LAVORO E ECONOMIA

Dr. Carmela Tascone – Somma Lombardo – 27/03//2006

Premessa

Prima di entrare in argomento occorre sottolineare il valore permanente della Dottrina Sociale della Chiesa. Pur con gli aggiornamenti necessari essa diventa il frutto di una ricerca e di una riflessione del popolo di Dio che deve cercare, con onestà di cuore e competenza, di tradurre il Vangelo, di interpretare la realtà, le sue risorse ed i suoi bisogni e vivere come testimone del Signore.

La Dottrina Sociale della Chiesa non sopporta ambiguità, ma costituisce per se stessa un principio critico della società: essa introduce, comunque, anche quando è scomodo, il senso della dignità dell’uomo e della donna ed obbliga il popolo di Dio ad interrogarsi su tutte quelle forme che attentano alla fraternità e alla solidarietà umana. Questo comporta una responsabilità particolare per i laici e, ovviamente, il primo campo dell’impegno del credente è la concreta operosità e competenza della vita quotidiana e del lavoro. Poi l’orizzonte si allarga, non si tratta solo di far bene il proprio lavoro, si tratta di assumersi responsabilità sociali.

In questa prospettiva la Dottrina sociale della Chiesa dialoga con la cultura del tempo, con le varie discipline che si occupano della persona umana, ne individua i risvolti concreti e tenta di raggiungere risultati che sappiano offrire conoscenza e consapevolezza cristiana.

In particolare il capitolo VI del Compendio della dottrina sociale della Chiesa contiene già ampie argomentazioni sul lavoro umano. In tale testo ci sono valori permanenti che aiutano tutti noi e gli operatori credenti ad avere uno spaccato importante per la propria vita. Ciò soprattutto per i laici, che vivono quotidianamente la dimensione del proprio impegno di lavoro, a misurarsi con una prospettiva che non è sempre scontata. Vale a dire, noi cristiani ci inseriamo giustamente nel lavoro con una dimensione d’impegno forte di fare bene il proprio lavoro; però c’è anche una responsabilità sociale che si deve mettere in atto non solo nella competenza professionale per cui il lavoro va fatto bene, ma anche nell’assunzione di una responsabilità, di una competenza sociale. Questo va sottolineato oggi perché riscontriamo una disaffezione forte all’aspetto sociale; ciò comporta anche una diminuzione della fede incarnata; infatti, la fede non si può limitare solo alla dimensione puramente ecclesiale, del solo vivere la Messa domenicale. C’è una dimensione della fede che chiede di essere tradotta nella vita quotidiana. Il relativo benessere economico di due terzi della popolazione fa anche dimenticare la responsabilità sociale che richiede il miglioramento delle condizioni di vita anche per il terzo della popolazione rimasto fuori, che soffre, che sta male, che non ha la possibilità di essere riscattato nella dignità della vita. La responsabilità sociale compete in prima battuta al cristiano. Altrimenti ci si limiterebbe a proclamare principi che rimangono una teoria. Il tema che trattato riguarda quattro punti:

  1. Dignità del lavoro (N° 270, 271, 273, 276, 277, 278)
  2. Diritto al lavoro (N° 288, 290,291)
  3. Solidarietà tra i lavoratori (N° 305, 307)
  4. Cambiamento nel mondo del lavoro (Res Novae – N°310-311-312-314-317-318-321)

 

  1. Dignità del lavoro.

La dimensione soggettiva e oggettiva del lavoro (Compendio 270-271-273)

Il lavoro, in senso oggettivo, ha una dignità in se stesso, l’oggettività è costituita dall’attività dell’uomo in se stessa, che muta nel tempo a fronte dell’innovazione tecnologica, dei mutamenti culturali, sociali e politici. La soggettività conferisce al lavoro la sua peculiare dignità, la persona è il metro della dignità del lavoro. Specialmente oggi, in relazione allo sviluppo tecnologico, agli orientamenti culturali e sociali, all’evoluzione dei mercati, dei prodotti, della modalità di produzione, l’attività lavorativa non è mai stabile. Però c’è un aspetto importante che rischia di passare in secondo piano ed è la dimensione soggettiva del lavoro, cioè l’importanza e la peculiarità del lavoro sono date dalla persona che lo compie. Ciò non è un elemento scontato. Nella mentalità corrente il rischio è di invertire questa dimensione considerando una gerarchia del lavoro: ci sono lavori ritenuti importanti e lavori ritenuti umili; ci sono lavori necessari, o faticosi o umili, che i cittadini del paese non vogliono più fare e lasciano agli emigrati e magari tali lavori sono anche sottopagati. Pensiamo, ad esempio all’importanza che ha la pulizia in un ambiente di lavoro anche sulla qualità del prodotto ottenuto, eppure nella nostra mente l’importanza di un addetto alle pulizie è inferiore a quella di un addetto a lavori specializzati. Ne risulta subito una gerarchia dei lavori, anche se non subito collegati alla consistenza dei lavoratori che li eseguono. La competenza di un operaio specializzato richiede maggior impegno e maggior tempo d’acquisizione di un operaio delle pulizie, però la cultura corrente fa ritenere che una persona che fa un lavoro comune sia ad un livello inferiore.

