dott. Prof. Don Franco Buzzi Vergiate Mercoledì 28/11/2007
Anzitutto domandiamoci: «Che cos’è la libertà? Siamo veramente liberi?» Oggi, soprattutto dalle così dette scienze etologiche, che studiano il comportamento degli animali e dalle neuroscienze, che studiano il comportamento del cervello, giunge la provocazione che “un essere è uguale all’altro”, che è soltanto una questione di gradualità, ma non cambia lo sfondo di ogni essere vivente e quindi, da diversi decenni, si tende a togliere la differenza tra uomo e animale, a fare dell’uomo un animale più perfetto, ma non molto. L’animale avrebbe le stesse caratteristiche dell’uomo; si dice che l’animale non è libero e quindi anche l’uomo è condizionato da tanti meccanismi, non solo di ordine sociale, ma soprattutto fisiologici. Ci sarebbero predeterminazioni per cui uno, portando un certo tipo di cromosomi, non può fare se non quello che ha già fatto, quello che farà e così via. L’animale non sarebbe meno libero dell’uomo. C’è tanta confusione nel considerare il regno degli animali e l’uomo. In realtà, facendo studi più profondi, ci accorgeremmo che esiste una differenza fondamentale tra uomo e animale. L’animale è comunque sempre legato al suo ambiente, mentre l’uomo non ha un ambiente predeterminato, può vivere in tutte le latitudini e ambienti della terra. Anche, sotto vuoto, può andare anche sulla luna. Non solo non è legato strettamente all’ambiente, ma non è nemmeno condizionato così strettamente dal proprio istinto che non è così forte come quello dell’animale. L’istinto ha come caratteristiche fondamentali la procreazione e la sopravvivenza. Il fine finale di questi istinti è la propagazione della specie cui gli animali sono legati in modo molto più determinante dell’uomo. L’uomo è in grado di far passare tutto quello che d’istintivo ha attorno a sé in una griglia, che è la sua consapevolezza, la sua coscienza; è capace di prendere le distanze e sospendere tutto ciò che è fisiologico, istintivo, ambientale per vagliare qualche cosa, per dare adito alle sue scelte. Può dar sì sfogo, se vuole, alle sue scelte istintive, è presente nel mondo, ma non è così legato alle condizioni del momento. La prima definizione di libertà è questa capacità di prendere le distanze. Cioè di porsi davanti alle cose, di considerarle, ragionarci sopra, di vederne il contenuto, di rimandare le decisioni. Tutto questo è la capacità di distanza. La distanza permette una scelta libera. Questo è l’uomo come lo conosciamo.
La religione in generale ci presuppone come liberi. Facciamo però considerazioni all’interno del cristianesimo, dell’induismo, dell’ebraismo dell’islamismo per conoscere se queste religioni danno per scontato la libertà dell’uomo e in che misura. Noi non possiamo parlare del cristianesimo se non a partire dall’ebraismo, la religione dei padri; noi abbiamo come Bibbia il primo testamento e il nuovo testamento. Già nel mondo biblico dell’AT il concetto della libertà che differenzia l’uomo da tutti gli altri esseri viventi è chiaro e affermato. Il concetto della libertà è incluso nel concetto fondamentale della religione ebraica e che diviene poi il concetto dell’alleanza: Dio vuole essere il nostro dio e noi il popolo della sua alleanza. Se Dio si prende un popolo per farlo crescere, per far di lui un popolo della salvezza, Dio non costringe nessuno ad aderire a quest’alleanza. Tutti i profeti mettono davanti al popolo questa alternativa: «Volete stare da questa parte, oppure volete stare con gli dei delle nazioni nelle quali ci troviamo»? Il popolo normalmente risponde: «Noi vogliamo stare con il Signore». Il popolo non è costretto, ma vuole stare con il Signore e alla sua proposta di alleanza. Se non ci fosse stata questa volontà di scelta sarebbe stata una costrizione. Noi usiamo in modo improprio il verbo “volere” a proposito degli animali cui si attribuisce una volontà. Invece per l’uomo il volere si pone sempre innanzi, per il bene o per il male, per la verità o la falsità, per ciò che è giusto o ingiusto, conveniente e comodo a me oppure conveniente e comodo alla comunità. Tutte queste domande ce le facciamo nella scelta quotidiana della nostra vita, come una risposta alla nostra domanda sul sacrificio fatto; questo mi è costato, ma unito a una scelta giusta. Oppure si è fatta una scelta più comoda, più facile, ma della quale si sente il rimorso. Questa è la nostra esperienza. È pacifico che l’uomo stia di fronte ad un’alternativa, come le due vie poste all’uomo nel Deuteronomio, nei libri sapienziali su cui egli deve scegliere sulla scelta di vita o di morte. Il nostro legarsi a Dio mette in gioco noi stessi nel nostro cuore più profondo che è principio di libertà. Questo concetto fondamentale attraversa l’ebraismo, il cristianesimo, altre religioni, una corrente dell’islamismo, come il Sufismo che considera l’amore di Dio.
