Modernità e libertà

dott. Eugenio Zucchetti      Vergiate        Mercoledì 21/11/2007

 

Cercherò di fare qualche riflessione che aiuti a cogliere che cosa significa esercitare la libertà nel contesto odierno. Non crediamo, anzitutto, che il problema libertà riguardi gli altri. Noi siamo persone, uomini e donne, che esercitano la libertà. Qual è il problema oggi? Il problema di oggi è la ri-assunzione di una responsabilità. Non è un male avere scoperto la libertà, ma il problema più difficile è esercitare la libertà nel senso di una messa in campo della responsabilità. Chi è qui questa sera ha esercitato una responsabilità affidandosi al cammino proposto nella propria comunità, credendo ai propri preti e giocando un impegno e fatica per esercitare la responsabilità. Dietro tutto ci siamo noi con la nostra capacità di vivere la libertà con responsabilità.

Divido l’intervento in quattro parti e poi suggerirò qualche sfida da mettere all’attenzione nostra e della comunità.

  • 1. È difficile l’esercizio della libertà in una società dell’incertezza come la nostra. Al riguardo sono stati scritti anche libri. L’incertezza riguarda la dimensione strutturale e culturale; riguarda il lavoro. Difficile è oggi per i giovani inserirsi nel lavoro. Lo stesso fare famiglia è difficile; anche la famiglia normale è soggetta a tensione perché, anche in provincia, sta cambiando profondamente l’organizzazione interna. La libertà delle donne costringe a pensare se stessi in modo differente. Negli ultimi vent’anni è accaduta una rivoluzione silenziosa in Lombardia e nel nostro paese: le donne lavorano molto di più fuori di casa. E non lo fanno solo per motivi economici, anche se, certo, uno stipendio solo non basta. Gli studenti delle mie lezioni di sociologia sono all’85% ragazze. Nessuna di queste si ricorda che la casalinga è un segmento di una popolazione non attiva perché così al momento queste casalinghe pensano di fare. Mia figlia di 15 anni ha detto: «Io avrò la colf». Ho risposto: «Bisognerà vedere poi se avrai il denaro per pagare la colf; intanto alzati ed aiuta la mamma a sparecchiare». A 15 anni non pensa nemmeno lontanamente che possa fare la casalinga. La libertà dell’uomo e della donna cambia. Bisognerebbe mettere a tema quest’argomento in futuro e chiedersi chi fa che cosa nella società. Chiedersi come si debba dividere il lavoro e la cura delle persone non autosufficienti e il lavoro domestico nella società. Non è un problema economico, ma culturale. Come dividersi il lavoro tra uomo e donna nella società? Sta cambiando il lavoro, ma anche la famiglia in questa società dell’incertezza, supermercato delle idee, delle religioni, dei valori. Qui si gioca la nostra libertà. È certamente più difficile costruire in modo lineare la nostra identità, non solo per gli adolescenti, ma anche per gli adulti. La nostra vita assomiglia sempre di più a una serie di pozzanghere, non a un fiume continuo. Si vuol provare tutto, nel mettere tutte le esperienze una accanto all’altra senza preoccuparsi di un filo rosso che le unisca, di un progetto dove si possa capire. Si continua a cambiare in tutto, lavoro e famiglia. Ma c’è un filo che conduce la nostra vita? La nostra libertà è costruita su un senso logico oppure si va da una parte e dall’altra? Un’applicazione: il volontariato. Bisognerebbe che esso non fosse la straordinarietà della vita, ma che fecondi e impregni anche l’ordinarietà della vita. Si ha l’impressione che chi fa volontariato, cui bisogna togliersi tanto di cappello, contrasti sul fatto che sul lavoro ci si pesti i piedi gli uni gli altri; inoltre qual è il valore dell’uso del denaro, dei beni? Qual è l’etica del lavoro? Si ha l’impressione che anche il volontariato tendi a essere più una pozzanghera invece di un ruscello che scorra in tutta l’ordinarietà della vita. É come se la nostra libertà s’interrompesse; finito il volontariato, si continua a non emettere lo scontrino fiscale, si possiedono molto automezzi, e così via.