Questo modo di pensare ci fa considerare lo studio non soltanto come una dimensione culturale importante che dovrebbe attraversare tutti a prescindere dalla professione che si compie, ma come una possibilità concreta per ottenere un’occupazione migliorativa confondendo l’adattamento della cultura acquisita direttamente con il posto che si occupa. Ciò non significa che non si debba aspirare ad una professione in base alla cultura e preparazione acquisita, ma è dell’approccio e della mentalità che possiamo avere che si vuol parlare. Nel nostro territorio c’è chi considera il lavoro all’aeroporto della Malpensa come superiore agli altri e lo preferisce anche se poi esso si riduce allo scarico dei bagagli tramite una cooperativa. Per questo tipo di mentalità si genera la fatica d’integrazione dei lavoratori stranieri. Se pensassimo a che succederebbe nel campo dell’assistenza se tutte le badanti unitamente decidessero di non fare più le badanti? Questo per far capire come figure di professioni considerate di secondo livello nel campo della mentalità comune svolgono un ruolo sociale fondamentale.

Riflettendo anche all’interdipendenza dei lavori all’interno dell’azienda ove un’attività è svolta in stretta connessione con chi viene prima e dopo, forse si avrebbe una visione complessiva del proprio lavoro e dell’importanza di chi viene dopo e prima. È la persona che dà dignità al lavoro a prescindere dal lavoro stesso.

I rapporti tra lavoro e capitale (276-277-278)

Ciò che il Compendio della DSC al N° 276 afferma, che “il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale” sembrerebbe un’affermazione di puro principio oppure rischia, nella nostra mentalità, di appartenere ad un mondo che non è più il nostro. Però se riflettessimo che l’economia, ha sì regole proprie, ma non sempre a senso unico. Se si pretendesse un’applicazione rigida della regola, o se la mia riflessione fosse puramente economicistica e non si facessero sforzi per una visione diversa è chiaro che la persona passa in secondo piano. La cosa non va banalizzata, non rappresenta un agire semplice od automatico, richiede fatica. È più semplice applicare in modo deterministico anche un’innovazione tecnologica; il ragionare che richiede una riflessione maggiore implica anche maggior impegno e non solo dal punto di vista economico.

Ragionando in termini economicistici e non considerando che il lavoratore occupa un posto superiore a quello del capitale si producono contraddizioni evidenti: sfruttamento d’interi popoli per un lavoro non tutelato, senza diritti civili e senza libertà sindacali, con redditi da fame. Noi, ragionando in termini di principi, troviamo il ragionamento corretto, ma poi, quando si tratta di fare affari con questi paesi che sfruttano così i lavoratori, cadono tutte le barriere. Il ragionamento, allora, dovrebbe svolgersi verso una legge di reciprocità e di rispetto delle regole. Non è possibile che nei paesi occidentali vi siano regole ambientali rigorose e poi si scarichino tutti i rifiuti tossici in Africa dove non esiste tutela ambientale ed è più economico agire così. Che cosa potrà accadere nel mondo andando avanti in questo modo?

Pensiamo agli affari commerciali portati avanti con paesi ove è presente la schiavitù, il lavoro forzato, il lavoro dei minori; anche a livello d’importazione di prodotti, le regole di reciprocità possono essere applicate. Se do la possibilità di importare da tali paesi i loro prodotti, ci deve essere anche la possibilità di esportare là i nostri prodotti, che, per poter essere acquistati, occorre che vi sia un reddito adeguato. Se questi paesi possono solo esportare perché sono alla fame, il mercato occidentale si satura, mentre non si crea la possibilità concreta di alzare il livello di vita di altra gente. Se non facciamo ciò per sapienza umana e cristiana, almeno che lo facciamo per convenienza. Ci si pone, certo, anche il problema delle risorse della terra, che non sono infinite; occorre rivisitare il modello dei consumi e di vita; non è sempre detto che il meglio sia il consumare sempre il triplo di ciò che bisogna, però la cosa deve rientrare nella politica di economia che bisogna fare. Il disegno sociale del mondo andrebbe letto dalla politica diversamente dagli interessi particolari.

