per i cristiani che devono imparare il comportamento derivante dal legame con Cristo. Il primo testo è il decalogo, i dieci comandamenti.
Testo di Esodo 20,2-17
Prologo
2 Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù:
Prima tavola
1) 3 non avrai altri dei di fronte a me.
2) 4 Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. 5 Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, 6 ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi.
3) 7 Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano.
4) 8 Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: 9 sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; 10 ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. 11 Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro.
Seconda tavola
5) 12 Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti da’ il Signore, tuo Dio.
6) 13 Non uccidere.
7)14 Non commettere adulterio.
8) 15 Non rubare.
9)16 Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
10) 17 Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo.
Nella tradizione catechistica i dieci comandamenti iniziano così: «Io sono il Signore tuo Dio, non avrai altri dei al di fuori di me.» Nella tradizione catechistica si omette la frase della Bibbia da cui i dieci comandamenti sono tratti. Manca: «… che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù …» Questa frase iniziale: «Io sono il Signore tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù; non avrai altri dei al di fuori di me» è il prologo, il cappello introduttivo prima che inizino i comandamenti. Esso va fatto notare per comprendere bene il senso dei dieci comandamenti. Prima di far comprendere i dieci comandamenti, Jahvé dichiara chi è lui: «Io sono colui che tu conosci come liberatore. Quanto tu non avevi ancora fatto nulla, solo subivi la schiavitù e ti lamentavi, soffrivi, io sono colui che ha udito questa sofferenza e ti ho gratuitamente liberato da quella condizione, sottraendoti dalle mani di chi ti faceva male. Ora che sai che io sono il tuo liberatore, puoi anche comprendere le parole che seguono.» Le dieci parole che seguono, che sono leggi, legami con Jahvé, sono direzioni di vita. Può nascere l’obiezione: «Se Jahvé è il liberatore, che bisogno c’era di dare poi ancora comandamenti? Se si libera una persona dal carcere, non si dovrebbe poi lasciarla andare dove vuole? Se Dio ha liberato il suo popolo dalle angherie del faraone, perché ora lo tiene Lui; Chi è Jahvé, un faraone travestito da babbo Natale?» Questa obiezione sorge frequentemente fra i cristiani che vedono i comandamenti come qualcosa che limita, come una sorta di gabbia dentro la quale si può anche vivere perché protetti, però, guardando fuori dalla gabbia s’invidiano quelli che fanno come vogliono.
I comandamenti non sono dati per limitare la libertà, ma per consentire alla libertà di non ricadere nella schiavitù. Non sono la gabbia che limita la libertà, ma il sentiero che consente alla libertà di non cadere giù di nuovo in situazioni di schiavitù. Dio ha dato i comandamenti perché ha a cuore la nostra libertà.
Quindi la frase precedente al testo dei comandamenti è importante per capirli; ciò specialmente è valido per noi che non abbiamo nemmeno attraversato il Mar Rosso. Per non subire la posizione del servo che, se fa bene, il padrone lo premia, e, se fa male, il padrone lo punisce. Qui non c’è un padrone; c’è un Dio che ha a cuore che ognuno possa sperimentare il bene nella tua vita. E si preoccupa di indicare le strade sulle quali questo bene possa effettivamente essere vissuto.
Sappiamo che i dieci comandamenti si distinguono in due così dette tavole. Comandamenti che riguardano Dio e comandamenti che riguardano il prossimo. È interessante notare che le due tavole dei comandamenti (riguardanti Dio ed il prossimo) stanno insieme e vi sono cuciture che li uniscono. Queste cuciture sono importanti per comprendere il senso delle leggi decalogo; le une non stanno senza le altre. La vera osservanza dei comandamenti riguardanti Dio produce la cura del prossimo e la cura del prossimo è possibile nella misura in cui c’è anche la cura della relazione con Dio. Nell’A.T. la legge morale presenta una relazione con Dio indissolubilmente intrecciata con la relazione con il prossimo. Questo è il punto focale della morale cristiana.
Altra cosa da far notare è che negli ultimi due punti dei comandamenti: “Non desiderare la donna d’altri; non desiderare la roba d’altri” diversamente da tutti gli altri, non si fa riferimento ad un’azione, ma ad un desiderio. Il desiderio non è ancora un’azione; è eventualmente un’intenzione che si può effettuare, ma è ancora contenuta dentro se stessa. Il fatto che il decalogo, che non può essere sbilanciato, è tutto intrecciato, e si concluda così, indica il significato di ricondurre fin dentro il cuore l’esigenza morale. È fin lì che Dio t’istruisce affinché tu possa essere autenticamente libero. Tutto ciò nel decalogo è solo suggerito. Poi, nell’esplicitazione che Gesù farà nella legge morale, la cosa sarà lampante. L’obiettivo sarà, non di limitare il male, ma di sradicare il male dall’interno del cuore. Ciò non è comune ad altre religioni, una morale che pretenda di tenere a bada non solo le azioni che si compiono, ma addirittura a regolare l’intimo dell’uomo. Il legame che Dio istituisce con gli uomini interessa la loro intimità.
