Lunedì 31 marzo 2003 fratel Luca, benedettino di Vertemate
La preghiera è una cosa per cui vale ancora la pena impegnarsi?
- 1. LA PREGHIERA: UN’OPERA GRATUITA.
La preghiera non entra nell’orizzonte della necessità, ma in quello della gratuità. Pregare significa infatti rimanere nella relazione con Dio, riconoscendo che lui è Padre e che noi siamo suoi figli. La preghiera, basta a se stessa nel senso che in essa e attraverso di essa noi attuiamo davvero nella nostra vita tutta la gioia del rimanere nella relazione d’amore con il Padre.
- 2. DI FRONTE AD ALCUNE DIFFICOLTA’.
Molte difficoltà che avvertiamo nella nostra preghiera nascono proprio dal non avere piena consapevolezza di questa gratuità della relazione. Ne ricordo alcune:
a) Spesso la preghiera ci appare vuota, inefficace, incapace di modificare il corso degli eventi.
b) Questa obiezione diviene tanto più lancinante di fronte all’esperienza del male: perché Dio così spesso sembra non ascoltare anche le nostre domande più autentiche, che nascono da un cuore puro, o che nell’intercessione si fanno carico della sofferenza e del dolore di altri? c) Come coniugare insieme la propria responsabilità nei confronti della storia con l’affidamento a Dio? La preghiera non rischia di divenire una sorta di fuga o di astrazione spiritualistica rispetto a un impegno e a una responsabilità da investire in prima persona?
d) Un’altra difficoltà viene generata dal sempre più incerto rapporto che l’uomo oggi vive con la propria interiorità: oggi siamo sempre più tentati di vivere alla superficie di noi stessi; oppure siamo tentati di ridurre la preghiera a semplice mezzo psicologico di introspezione o di ricerca di una serenità interiore.
e) un’ulteriore difficoltà: Dio, che cerchiamo di incontrare nella preghiera, ci appare sempre così lontano, inafferrabile, misterioso. Come rimanere in relazione con lui senza percepirne e la presenza?
Queste e altre difficoltà conducono a una consapevolezza: il vero perché della preghiera consiste nel consegnarci alla gratuità della relazione con Dio. Anzi, occorre precisare meglio: alla gratuità della relazione filiale con il Padre. La preghiera non ha altra motivazione e necessità che questa: insegnarci a stare davanti a Dio come figli davanti al proprio Padre. E’ proprio in questa relazione, nella sua bellezza e nella sua intimità trasfigurante, che le obiezioni si sciolgono.
- 3. EDUCARE ALLA RELAZIONE.
Se leggiamo attentamente i racconti evangelici ci accorgiamo che proprio questo è il modo con cui Gesù educa a pregare: introducendo in una pienezza di relazioni. Ce lo ricordano i contesti in cui, in Lc e in Mt, è inserita la consegna dei Padre Nostro alla comunità. In Luca è dopo una sequenza di episodi in cui si evidenze la relazione del pregare con il fare la misericordia (cf parabola del buon samaritano in Lc 10, 29-37) e l’ascoltare la parola di Dio (l’episodio di Marta e Maria in Lc 10, 38-42). In Matteo è inserito al centro di due altre opere di pietà: l’elemosina (in cui si esprime la relazione con gli altri nella forma della condivisione: Mt 6, 1-4) e il digiuno (in cui si esprime la relazione con i beni della terra nella forma della non-voracità: Mt 6, 16-18).
- 4. LA RELAZIONE CON IL PADRE.
In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Si o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare (Mt 11, 25-27)
Pregare significa giungere ad avere su di noi lo sguardo stesso di Dio, e, lasciandoci conoscere da Dio in questo modo noi giungiamo a conoscere più intimamente il suo volto di Padre. E si conosce davvero il Padre quando si percepisce che nei suoi confronti siamo un po’ tutti come figli unici.
- 5. LA RELAZIONE CON I BENI DELLA TERRA.
Al centro del Padre Nostro c’è la domanda del pane: in Luca è la terza domanda su cinque, in Matteo è la quarta su sette. E’ la domanda centrale, quella che ci insegna come domandare ogni altro bene dalle mani di Dio, chiedendo al plurale – dacci e non dammi – quindi in un atteggiamento di. condivisione, e soprattutto un pane quotidiano, per l’oggi che deve bastare alla fame di un giorno e non può essere accumulato per il giorno dopo.