Altra contraddizione: nel mercato finanziario si compra e si vende danaro in modo speculativo senza rendersi conto che questo danaro è sottratto agli investimenti produttivi e quindi genera ricchezza fittizia. Se il danaro che si compra e si vende non è supportato da beni e servizi diventa una bolla di sapone ed i nostri paesi hanno sperimentato ciò.

Quando, come la DSC afferma, è il lavoratore che deve avere maggiore importanza, per noi cristiani il dovere è aprire il varco alla riflessione, studiare se tutto quello in economia che è dato come rigido, non possa invece essere rimesso in discussione con proposte che non penalizzino l’efficienza, ma che contengano anche una ridistribuzione equa della ricchezza prodotta. I cristiani dovrebbero cimentarsi di più per giungere ad un’economia non a senso unico, a scoprirsi un po’ di più; gli economisti non sono neutrali asettici in una campana di vetro; hanno una concezione del mondo. I cristiani al riguardo hanno qualcosa da dire quando non fanno elaborazioni di principi, bensì studi appropriati per elaborazioni concrete.

 

  1. Diritto al lavoro.

Il lavoro è necessario (288-290-291)

Il Compendio afferma che “il lavoro è necessario. Il lavoro è un bene di tutti, che deve essere disponibile per tutti coloro che ne sono capaci. La «piena occupazione» è, pertanto, un obiettivo doveroso per ogni ordinamento economico orientato alla giustizia e al bene comune”. Qui è imprescindibile l’affrontare il tema della disoccupazione, ancora molto presente nel nostro paese. Le indagini sociologiche rivelano che il lavoro è la fonte primaria e motivo di grossa incertezza verso il futuro. L’indicatore più significativo della crisi italiana è il lavoro (e anche nelle nostre zone, seppure in modo più contenuto rispetto ad altre parti dell’Italia; ne abbiamo consapevolezza); molte indagini sociologiche rivelano che esso è la fonte primaria dell’incertezza del futuro. Un’indagine del “Sole 24 ore” rivela che il 68% degli intervistati sarebbe disponibile a guadagnare meno pur di avere un lavoro stabile. Questa preoccupazione ritrova la radice delle difficoltà del nostro sistema economico. Preoccupazione legittima e giustificata. Per di più l’aumento di occupazione avviene nei settori meno dinamici, dove non si produce e questa crescita è favorita da salari reali più bassi e da contratti a termine. Il fatto poi che ci sia “la sempre più diffusa necessità di cambiare varie volte il lavoro, nell’arco della vita, impone al sistema formativo di favorire la disponibilità delle persone ad un aggiornamento e riqualificazione permanenti. I giovani devono apprendere ad agire autonomamente, diventando capaci di assumersi responsabilmente il compito di affrontare con competenze adeguate i rischi legati ad un contesto economico mobile e spesso imprevedibile nei suoi scenari evolutivi. E’ altrettanto indispensabile l’offerta di opportune occasioni formative agli adulti in  cerca di riqualificazione e ai disoccupati. Più in generale, il percorso lavorativo delle persone deve trovare nuove forme concrete di sostegno, a cominciare proprio dal sistema formativo, così che sia meno difficile attraversare fasi di cambiamento, di incertezza e di precarietà.” (290)

 

Qui si gioca la vera scommessa nel piano della formazione permanente, cioè che dovrebbe accompagnare tutta la vita dei lavoratori. Il tempo in cui si stava in un’azienda 35-40 anni è finito da tempo. Il cambio del posto di lavoro ha come elemento fondamentale la capacità di riciclarsi, di stare nel mercato del lavoro anche quando il lavoro lo si ha. Occorre andare alla formazione anche quando si sta lavorando. Oggi si fa una fatica immane a far frequentare i corsi di riqualificazione anche a chi ha perso il posto di lavoro. L’istruzione e la formazione rappresentano quindi un riparo dal rischio di povertà. I giovani che provengono da famiglie di bassa scolarizzazione sono più fragili dei coetanei provenienti da famiglie con grado di istruzione più elevato. Per quanto riguarda la formazione nelle aziende, risulta che queste sono svolte nel settore quadri ed impiegatizio e molto poco nel mondo operaio, i quali sono semplicemente addestrati alla svelta e questo per motivi economici.

