La sofferenza ha un confine?

Don Claudio Bernasconi, prete Fidei Donum a Chirundu, Zambia dal 1979 al 1993

Vergiate, Mercoledì 23/11/2005

 

La sofferenza ha un confine?

 

I relatori dovevano essere i coniugi dott. Marina e Paolo Franceschi, medici volontari in Madagascar che però sono tuttora bloccati in autostrada da un incidente. Don Claudio ha tamponato non velleitariamente la loro forzata defezione, sostenuto dalla sua quattordicennale esperienza in Zambia.

 

Ci colleghiamo alla precedente relazione di don P. Tremolada (pagg. 2÷8) con l’eco della domanda dell’uomo sul perché della sofferenza e sul rischio di imputare a Dio l’esperienza del dolore, cui non è seguita una risposta, in quanto una tale risposta non esiste se non ad un insoddisfacente livello intellettuale. La risposta adeguata è presente solo a livello sapienziale; ove per sapienza non si deve intendere la conoscenza di tutte le cose, bensì la saggezza con la quale si ha la capacità di interpretare la realtà e la vita con determinati criteri.

Il criterio determinante per interpretare il dolore è, per i credenti, Dio, l’esistenza di Dio, di un Dio che non può essere altrimenti se non buono. In Genesi, 1-11 appare veramente che Dio è buono. Dio non può volere il male; la sofferenza non può provenire da Dio.

 

In questo quadro illustrato precedentemente si voleva inserire la testimonianza di due coniugi medici, volontari in Africa, forzatamente assenti.

Per un credente il problema della sofferenza non può limitarsi alla considerazione della propria sofferenza personale. Ognuno ha il proprio modo di affrontare la sofferenza, però non esiste solo la mia sofferenza, c’è anche la sofferenza di coloro che con me vivono la mia stessa esperienza di vita, incominciando dalla famiglia, includendo anche la sofferenza dei rapporti tra noi. Occorre quindi tenere conto di un aspetto più ampio del mio personale rapporto con il dolore che è limitato alle mie personali conoscenze. Dobbiamo attingere allora da persone che hanno affrontato la sofferenza in situazioni, in culture diverse. Il male raggiunge tutti i luoghi d’ogni latitudine, d’ogni etnia, ma com’è vissuto in culture diverse il rapporto uomo – dolore? La cultura ha una sua influenza sul modo di vivere il dolore? Un africano, un asiatico, al di là della sua fede religiosa, come si pone di fronte al problema del dolore?

Ci sono modi diversi per leggere la propria storia e la propria storia di sofferenza nella cultura nella quale si è inseriti. Noi la leggiamo e la interpretiamo istintivamente, soprattutto su un piano razionale, e quindi cerchiamo di capire qual è la soluzione migliore sia nel campo fisico sia spirituale e psichico. Noi sappiamo che, di fronte ad un problema fisico, c’è il medico di famiglia oltre che lo specialista; per un problema psicologico sappiamo esserci psicologo e psichiatra.

Ma un africano – parlo di africano perché questa è la mia esperienza – come si pone il problema della sofferenza sia fisica sia psichica? La loro cultura ha dato loro un modo diverso di interpretazione della sofferenza con variazioni geografiche tra il nord mussulmano ed il centro-sud secondo la cui mentalità, il dolore appartiene alla loro natura.  Quindi non lo concepiscono come qualcosa che viene dal di fuori o da Dio. Questi africani vedono tutti i giorni il bambino che muore di malaria cerebrale, o di malnutrizione oppure anche adulti che muoiono per il colera oppure i molti che oggi muoiono di A.I.D.S. Oggi in Zambia la percentuale degli ammalati di A.I.D.S. è del 67% dell’intera popolazione. Per quest’ultimo motivo oggi esiste anche il problema degli orfani, mai avuto prima; prima il bambino orfano era curato da tutta la famiglia (parenti, zii, nonni). Oggi, per la mancanza di parenti adulti, le suore sono riuscite a costruire, accanto all’ospedale, un orfanotrofio accudito da brave mamme che si occupano di gruppi di 10-12 bambini ciascuna.

Di fronte alla morte di una persona, anche la più cara, un africano dice: «è il suo tempo.» Nel senso che è stabilito che uno muoia a sessant’anni oppure a sei mesi. Non si tratta di fatalismo, ma di un modo di concepire la vita come un dono. Il che non toglie la loro preoccupazione per la propria malattia. Qualche volta però essi sono sollecitati dai missionari a preoccuparsi, per esempio dei loro bambini.