Per capire bene che cosa significhi chiedere un pane quotidiano occorre ricordare l’esperienza del popolo nel deserto, dopo la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, quando Dio sfama il suo popolo con la manna. La manna è un pane diverso, perché donato da Dio, un pane soprattutto da mangiare in modo diverso, perché deve essere raccolto secondo il bisogno di ciascuno e non. può essere accumulato per il giorno dopo. Accumulando il pane scegliamo implicitamente di nutrire la nostra vita con ciò che possediamo, in modo autonomo e autoreferenziale, anziché nutrirla dell’amore di chi ce lo dona o dell’amore stesso con cui lo condividiamo con altri. Il pane accumulato è un pane senza relazioni; il pane ricevuto e condiviso è un pane di relazione. E la nostra vita ha fame anche e soprattutto di relazioni. A questo livello incontriamo un altro perché profondo della nostra preghiera. Nutrire la vita di ciò che possediamo o nutrire la vita dell’amore che riceviamo. questa è l’alternativa radicale in cui ci colloca il pregare o il non pregare, l’accumulare o l’affidarsi; il fidarsi di Dio o della potenza delle nostre mani.
- 6. LA RELAZIONE CON GLI ALTRI.
Il pane che riceviamo da Dio non solo ci impegna a condividerlo, ma ci educa anche a prenderci cura della fame di altri. Il perdono ci impegna a perdonare a nostra volta; chiedendo di essere liberati dal male ci rendiamo disponibili a farci prossimi alle sofferenze di altri. Ogni dono che nella preghiera chiediamo a Dio è segno che rimanda ad altro: a quel dono per eccellenza, a quell’unico dono che è Gesù Cristo. Il dono del Padre è Gesù Cristo e questi crocifisso e risorto; in lui si rivela che il Padre ha tanto amato il mondo da donare il suo proprio figlio. Accogliendo nella preghiera lo spirito dei figli che ci fa gridare Abba Padre, noi dobbiamo accogliere e trasformare la nostra vita secondo questa stessa logica della relazione filiale: il figlio è sempre colui nel quale il Padre vuole rivelare quanto ama il mondo. Pregare è sempre invocare dal Padre un dono che ci invii.
- 7. LA RELAZIONE CON SE STESSI: ESSERE LUMINOSI DENTRO.
Spesso, nei momenti più difficoltosi della nostra vita, quando il cammino può farsi più incerto, noi cerchiamo un po’ di luce che rischiari il senso di ciò che stiamo vivendo. Talora però cerchiamo questa luce in modo sbagliato, in una sorgente esterna a noi, e non sempre la troviamo. La scena della Trasfigurazione insegna a rovesciare questa prospettiva: la luce, quando fuori è buio, va cercata dentro di noi, perché questa luce intima e segreta possa poi irradiarsi e riverberarsi anche attorno a noi. E le condizioni per essere nella luce sono quelle che hanno qualificato l’esperienza storica di Gesù: vegliare nella preghiera, conversare con tutte le Scritture, ascoltare e obbedire alla parola del Padre.
8. LA RELAZIONE CON LA STORIA: AVERE GLI OCCHI DI DIO.
A questo dovrebbe condurre ogni esperienza di preghiera e di contemplazione. dopo aver contemplato la gloria del Trasfigurato, si scende dal monte, si torna nella storia, ma negli occhi rimane ancora impresso il volto di Gesù, come accade quando si fissa per qualche istante la sfera luminosa del sole, ed essa rimane negli occhi, a filtrare tutto ciò che si guarda. Allora, con questo volto di Gesù negli occhi, si torna a guardare alle persone, al mondo, alla storia, ma tutto viene riletto e filtrato attraverso questa immagine di Gesù solo impresso nello sguardo. In tal modo si giunge anche ad avere uno sguardo purificato e unificato sul mondo e sulla storia. La preghiera dovrebbe condurre anche trasformare il nostro sguardo, perché giunga a condividere in qualche misura lo sguardo stesso di Dio.