Va detto anche che questo problema rischia anche di aggravarsi con la riforma Moratti: avendo anticipato i tempi della scelta, ciò finisce inevitabilmente ad indirizzare l’istruzione direttamente al mercato del lavoro perdendo di vista una formazione culturale più generale che consente di essere più duttili. La teoria per cui se io faccio meno liceo classico e più scuola professionale è più vincente, è falsa, perché la scuola e  la cultura di fondo consente di essere più duttili al cambiamento, perché la formazione della mente avviene con elementi più densi che non limitandosi ad aspetti tecnici. Maggiore è la cultura di base, minore è la difficoltà di approccio al lavoro. Le formazioni umanistiche sono le più proficue dal punto di vista dell’inserimento anche in professioni prevalentemente scientifiche perché consentono modalità di approccio sicuramente più mature.

La famiglia e il diritto al lavoro (294-295)

Il Compendio sottolinea con forza la necessità di conciliazione tra lavoro e famiglia.

E’ indispensabile modificare radicalmente l’ottica per cui famiglia e lavoro sono in contrapposizione per approdare ad una visuale più aperta e conciliante di questi due fondamentali mondi.

La famiglia svolge importanti funzioni sociali ed economiche ed è proprio la famiglia il motore dell’economia. Gli imprenditori sono tenuti ad un maggior senso di responsabilità sociale e lo faranno solo se assumeranno consapevolezza che nel medio lungo periodo gli strumenti di conciliazione adottati avranno ricadute positive sul clima aziendale, sulle relazioni e sulla stessa competitività aziendale. Occorre combinare le esigenze aziendali con le esigenze di carattere sociale.

Compete anche ai cristiani (senza limitarsi solo a dichiarazioni di principio) operare perché la famiglia, che in questi anni è progressivamente diventata socialmente irrilevante, riacquisti la visibilità che merita e l’attenzione di cui necessita, proteggendola dai processi disgregativi e accompagnandola nelle fasi critiche, nella consapevolezza che essa resta l’elemento propulsore della società e dell’economia.

La filosofia che continua a sostenere le politiche di welfare e di assistenza nel nostro paese, ha come presupposto che in famiglia ci sia una donna che si fa carico dei problemi. La latitanza dei governi su questi aspetti fa sì che ognuno si debba far carico pressoché individualmente dei bisogni di cura, con tutto quello che questo comporta rispetto al lavoro e al reddito familiare. La conciliazione passa attraverso forme concrete di organizzazione del lavoro che rispondano con maggiore flessibilità alle esigenze reciproche di azienda e lavoratori.

Uno dei problemi maggiormente sentiti, in particolare dalle donne, è la rigidità dell’orario di lavoro. Forme di orario diverso (part time, orari flessibili, ecc.) trovano spesso negazione da parte delle imprese, generando così costi aggiuntivi per le famiglie quando, poi, questa negazione non si traduce direttamente in rinuncia al lavoro con le conseguenze e ricadute sul reddito familiare.

Oltre agli aspetti riconducibili  all’organizzazione del lavoro e a gli orari, la conciliazione chiede anche di essere sostenuta attraverso l’istituzione di servizi sul territorio (asili nido, ecc), assicurando, così, in particolare alle donne, l’accesso al mercato del lavoro e la possibilità di una crescita professionale e di reddito. Non affrontare questi problemi significa rinunciare anche allo sviluppo delle nascite e, quindi, essere su una strada di declino demografico irreversibile.

Il Compendio fa riferimento anche al lavoro minorile (296) e all’emigrazione (297), per noi immigrazione.

Ci sarebbero molte cose da dire e, potrebbe essere scontata la condanna del lavoro minorile. Alcune volte, quando si affronta questa tematica si introduce una sorta di giustificazione teorica basata sulla legislazione specifica dei Paesi in cui esso avviene (a parte il fatto che il lavoro minorile è presente a che da noi e, in talune realtà, in modo anche importante), sostenendo che ciò che in Europa è intollerabile, nei paesi in via di sviluppo potrebbe costituire una forma di reddito aggiuntiva per la famiglia e, indirettamente, una maggiore possibilità di sussistenza per i bimbi.

