La mia libertà e la libertà degli altri

dott. Giuseppe Anzani   Vergiate         Lunedì 26/11/2007

 

Ringrazio per il costatare che c’è gente, come voi, che la sera esce di casa per fare lo “sport della fatica di pensare”, quando tutto è già confezionato al supermercato delle opinioni. Tre tappe:

 

  1. La parola splendida, grande, irresistibile “libertà“dà emozioni.  I rivoluzionari di tutti i tempi hanno sempre inciso, scolpito, disegnato sulle loro bandiere, rosse, nere, gialle questa parola. Ma noi non abbiamo esperienzialmente una libertà. Io, nella mia vita, sono libero? Noi non abbiamo un’esperienza di libertà; abbiamo invece un’esperienza di limitazione della libertà, che ci fa accorgere che cos’è l’ossigeno quando manca il fiato, che cos’è la salute quando dobbiamo andare dal medico, che cos’è la giustizia quando passiamo per i giudici. Proviamo allora a gustare amaramente la mancanza di una libertà che corrispondesse ai nostri desideri: essere liberati da una necessità che ci costringe senza convincerci. La bandiera della libertà è storicamente una bandiera rivoluzionaria, ma con lo shock di costatare che sempre le rivoluzioni – quella borghese del 1789 come quella bolscevica del 1917 partono con la parola “libertà” e generano, alla fine, un dittatore: Napoleone, Stalin. La gente applaude l’arrivo dei liberatori, che poi sono gli stessi che fucilano nei villaggi. Allora l’esperienza della libertà è altra cosa. Facciamo allora un esercizio interiorizzando che cos’è la libertà, per non essere costretti, vincolati, schiacciati da qualcun altro: sono libero quando faccio ciò che voglio, ciò che mi piace, senza vincoli. È il concetto di libertà che ha attraversato la ricerca liberatoria di tutto il ’900. Il ’900 è stato un secolo che culturalmente ha spezzato catene: la rivoluzione del ’68, la battaglia del femminismo, la rivoluzione sessuale, dei costumi, l’incontro con il mondo virtuale di internet. In una girandola crescente la generazione attuale ha raggiunto una dimensione di libertà che neppure ci si poteva immaginare nel passato. Oggi ciascuno può dire che può fare molte cose di più di quelle che poteva fare suo padre o suo nonno. Questa libertà può dare vertigini, emozione; questa libertà può prendere dentro di me la sensazione di “deserto senza piste”, di “bosco senza sentieri”. Posso andare dovunque voglio senza limitazioni. Oggi si è diffuso questo concetto di libertà d’indifferenza a tutto; tutto mi va bene quando la cosa mi va, se mi va. Non c’è necessità, dovere, occasione di seguire una regola. Dentro questa esperienza di libertà amorfa si rischia la disperazione, la depressione, di non capire dove si è. Ma io non voglio girovagare nel deserto, voglio arrivare all’oasi; nel bosco, voglio arrivare alla radura. La mia vita ha uno scopo, una meta. Altrimenti la parola “libertà” non ha sapore, tutto è equivalente. Se però non tutto è equivalente, se io voglio raggiungere il mio obiettivo, realizzare la mia vita, se tutto non è un deserto, allora voglio sapere dov’è la mia oasi, che qualcuno m’insegni dov’è la pista. Ma allora che faccio? Vado sulla pista. Allora non sono più libero? No! Allora ho speso la mia libertà come una moneta che ha bisogno di essere spesa, altrimenti non vado da nessuna parte. Altrimenti assomiglierei a quei contadini di una volta che mettevano i soldi sotto il materasso; poi la gente diceva: «Hai visto quello? È morto ricco». La mia libertà non la posso lasciare nel deserto in modo amorfo; se la mia libertà è il mio tesoro, moneta da spendere, io la spenderò tutta per convertire la mia libertà che mi porti a una scelta per vivere.