Per comprendere il legame che Dio stabilisce con gli uomini siamo aiutati anche dai testi del N.T., anzi, la comprensione autentica la si ha se arriviamo fin lì dove l’intenzione di Dio e del suo legame con gli uomini è definitivamente rivelata da Gesù, che è lo svelatore completo del cuore di Dio.
Nella passione raccontata dagli evangelisti c’è l’episodio del velo del tempio che impediva di vedere il santo dei santi, che si squarcia. Con la morte di Gesù il velo si squarcia, cioè gli uomini possono comprendere fino in fondo il volto di Dio ed il suo cuore.
Questo è importante per evitare di pensare e discutere di Dio astrattamente.
Tra i vari testi del N.T. ci si può limitare a quello in cui Gesù indica qual è il comandamento più grande: (Mt 22,34-40) Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?». Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». Il fatto che Gesù non si sia limitato ad indicare solo il comandamento più grande, riguardante Dio, come richiestogli, ma ha aggiunto anche il secondo, riguardante il prossimo, indica l’importanza del legame che unisce l’amore a Dio con l’amore al prossimo. Tutto quanto avviene prima di Gesù, leggi e profeti, è concentrato in questi due comandamenti.
La particolarità di questi due comandamenti sta nel fatto che Gesù non fa altro che prendere frasi dell’A.T. e ripeterle. Nel Deuteronomio era già scritto che bisognava amare Dio e nel Levitico che bisognava amare il prossimo. La novità è che Gesù stringe insieme i due comandamenti. Mostra come l’amore non abbia due oggetti, Dio ed il prossimo, ma che l’Uno e l’altro siano da comprendere assieme. La correlazione di questi due comandamenti è ciò che fa la novità del comandamento di Gesù. Novità perché saldando l’amore a Dio con l’amore al prossimo, anche quest’ultimo è portato ad altezze difficilmente immaginabili. Il prossimo è amato con il medesimo amore di Dio, cioè il prossimo è amato come Dio è capace di amare. Prendiamo la prima frase pronunciata da Gesù nel Vangelo di Marco (Mc 1,15): «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo». Questa frase, molto significativa, riprende la stessa struttura del decalogo “io sono il Signore tuo Dio che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù”, quindi, cammina su questa strada. Qui Gesù dice: “Il regno di Dio è vicino – Dio ti si è tanto avvicinato da toccarti”. Allora tu sei messo in grado di amare come Lui: “Convertitevi e credete al vangelo”, cioè mettete in pratica il vangelo”. Questo però è detto solo dopo aver affermato che Dio si è fatto vicino. La pratica del vangelo, quindi anche il comandamento dell’amore che vi è contenuto, è possibile perché Dio si è fatto talmente prossimo agli uomini, che questi sono sollevati alla sua capacità di amare.
Giovanni Battista (Matteo 3) predicava con i termini rovesciati. Diceva: «Convertitevi perché il regno di Dio è vicino». Gesù rovescia la prospettiva: «Voi potete convertirvi perché io sono arrivato».
Il primo comandamento, di amare Dio, di stabilire con Lui un legame amoroso, significa anzitutto che questo legame amoroso lo stabilisce Lui. Amare Dio significa lasciarsi amare da Lui. Amare è un verbo anzitutto ricettivo: prima si riceve l’amore e poi si è in grado di amare. Nel gesto centrale del legame amoroso con Gesù, l’Eucaristia, si dice per prima cosa: «Prendete e mangiate», poi si dice: «Fate questo in memoria di me.» Gesù, cioè, non ci dice per prima cosa di fare come Lui, ma di lasciarsi raggiungere da Lui. Questo per poter essere sufficientemente alimentato per fare come Lui. Tutto questo ha il medesimo significato del comandamento dell’amore: «Ama Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le tue forze». Cioè: «Consenti il tuo legame con Lui. Fa in modo che non vi siano ostacoli tra te e Lui, in modo tale che l’amore per il prossimo sia realmente possibile.» Se incomincia a circolare l’amore di Dio negli uomini, questi amano come Dio è capace di amare. Gesù lo ha anticipato: «Avete inteso che fu detto “ama il tuo prossimo”, ma io vi dico “amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori perché siate figli del Padre vostro celeste.”»