Credo che su questo la chiarezza vada fatta alla radice e cioè ciò che non è tollerabile è una logica di mercato che non si ponga all’interno di un sistema di diritti valido per tutto il contesto internazionale. Ogni bambino che lavora significa che non studia e che non può giocare: due elementi importanti, rispettivamente per il suo futuro e per la sua crescita equilibrata. Le tematiche relative alla questione dei diritti: dovremmo esportare diritti e non solo merce. Credo diventi la sfida di un futuro buono per tutti.

Sull’immigrazione ci sarebbe materia per un altro incontro. Voglio dire che essa costituisce una risorsa fondamentale, basti pensare alla cura degli anziani. Ma l’immigrato non può essere considerato una risorsa di giorno, nei luoghi di lavoro, magari quelli più umili e rifiutati e costituire un problema, dopo l’orario di lavoro, perché ha bisogno di un’abitazione dignitosa, di una sicurezza e soprattutto perché chiede legittimamente il rispetto della sua dignità. Uscendo da luoghi comuni e anche dalla banalizzazione. La dimensione della integrazione va affrontata nella sua interezza anche negli aspetti più complessi quale quello di una cultura diversa. La legge attuale che regola l’immigrazione è negativa, perché considera l’immigrato uno strumento di lavoro. Basti pensare al fatto che la perdita del lavoro costituisce il rientro nella clandestinità. E’ di pochi giorni fa una sentenza che considera non legittimo il rimpatrio a fronte di un lavoratore immigrato che si trova in mobilità da più di sei mesi.

 

  1. La solidarietà tra i lavoratori

            L’importanza dei sindacati (305-307)

“Le organizzazioni sindacali, perseguendo il loro fine specifico al servizio del bene comune, sono un fattore costruttivo di ordine sociale e di solidarietà e, quindi, un elemento indispensabile della vita sociale”

Qui non si vorrebbe apparire come il difensore della categoria sindacale. Semplicemente che, come cristiani, siamo chiamati, in nome dell’assunzione di responsabilità sociali, all’assunzione di uno sguardo più largo nel mondo del lavoro. Qualche volta corriamo il rischio di considerare l’impegno sindacale, nei suoi vari livelli, come limitato alla categoria che svolge questo compito per il bene del paese. Intanto, però, i lavoratori associati, in quanto tali, hanno una funzione fondamentale per il cammino di solidarietà del paese e per la democrazia. Tutto il mondo delle associazioni intermedie è garanzia per la democrazia del paese. Ci sono livelli di governo, livelli partitici, ma ci deve essere anche un livello associativo che faccia presenti i problemi che la società vive e questo è e dovrebbe essere in primo luogo il compito del Sindacato. Su questo compito che coinvolge tutti noi cristiani siamo latitanti, la nostra presenza non c’è. Ciò si tocca con mano quando in un’azienda si fa la RSU quando persone professionalmente importanti ed influenti nell’azienda non s’interessano della cosa. Questa insensibilità favorisce anche i problemi e le incoerenze che attraversano le organizzazioni sindacali che rischiano, talvolta, di essere più orientate all’autoconservazione piuttosto che fine specifico del bene comune, di irrigidirsi sulla propria esistenza. Questo non ci esime dalla considerazione obiettiva che la tutela, la difesa e la prospettiva di un mondo del lavoro aperto alle esigenze attuali, passino dalla capacità dei lavoratori di associarsi e di affrontare insieme i problemi.

Sicuramente, in un contesto che accentua fortemente l’individualismo, ogni riflessione che “costringa” a prendere in considerazione la ricerca collettiva del bene comune può apparire come una forma superata, capace solo di porre vincoli o laccioli. La solidarietà si confonde con l’assistenzialismo, mentre la solidarietà è un elemento forte di convivenza sociale. Ma sappiamo bene che il tentativo di deregolare tutto ciò che pone vincoli è un tentativo terribile perché nella deregolazione vince chi ha la voce più grossa ed è funzionale solo agli interessi particolari di pochi. La stragrande maggioranza della gente, o si associa per portare avanti le sue esigenze oppure si illude di determinarle. Oggi poi siamo davanti alla televisione che ci fa fare ciò che lei pensa di farci fare. Se non abbiamo luoghi ove discutere sul bene comune, ci resta una certa forza e pubblicità mediatica che, pur lasciandoci nell’illusione di autotederminarci,  ci fa fare ben altro.