Approdiamo al concetto di “libertà orientata”. L’universo che ammiriamo ha una regola precisa, altrimenti la bellezza dell’ordine cosmico non esisterebbe. Kant si stupiva del “cielo stellato sopra di me e della legge morale dentro di me”. Noi possiamo sperimentare la sapienza della regola; la scienza ci mostra la sapienza dell’atomo, fatto di un minuscolo nucleo attorno al quale danzano elettroni a una distanza relativa superiore a quella tra terra e sole. Dentro ad esso c’è energia che fa bruciare il sole per creare un giardino sulla terra. E se passassimo da un’esperienza fisica a una spirituale, guardiamo la Cappella Sistina in Vaticano o ascoltiamo la musica di Bach. La Cappella Sistina è bella non perché Michelangelo ha gettato secchiate di colore sulla volta, ma perché ha fatto ciò che doveva fare e che gli hanno chiesto. Quando sentiamo una toccata e fuga di Bach suonata sull’organo diciamo che essa è bella; perché? Perché c’è una regola. Quando usiamo le regole del linguaggio, diciamo che “la divina commedia” è un capolavoro e “la vispa Teresa” no? Perché nella prima c’è una regola di composizione che non è soltanto la rima. Perché ora io parlo e voi state zitti? Perché la vibrazione della mia voce fa suscitare dentro di voi un pensiero; ci possiamo trasmettere il pensiero perché c’è una regola. La regola non ha niente a che fare con la repressione, l’imposizione, la violenza, bensì è il segreto per vincere una partita. Quando si gioca a scacchi, si segue una regola, altrimenti, se le pedine facessero quello che vogliono, che gioco sarebbe. La regola è il canone di bellezza della libertà. La libertà è un problema di gestione delle nostre risorse. È interamente libero chi ha speso tutta la sua libertà per realizzare interamente il programma della sua vita.

  1. Identità dell’io e identità degli altri. Quanto espresso finora riguardava solo l’identità dell’io. Per accorgerci degli altri occorre avere una ricezione positiva dell’io. Facendo un test, andando a letto al buio, immergersi nel grande silenzio, fino a toccare l’emozione dell’io, si scopre che io sono un io. I bambini chiedono: «Papà, perché sono io; non potevo essere un altro?» Io sono unico. Io amo questo io, lo contemplo, m’interessa. Il baricentro ontologico della mia conoscenza inizia da qui. C’è però il rischio di fermarci qui. Questo rischio si chiama narcisismo. Il narcisismo lo abbiamo tutti; l’importante è uscirne; di solito avviene attorno ai cinque anni. Chi non supera questa fase considera l’altro come un “non io” senza capire che l’altro è “un altro io”. Se sono convinto di questa realtà filosofica, psicologica, passo dalla paura dell’altro che il mio narcisismo costruisce come una realtà minacciosa – l’inferno sono gli altri – all’altro come complemento necessario in cui posso specchiarmi come un io. Non riuscirei a decifrare pienamente me stesso se non fossi visto e disegnato dall’occhio di un altro. Nel mito greco Narciso s’innamora della propria immagine specchiata nella fontana, vi cade dentro e muore; il narcisismo è piacevolissimo, ma conduce alla morte psichica, alla solitudine. La prospettiva, invece, dell’intuizione dell’altro come un altro io su cui posso immedesimarmi e provare la compassione che provo per me, la fuga dal dolore che provo per me. Non posso vedere uno torturato, perché sento il dolore io; non posso vedere uno affamato perché sento i morsi della fame io. La mia identità è costituita dagli sguardi che gli altri hanno su di me, alla stessa maniera che io ho. Allora nasce la consapevolezza che la mia meta non la posso raggiungere in solitudine. É la sensazione degli innamorati del bisogno di includere nella propria vita anche gli altri. Ciascuno è, in quanto “ricevuto, donato”. L’universo ha circa 14 miliardi di anni ed io in questi 14 miliardi di anni non c’ero. Ma ora ci sono e definitivamente perché qualcuno ha voluto così. Il gioco della vita s’intreccia con gli altri. Meditazioni:
    1. Il bisogno degli altri è anche quello che mi libera dalla solitudine. Il bambino appena nato ha bisogno di essere allattato e la mamma, se non utilizzasse la sua libertà per allattarlo, egli morirebbe.
    2. La relazione con gli altri può rischiare una modalità di utenza: gli altri costituiscono la mia libertà. Come seduco, manipolo, sfrutto, plasmo gli altri: ecco il populismo che opprime le libertà. Questa è anche la tentazione degli innamorati; allora si accusa l’altro della sua pochezza dell’essere.
    3. La margherita ha tanti petali; magari qualcuno è più bello degli altri; sono le doti di ognuno che attira l’altro e poi l’altro, è illuso perché scopre gli altri petali meno belli ed accusa l’altro che è quello che è. In Italia abbiamo circa 1/3 di coppie che non si sopportano più per questo motivo: hanno recepito la libertà come il fare quello che aggrada e hanno recepito l’altro come un proprio sogno e non per quello che è. Tutti abbiamo qualche difetto. Chi è rispettoso della libertà è prima di tutto rispettoso dell’essere.
  2. C’è anche un concetto giuridico della libertà. L’articolo 13 della Costituzione Italiana afferma che la libertà personale è inviolabile. C’è anche un lungo catalogo di libertà nella costituzione; fra cui “libertà di pensiero”. Chi è però in grado di controllare il pensiero? La libertà di pensiero è la libertà di manifestare il proprio pensiero. Diceva don Milani all’operaio: «Tu sai trecento parole e il tuo padrone mille. È per questo che lui è il tuo padrone». Si diventa liberi acquistando le capacità di libertà. “Ho diritto all’istruzione: vai in biblioteca. Ho diritto alla salute: smetti di fumare. Questi diritti non si acquistano per magia. Queste libertà, di associazione, di espressione, di religione, di politica, ecc. da espressioni verbali diventano concretezza quando il cittadino se ne impadronisce. La libertà è molto impegnativa. Seguire la regola è meno faticoso. Quando un popolo consegna la propria libertà ad un’urna, lasciando che altri facciano quello che vogliono, è un popolo che sta perdendo la libertà.