Questo è il principio di amore di Dio, che costituisce l’essenza della religione ebraica e cristiana. Non si può parlare di amore se non c’è una relazione. Questa relazione, se autentica, presuppone la libertà. Non è possibile l’amore senza libertà. Se i nostri figli fossero semplicemente costretti a fare quello che vogliamo, non saremmo tranquilli perché essi non ci amano: dove c’è costrizione non c’è amore. Dove invece c’è libertà consapevole e motivata di un comportamento che corrisponda all’amore loro dato, allora noi saremmo contenti. Così non è possibile una relazione tra fidanzati o tra sposi in cui ci sia solo un vincolo di costrizione. Non ci sarebbe amore. Nei rapporti di affetto tra ragazzo e ragazza a volte c’è la pretesa di essere corrisposti; ciò non è possibile; non c’è l’obbligo di amare perché l’amore richiede la libertà. Se il cristianesimo è fondato su Dio che è amore, Dio chiede di essere amato, ci sollecita di prendere coscienza di quello che Lui è e ha fatto e sollecita una nostra risposta senza costrizioni, spontanea, consapevole ed entusiasta.
Questa libertà mette in gioco tutti i campi della vita. Essa permette al futuro di diventare una concretezza alla luce di un’idealità alla quale noi ci decidiamo. Tra le tante cose che possiamo fare nel futuro, dobbiamo scegliere qualche cosa che incarni i valori, gli ideali e che diventi realtà nel presente nel momento in cui noi ci decidiamo. Non avere questa possibilità significherebbe non avere libertà. Il futuro per noi significa poter scegliere all’interno di valori che noi lasciamo prevalere.
Se lasciassi prevalere nella mia vita l’economia, guarderei solo al guadagno e le mie scelte fatte liberamente per questo valore sacrificherebbero tutto il resto: gli affetti familiari, le relazioni con gli altri, l’educazione dei figli, lo stare insieme. Ci si metterebbe di fronte al valore dell’economia, che invece dovrebbe compenetrarsi con altri valori; il denaro è necessario, ma di esso dobbiamo servircene rimanendo liberi da esso, impegnando con esso anche tutti i nostri altri capitali. Ci renderemmo schiavi di un valore, che non essendo l’assoluto, lo faremmo diventare un dio. Creeremmo una contraddizione che ha come conseguenza la nostra schiavitù. Così se privilegiassimo la cultura, la vita sociale, gli affetti, assolutolizzandoli, cioè facendoli da relativi ad assoluti, ci porteremmo a una specie di follia. Il cristianesimo ci invita a non avere idoli, che ci schiavizzano; ad avere Dio, che costituisce il principio della nostra libertà. Per determinati valori dobbiamo fare scelte fino ad un certo punto, riservandosi, prendendo le distanze per privilegiare la scelta di Dio. L’uomo è soltanto per Dio. Il valore che ci adegua, la realtà che ci riempie, ciò che ci compie come esseri umani è soltanto Dio. Per questo motivo esiste il comandamento che ci dice: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze, più di te, dei tuoi cari, più di tutto». Soltanto Dio è il termine ultimo del nostro percorso, che riempie tutta la nostra vita. Nel cristianesimo Gesù Cristo, essendo l’emblema di Dio incarnato, diventa l’emblema visibile, corporeo di tutto questo discorso. Cristo non è mai stato schiavo di nessuno. Nella relazione con il Padre ha sempre voluto prima di tutto la volontà di Dio. In questa volontà ha collocato tutto. Noi, come cristiani, siamo incorporati in Lui. Gesù risorto non è più solo il Gesù di Nazareth terreno, ma è Lui morto e risorto, è il Cristo totale; noi siamo coinvolti dentro di Lui a praticare ciò che Lui ha praticato, non solo come modello esterno, ma essendo incorporati in Lui. Ciò è stupendo; è partecipare alla libertà di Cristo che ci porta a costruire il mondo come Lui l’ha voluto.