 

  1. Cambiamenti nel mondo del lavoro (Res Novae)

Una fase di transizione epocale (310-311-312-314-317-318-321)

Anche in questo cambiamento epocale non va persa di vista la concezione economica che emerge dalla DSC e che afferma che ad orientare ogni sistema economico deve essere la prospettiva sociale, in modo che tutti gli elementi costitutivi sappiano conciliare libertà e giustizia, sviluppo economico ed equa distribuzione dei beni e progresso sociale, appunto, i diritti.

In definitiva, il governo di questa prospettiva sociale è dato da una visione globale dell’uomo. L’umanesimo integrale richiede anche il rifiuto tanto delle economie a somma zero o assistenzialistiche, che non valorizzano la libertà e la responsabilità delle persone, quanto di quelle liberiste o neoliberiste, che sottendono un concetto errato di libertà, quasi che essa debba legarsi solo a punti di vista individualistici o materialistici, dimenticando i valori della solidarietà e del bene comune. Occorre costantemente ricercare un’economia di equità sostanziale.

Nonostante molti oggi ritengano che la prospettiva di un’economia sociale sia utopistica e superata – date le nuove condizioni di liberalizzazione e di finanziarizzazione dei mercati – la DSC la auspica non solo sul piano nazionale, ma anche su quello mondiale.

Ovviamente ciò necessita della democrazia sostanziale e della costituzione di un’autorità politica mondiale riconosciuta e che governi e coordini, pur nel rispetto di regole economiche, un equilibrato ed equo sviluppo. Le difficoltà che oggi abbiamo è per l’assenza di un’autorità politica sopranazionale riconosciuta – vediamo le difficoltà dell’ONU – che dia le linee guida di come condurre i mercati, che detti i limiti di legittimità dei mercati salvaguardando la dignità delle persone.

N° 312: “La globalizzazione dell’economia, con la liberazione dei mercati, l’accentuarsi della concorrenza, l’accrescersi di imprese specializzate, nel fornire prodotti e servizi, richiede flessibilità nel mercato del lavoro e nell’organizzazione dei processi produttivi”.

Ma, nella logica dell’umanesimo integrale, le normative che regolano il lavoro, pur di fronte alle esigenze del mercato, devono sostenere e valorizzare le aspettative di realizzazione soggettiva, le attitudini e competenze, in un percorso che conduca alla stabilità professionale. La flessibilità non può essere a senso unico.

Qui ci si riferisce a quelle forme di flessibilità che non attengono tanto alle professioni autonome o depositarie di conoscenze e abilità proprie, non diffuse e, quindi, in grado di dettare condizioni favorevoli per chi le pratica e le offre al tessuto sociale; ma, piuttosto, a quelle che, se non governate da un’attenta regolazione che abbia a cuore, insieme alle esigenze dell’azienda, quelle della persona che lavora, rischiano di tradursi nel tempo in forme di precarietà che mettono ai margini della società numerosi lavoratori.

Si tratta, quindi, di quei lavori che differiscono dal tradizionale lavoro dipendente, non per il contenuto, ma per la forma contrattuale:  tempo determinato, somministrato (ex interinale), collaborazione coordinata a progetto, ecc.

Un primo elemento che potrebbe ingenerare prospettive di precarietà riguarda la durata e la stabilità di queste forme atipiche di rapporto di lavoro; autorevoli ricerche confermano che queste, quasi sempre,  hanno una durata inferiore all’anno: la maggior parte dei lavoratori “somministrati” ha un contratto di tre mesi e quote rilevanti  di collaboratori hanno rapporti di lavoro, nella stessa realtà,  fino a due settimane.

In un mercato del lavoro che vede sempre più strategiche la formazione e la riqualificazione professionale, dove le aziende considerano la formazione un investimento costoso da riservare ai lavoratori stabili, con prospettive di continuità, difficilmente i lavoratori atipici trovano spazio per apprendere una qualche forma di specializzazione che li possa rendere apprezzabili, in futuro, per un lavoro di qualità. Non solo, la durata breve può essere intervallata anche da periodi di non lavoro che accentuano ancora di più la genericità delle competenze professionali.