Chi dice che la libertà è fare ciò che si vuole s’imbroglia da solo. La libertà di andare fuori di testa, di drogarsi, non danno certo gli strumenti per realizzare la propria libertà. La libertà sessuale ha fatto più disastri della civiltà sessuofobica di prima: oggi non c’è più il desiderio e i reparti psichiatrici sono pieni di malati. È come entrare in una botola buia che si chiude sopra chi vi entra e dove ognuno fa tutto ciò che vuole. Ancora: gli interessi virtuali, ove non c’è più relazione con l’altro portano al nulla. Alcuni punti da meditare:

  1.  
    1. Quando intendi una libertà dal punto di vista giuridico, non devi pensare che la si sta strappando ad un altro, ma valorizzala in positivo. Essere liberi non significa che non vi siano limiti, come il bob che scende dalla pista e ha bisogno di sponde. In famiglia è specialmente il papà che dire dei bei NO. Deve fare da scoglio; lo scoglio è anche dove ci si aggrappa per non essere portati via dalla corrente. Una libertà senza regole non ha senso. Ci vogliono però regole intelligenti.
    2. Per costruire libertà positive c’è bisogno degli altri. Per aspirare al diritto alla salute occorre un medico che cura; all’istruzione, un maestro che insegna; alla felicità, qualcuno che vuole bene. Tutto questo, nell’articolo 2 della Costituzione italiana si chiama solidarietà. Da che mondo è mondo il principio etico fondamentale è: «Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico». Chi crede nel Vangelo è prossimo a chiunque, ha solo la libertà di accogliere e non quella di rifiutare. Il samaritano è prossimo a chiunque.
    3. Il maggiore nemico della libertà è il concetto di potere, tentazione pericolosa. Quante liti nascono da questa tentazione! La libertà non deve servire il narcisismo del potere. Il gioco dei conflitti deriva da un uso scorretto di libertà sconfinato nel potere.
    4. Di fronte alla vita nascente si dice spesso che c’è un problema di libertà: liberamente accolgo o liberamente rifiuto il nascituro. Qui c’è un deficit di sguardo e quindi relazione all’altro. In Italia ci sono 130.000 casi di aborto l’anno.
    5. Ogni volta che qualcuno fa qualcosa gratis per far crescere un altro e va volare la sua libertà.

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