Se circola la Sua vita in noi, dobbiamo amare come Lui; ma non perché ci spremiamo come limoni, ma perché come tralci siamo invasi della sua linfa. «Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,43-48).
L’amore per i nemici è quella legge offerta da Cristo a coloro che a Lui si affidano. È l’amore di grado elevato descritta dalla parole di Gesù e vissute da Lui. La legge dell’amore è la sintesi della morale cristiana perché il legame che si stabilisce con Dio consente di amare come Lui ha amato: di amare sino alla fine anche chi a lui fosse nemico. L’amore di Dio risplende luminosissimo quando davanti a Lui non c’è l’amico, ma il traditore. È come la potenza del mare che appare dove vi sono gli scogli; la potenza c’è comunque, ma appare dove vi è lo scoglio, il nemico. Cristo “dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”, sino all’impegno supremo.
Vi è un’obiezione da affrontare: l’amore per i nemici non sembra essere patrimonio solo dei cristiani. Nel mondo extra biblico e nel mondo dell’A.T. troviamo espressioni, leggi morali, che vanno in questa linea. Epitteto (Epict. Diss. 3,22,54): «Egli dev’essere percosso come un asino e, una volta percosso, amare quelli che lo percuotono, come un padre o un fratello di tutti loro». Ancora: (Sen. Clem. 1,7): «Chi rinuncia alla vendetta si acquisterà sicuramente fama per la sua indulgenza». (Sen. Ben. 4,26,1): «Se vuoi imitare gli dèi, fa’ del bene agli ingrati». Proverbi (Pr, 25, 21): «Se il tuo nemico ha fame, dargli pane da mangiare, se ha sete, dargli acqua da bere».
(Es 23,4-5): «Quando incontrerai il bue del tuo nemico o il suo asino dispersi, glieli dovrai ricondurre. Quando vedrai l’asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non abbandonarlo a se stesso, mettiti con lui ad aiutarlo». Il Mahatma Gandhi sembra che abbia testimoniato la non violenza più di tanti cristiani. si pensi all’accresciuta considerazione del pacifismo da parte della coscienza attuale o più emblematicamente all’ahimsa, la via non violenta che il Mahatma Gandhi ha tratto dall’induismo.
Dove sta la differenza tra questi non cristiani fautori dell’amore per i nemici ed i cristiani? Sta nel legame con Cristo. Nella prospettiva “pagana” l’invito a fare del bene agli ingrati, al nemico, fa leva sulla forza della persona. La strada della non violenza di Gandhi aveva un obiettivo di carattere politico; usando questo modo di affrontare il nemico si hanno migliori risultati che non con la violenza. La particolarità cristiana è che il comandamento dell’amore per i nemici è il modo con cui i cristiani manifestano al mondo l’amore di Dio. È il racconto che i cristiani fanno con la loro vita dell’amore di Dio. Non è per diventare più perfetti, santi, ma per raccontare al mondo il suo amore; tant’è che questa possibilità non viene dal cristiano in sé, ma è a lui acconsentita da Dio.
Come è possibile, allora, stabilire il legame con Cristo? Tieniti legato a Cristo; in Giovanni: «Permanete nel mio amore.» Da questo consegue tutto il resto, amore dei nemici compreso. Quando pensiamo: «Sarebbe bello, ma è impossibile» non stiamo confidando nella potenza dell’amore di Cristo. In che modo entrare in contatto con Lui, noi che non siamo più contemporanei a Lui; qui si comprende perché la Chiesa esista. La Chiesa è il luogo che consente a Cristo di parlare ancora, di operare ancora, di toccare ancora la vita delle persone compromessa dal male. Allora Gesù passava, toccava, sanava. Oggi lo fa con i gesti che alcune persone, attratti dalla sua parola, si mettono a disposizione. Questa è la Chiesa. Tutto il resto è pericolosa confezione. La Chiesa è l’insieme di coloro che sono attratti da Lui mediante la sua parola ed il suo operare.
Qui si arriva al primo schema proposto: «Io, quanto sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» e questo vi metterà nelle condizioni di caratterizzare il vostro modo di comportarvi come il mio.
Gesù, prima di morire non ha più usato il comandamento nella forma: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e con tutte le tue forze ed il prossimo tuo come te stesso» ma: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato.» Quel “come” è il tutto. Ma quel “come” succede alle sue parole: siccome io vi ho amato, amatevi così. Ricevetelo, anzitutto il mio amore, cosicché vi sia possibile amare così. Anche dimenticando tutto il resto, ricordando questo comandamento dell’amore, si ha in pugno l’intera morale cristiana.