Periodi prolungati di lavoro instabile e frammentato hanno riflessi diversi anche in relazione all’età del lavoratore. Per i giovani essi possono essere opportunità interessanti per un primo periodo di inserimento nel mondo del lavoro, a patto che le attività svolte siano attinenti al titolo di studio conseguito, o qualificate nella stessa direzione, se così non fosse potrebbe progressivamente verificarsi un impoverimento delle competenze acquisite. Per i giovani adulti, la frammentarietà e l’insicurezza rischiano di diventare dilazione e rimando delle scelte definitive della vita, come quella di pensare ad una famiglia propria, permanendo in modo prolungato in quella di origine, possono comprimere la riflessione sul proprio futuro, bruciando, a volte, tutte le aspettative nell’attimo presente. Infine, per i lavoratori più anziani l’uscita da un lavoro stabile e l’inserimento in lavori di breve durata ha uno sbocco quasi certo nella precarietà.

Una riflessione specifica meritano le condizioni di lavoro: una mancata formazione può produrre l’uscita da percorsi di carriera e la  collocazione in ambiti non qualificati producendo, oltre che insicurezza, anche profonda demotivazione al lavoro.

Spesso i lavoratori atipici non conoscono bene i loro diritti (compreso quello della corretta retribuzione), penso in particolare ai “somministrati” inseriti nelle nostre aziende: l’agenzia li informa in modo generico ed essi, temendo l’accostamento al sindacato, non usufruiscono neppure delle possibilità che il loro contratto consente.

Va tenuta anche in considerazione l’effetto di queste forme inferiore di contribuzione; per un lavoratore il versamento pensionistico è mediamente del 33%; per un lavoratore a progetto esso è nell’ordine del 19-20%; per un lavoratore interinale la situazione è tragicamente ancora peggiore. Tutto ciò lascia intravedere situazioni molto difficili in prospettiva. Nei luoghi di lavoro si va creando una marcata differenziazione tra i lavoratori con il posto sicuro e tutti gli altri, la preoccupazione di non perdere l’opportunità lavorativa, anche se a termine, a volte fa accettare condizioni non sempre consone alle regole, si creano così anche conflitti, più o meno palesi, tra lavoratore e lavoratore, accentuando l’individualismo e in qualche caso l’isolamento.

La diversificazione del rapporto di lavoro genera effetti non solo sul piano della formazione (vero perno per offrire opportunità e sicurezza), ma anche sul piano delle tutele sociali: una storia lavorativa fatta di un insieme di lavori atipici, magari con redditi bassi e con periodi di vuoto lavorativo, si traduce irrimediabilmente in una storia contributiva frammentata che non può assicurare, nella vecchiaia, un reddito per vivere in modo dignitoso.

 

Un ulteriore elemento di cui non si parla mai sono i riflessi relazionali generati dal proliferare di forme atipiche di lavoro; non dobbiamo mai dimenticare che il lavoro non produce solo reddito, ma anche identità, senso della propria dignità, capacità di stare nella società in posizione di forza.

I luoghi di lavoro sono anche ambito di relazione, cioè di rapporti umani che nascono e si consolidano, talvolta anche luoghi di amicizia “gratuita” tra le persone:   presenze brevi  nelle  realtà lavorative possono tagliare alla radice queste possibilità.

La mobilità da un luogo di lavoro all’altro se non è supportata da un’accoglienza “ridefinita” e adeguata da parte del territorio, produce solitudine e difficoltà.

Certamente questi rischi sono più accentuati per i soggetti deboli del mercato del lavoro, ma forse perché deboli non degni di attenzione in una società che pur dichiara di voler offrire opportunità per tutti.

Come coniugare, quindi, dignità della persona nella sua interezza (senso del vivere, professionalità, sicurezza di reddito, tranquillità per il futuro…) ed esigenze espresse dalle imprese?

E’ inutile pensare che il mercato da solo e da se stesso possa essere regolatore del bene sociale, non lo è mai stato e non lo è neppure oggi; servono regole condivise, servono impegno e responsabilità per cercare le soluzioni che immediatamente appaiono più complesse, ma che in un orizzonte più ampio consentono risposte adeguate.

In questa prospettiva, sarebbe necessario che, con riferimento alla durata dei contratti “atipici”, non fossero frequenti i lavori molto brevi (che impediscono qualsiasi apprendimento), soprattutto se intervallati con periodi lunghi di attesa senza reddito; che fossero evitati continui e successivi rapporti di lavoro a tempo determinato per i medesimi lavoratori; che fosse favorito il passaggio dal lavoro temporaneo a forme più durevoli e stabili, prima che i lavoratori raggiungano un’età critica per inserirsi in processi di cambiamento tecnologico ed organizzativo.

Occorrerebbe evitare differenze retributive molto elevate tra lavoratori con contratti atipici e lavoratori con contratti tradizionali,  che prestano le medesime attività.