Nelle religioni indiane, induismo, buddismo la parola “fondamentale” si lega al concetto del “Karma” che è l’opera che ognuno compie, meritoria oppure no. Compiendo un’azione, non si produce solo un effetto esterno a sé, ma si determina anche la propria situazione dell’anima: se si fa del bene, anche l’anima ne riceve un giovamento, se si fa del male, anche l’anima e il destino dell’anima ricevono qualcosa di male. In questa visione del mondo si parla anche di “rinascita”. Il percorso etico della propria vita determina lo stato della sua rinascita. Se nella sua vita si sono praticato i vizi, la rinascita sarà segnata dai vizi praticati, abbassata rispetto a prima. Se invece nella vita ci si è preoccupato di fare il bene, si rinascerà elevati, la vita sarà diversa dalla precedente. Attraverso le nascite successive uno tende alla liberazione, al “Nirvana“. Esso è la congiunzione di sé con l’infinito, un assorbimento nella totalità, dove si perde anche l’identità personale. Questa è la liberazione finale. Il concetto di libertà in questa religione ermetica è molto forte; non esiste redenzione; è l’uomo che, impegnandosi con le sue virtù o i suoi vizi, diventa quello che é. Si rinasce come una formica, come un re, come un sapiente a seconda dell’esistenze precedente. In questa visione la libertà ha un grande peso, ma non ha un grande effetto. La condizione dell’uomo non è mai tale per cui si possa raggiungere la perfezione, nessuno la raggiunge.
La religione cristiana afferma che l’uomo è peccatore, nessuno è perfetto, nessuno può presentarsi a Dio dicendo che ha fatto tutto quello che poteva fare; l’uomo è salvo per grazia. Nella visione cristiana c’è una libertà sostenuta, incoraggiata, accompagnata dalla grazia. La grazia è Cristo che ha dato sé stesso per noi. C’è un Redentore. I cristiani fanno corpo unico con Lui, capo con noi, Chiesa, che siamo sue membra.
Nell’Islām ci sono concezioni diverse. Ci sono tutti i predicati di Dio, amore, giustizia, ecc… che costituiscono le fondamenta della religione islamica, la quale, però, si rivolge all’uomo e lo invita a prendere coscienza di un’azione creatrice di Dio che è creazione continua. Tutto ciò che esiste dipende solo da Dio, fino al punto che, in una certa interpretazione dell’islamismo, si arriva a una specie determinismo totale. Se tutto dipende da Dio, anche le azioni degli uomini, è Lui che le compie, che le determina. Questa è solo un’interpretazione all’interno dell’Islām. Altre lasciano più spazio alla libertà fino al punto di garantire una libertà dell’uomo di fronte al volere di Dio. Dio indica all’uomo quello che deve fare; sta alla libertà dell’uomo poi la decisione. Nell’islamismo c’è tensione di determinismo assoluto e possibilità di libertà lasciata ai singoli individui. Non essendoci nell’Islām un magistero assoluto, tutto è possibile. Però la versione più vulgata, popolare è la prima: tutto quello che accade, è solo volere di Dio. Questo ha creato la differenza tra l’oriente islamico e l’occidente. L’Islām si è fermato a questa concezione medioevale e non ha compiuto il passo dell’umanesimo, dell’età moderna, dell’appello alla relativa dipendenza dell’essere umano; ciò che nel Medio Evo si chiamava “causa seconda” ove la “causa prima” era Dio. Nell’Islām le cose al riguardo sono complesse e sfumate.
Sul versante del cristianesimo, noi stessi abbiamo sperimentato qualcosa come il determinismo, soprattutto nel calvinismo rigoroso che parlava di “predestinazione” per la salvezza o la dannazione. Anche nel cristianesimo è entrato qualcosa di questo, che ha avuto il massimo successo con il Sinodo di Dordrecht (1618-9) quando il calvinismo intransigente ha avuto successo, ma poi è stato sconfitto dallo sviluppo successivo, che è una forma di laicismo, con la corrente opposta che è l’arminianesimo.