Se ne deduce che, di fronte al problema del male, c’è sì la risposta della fede, ma anche un modo di rapportarsi legato alla cultura, intesa come quel complesso di cose che ci permette di vivere nel nostro ambiente.

Chi proviene dalla nostra cultura e si ritrova poi immerso nel rapporto al dolore della cultura africana che cosa prova?

  • Si ritrova come uno che semplicemente conclude: «sono fatti così! La pensano così!»
  • Oppure come chi dice: «Questi sono ignoranti, non capiscono nulla sulla vita, salute; bisogna darsi da fare per renderli più consapevoli di queste cose.»
  • Oppure come chi dice: «È impossibile risolvere questo problema. Allora incominciamo a fare le piccole cose possibili da farsi.»

Non tutti possono andare in Africa, in Asia od in altre regioni, ma di fronte a questa situazione io mi posso chiedere che cosa devo fare, in che cosa mi posso attivare? La risposta dovrebbe partire da una testimonianza di chi ha vissuto in prima persona questi problemi per ricavarne come questi testimoni hanno affrontato il problema.

  • Ho visto alcuni medici italiani scoraggiati: «Che cosa possiamo fare di fronte a milioni che fanno capo ad un solo ospedale? Di fronte a centinaia di persone che si presentano ogni giorno a chiedere medicine? Di fronte agli interventi chirurgici necessari e di numero superiore alle possibilità?» Allora si è tentati di dire: «Lasciamo stare, che vadano avanti come prima, che si curino con le loro erbe e vadano dai loro stregoni.»
  • Oppure alcuni di noi si pongono con angoscia di fronte al problema: «Che cosa possiamo fare? È impossibile andare avanti!» Affrontando senza serenità la situazione non riuscendo nemmeno a farsi capire ed a farsi spiegare il motivo della visita degli ammalati venuti.
  • Oppure per altri c’è la risposta adeguata a tutti e due fattori, le proprie possibilità e le capacità di ricezione degli altri. Questa è la risposta più saggia ritrovabile in un tale contesto: facciamo, per quanto è nostra capacità, tutto quanto è possibile per le emergenze. Rifacendomi alla mia personale esperienza con l’ospedale parrocchiale che conoscevo, risultava chiaro che tale ospedale era a servizio di circa 250000 abitanti della zona circostante; l’ammalato, per arrivarci, doveva percorrere a piedi anche una ventina di chilometri. Chi non lo poteva fare perché debilitato, doveva aspettare anche due settimane che arrivasse il padre missionario con l’automezzo e che lo accompagnasse in ospedale.

In Zambia, poi, la malattia più diffusa non è una malattia di emergenza; è la malaria. Chi vive là soffre di tale malattia e ci convive. Oggi si è aggiunta l’A.I.D.S. ove l’emergenza non è la malattia stessa, bensì l’educazione alla propria sessualità. L’emergenza è quindi scoprire che cosa si debba raggiungere al più presto per fermare un certo tipo di epidemia o malattia. Metà della parrocchia di Chirundu era infestata dalla mosca tse-tse, apportatrice della tripanosmiasi africana (malattia del sonno) che debilita i centri nervosi ed impedisce alla vittima di conservare la capacità reattiva. Con aiuti giunti dal Canada si era riusciti ad operare una disinfestazione nei villaggi infestati. Ciò è un esempio di emergenza affrontata tenendo conto della specifica realtà concreta, coscienti che di più non si sarebbe potuto fare, coscienti di aver affrontato il problema del dolore limitativamente alla concreta possibilità disponibile.

 

Conclusioni

Il dover affrontare il problema della sofferenza in un contesto culturale diverso dal proprio è indubbiamente legato moltissimo alla situazione personale di chi affronta tale problema. Un conto è che l’affronti un medico ateo ed un conto un medico credente che non esclude la sua fede nell’affrontare la contingenza quotidiana. Gli ospedali più significativi e più funzionali sono ancora quelli ove operano persone che pregano e non sono solo credenti cattolici. Per il credente il rapporto interpersonale è supportato dalla fede che lo avvia a fare per l’altro qualcosa di più di quanto farebbe per se stesso. Chi crede è spinto a perfezionare sempre di più ciò che fa nei confronti degli altri ed a vivere più a fondo il problema del dolore.

Nel caso di Chirundu, si è partiti da una clinica; che poi è diventata un ospedaletto; che poi è diventato un ospedale con vari reparti, con laboratorio, radiologia, sala operatoria. Dalla capitale Lusaka vengono a Chirundu a farsi operare per la migliore qualità del servizio.

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