É fondamentale che i contratti atipici consentano modalità di apprendimento, di formazione e di qualificazione, tali da conseguire competenze professionali che consentano di non cadere nella precarietà.

Per il sindacato ne discende il compito di una tutela adeguata dei lavoratori coinvolti nelle forme di lavoro “flessibili”, attraverso la contrattazione collettiva più attenta al livello territoriale e aziendale. É il territorio il luogo per tradurre regole definite anche ad altri livelli, è qui, infatti, che esiste il reale mercato del lavoro, è qui che avrà sempre  più spazio la formazione professionale iniziale e continuativa, è qui che si colgono gli impegni di sviluppo occupazionale, è, quindi, nel territorio che si può favorire la risposta alle giuste esigenze di qualità e dignità della vita.

Vi è anche una responsabilità per il mondo imprenditoriale: la costruzione di una  società sana è compito di tutti e la “buona occupazione” ne  è una componente essenziale.

Si tratta dunque di mutare l’approccio al mercato del lavoro che ha ispirato la legge “Biagi”: una riforma imperniata sull’idea infondata che la lotta al lavoro sommerso (grande piaga del nostro paese da affrontare su più versanti) e il rilancio dell’economia possano ricevere un impulso decisivo da una flessibilità sempre più spinta, da un peggioramento dei diritti dei lavoratori e da una marginalizzazione del sindacato.

L’intervento di modifica della riforma “Biagi” dovrebbe puntare, tra l’altro: ridurre all’essenziale le tipologie contrattuali flessibili, superando attraverso l’omogeneizzazione del costo del lavoro la concorrenza al ribasso tra contratti che prevedono trattamenti contributivi e retributivi differenti; riportare nell’alveo della contrattazione collettiva il governo della flessibilità del lavoro, la riforma apre alla contrattazione individuale (come nella nuova disciplina del Part time).

Rendere più favorevole ai lavoratori, alle donne in particolare) l’utilizzo del Part time, per consentire una migliore conciliazione tra lavoro ed esigenze individuali e familiari.

Certamente, vi è una responsabilità dei soggetti contrattuali e della politica nell’affrontare la tematica di una migliore qualità del lavoro, ma vi è anche una responsabilità della comunità ecclesiale nel suo insieme: si parla troppo poco dei problemi legati al lavoro, sono necessari momenti, anche informali, dove i cristiani possano riflettere ed interrogarsi su come assumere la realtà sociale, su come attenuare insicurezza e precarietà e, soprattutto, su come elaborare, insieme a tutti coloro che hanno buona volontà, proposte possibili e condivise.

É indubbio che per rispondere a esigenze così impegnative occorre, da parte di tutti e di ciascuno, liberare la testa e anche il cuore da una mentalità solo economicistica che, mentre dichiara di voler essere aperta al nuovo, respinge ogni sforzo per cercare forme adeguate che rispondano, da una parte, alle esigenze economiche e, dall’altra, alle esigenze e alle giuste aspettative dei lavoratori.

É una mentalità che pervade tutti, non ci sono ambiti immuni, anche noi che viviamo quotidianamente l’esperienza sindacale, talvolta, ci lasciamo tarpare le ali della riflessione e della proposta o da concetti solo ideologici o da analisi esclusivamente economiche.

Guadagnare in libertà significa anche collocarsi nella strada poco frequentata delle domande profonde e inerenti al tipo di società che si vuole costruire, alle forme di convivenza sociale e civile che si vorrebbe connotassero il futuro del nostro Paese, alle modalità di aggregazione sociale, al fine di superare una logica che tende a relegare tutti solamente in compagnia di se stessi, al giusto posto che devono occupare la politica, nelle sue espressioni istituzionali, e le organizzazioni sociali nel loro ruolo legittimo di rappresentanza.

La logica perversa che tende a ridimensionare i soggetti sociali intermedi può solo avere un effetto distruttivo della solidarietà e della condivisione di obiettivi  per il raggiungimento del reale bene comune.  Bene comune che deve traguardare l’orizzonte immediato dei Paesi ricchi.

Vorrei solo sottolineare che anche il tema della flessibilità del lavoro non può prescindere da una rivisitazione complessiva delle regole del mercato che non devono solo favorire il libero commercio, ma anche la libertà e i diritti dei lavoratori di ogni parte del mondo. Questa è la sfida grande, ma non più dilazionabile. Per noi cristiani è la sfida che la DSC ci chiede di affrontare per non rendere “astratto” il Vangelo

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