•2.      Il processo di individualizzazione. Non individualismo, cioè egoismo, chiusura. Il processo d’individualizzazione significa che uomini e donne contemporanee sono stati liberati dalle grandi gabbie di acciaio. Cioè liberati dalle grandi ideologie, comunismo, chiese, grandi fabbriche e organizzazioni con colletti blu e colletti bianchi, grandi partiti, grandi ideologie. Si tratta di riemersioni della soggettività. Nell’ambiente ecclesiale alcuni decenni fa c’era il regno dell’oggettività. Da ragazzino facevo il chierichetto e il mio santo parroco a dottrina faceva ripetere a memoria il catechismo di san Pio X. La Chiesa era rappresentata come una piramide con al vertice il papa, poi i vescovi, poi i preti e in fondo “voi, buona gente”. Si era al Vaticano I. Poi è riemersa positivamente la dimensione della soggettività, cioè si è riscoperto l’uomo e la donna come soggetto libero. La Chiesa, per la prima volta ha usato il termine “soggettività” nella “Centesimus annus” del 1991. C’è una soggettività liberata dalle grandi gabbie. L’uomo e la donna oggi si possono esprimere a fondo. Però, in questa situazione positiva si sono creati alcuni problemi:

  • a. L’uomo liberato si trova nudo e solo. Quando era nelle grandi chiese, si diceva all’uomo che cos’era buono e cos’era cattivo, giusto e sbagliato. Il mio vecchio parroco era chiarissimo su che cosa era bene e cosa male. Ma ora gli individui liberarti si trovano soli a decidere in questo supermercato delle idee.
  • b. L’uomo rischia di vendere la sua libertà in modo più fine che nel passato; non ci sono più le grandi gabbie, ma c’è la pubblicità che condiziona, ci sono i mass media che adagio, adagio convincono di certe cose, con il rischio che la soggettività liberata sia presa subdolamente da altri. Dobbiamo tenere allora molto più alta la soglia della criticità di occhi, orecchie, coscienza.
  • c. Conseguentemente noi individui sciolti da ogni legame, non ci sentiamo più parte di niente, di nessuna organizzazione, siamo orgogliosi della nostra soggettività, rischiamo di essere refrattari a ogni legame. Si è portati a resistere allo stabilire legami con gli altri, soprattutto ove tali legami siano definitivi e non reversibili. Si vuole tenere sempre aperta una porta. Ecco, secondo me, perché è così difficile essere prete oggi, perché è così difficile stabilizzare i legami affettivi. Il cardinal Martini aveva definito questa situazione come “folla di solitudini”: uomini orgogliosi della propria libertà tanto da non volerla legare a nessuno. L’assunzione di impegno, il legame con altri sono vincoli reali alla libertà.
  • d. Narcisismo e individualismo. Quella libertà che ha bisogno di ripiegarsi su se stessi; cultura del look, apparire, essere vestiti in un certo modo, guardarsi continuamente allo specchio. Il problema più importante di certe ragazzine per essere accettate dai propri compagni è essere vestite alla moda. Sono più preoccupate di guardare a sé che intorno a sé.

 

  • 3. Depotenziamento della valenza normativa delle istituzioni sociali (scuola, famiglia, …). Si diviene privi di regole e di modelli. Perché la famiglia è istituzione in crisi? Questa istituzione, insieme di regole che la società, meglio Dio, ha creato per regolare l’uso della sessualità e dell’educazione: la trasmissione da una generazione all’altra. La nostra società è in difficoltà perché in qualche modo la crisi delle istituzioni sociali privano il soggetto di regole e di modelli, lasciano l’uomo e la donna più nudi. Essi vivono in tensione tra il privato e il pubblico, ma manca la dimensione intermedia dell’agorà, della piazza, della comunità, dell’oratorio, della famiglia, della scuola. Oggi i giovani si aggregano, ma optano per le grandi aggregazioni, stadio, grandi concerti ove non si gioca una responsabilità oppure le piccolissime: pub, club, bar, casa, gruppi ristretti. Manca la dimensione intermedia. Ciò vale anche per gli adulti. Anche in politica si fa spettacolo e ad esso si partecipa.

In particolare la famiglia non aiuta l’esercizio della libertà; non perché non la dà, ma perché dà libertà convive senza comunicare e senza confrontarsi. Oggi abbiamo vissuto il passaggio tra famiglia istituzione, che dà modelli e regole, a famiglia affettiva. I genitori oggi vogliono bene ai figli, giocano con loro, hanno una vicinanza anche fisica, con segni di affetto; il tutto contrariamente a quanto avveniva una generazione fa. Oggi il problema è che la relazione di affetto non è più autorevole (non autoritaria). Non ci sono più due libertà diverse, di cui una è quella dell’educatore adulto, non egli è semplicemente amico dei figli. La conseguenza è, come afferma Gustavo Pietropolli Charmet, che oggi ci sono bravi ragazzi senza regole (sregolati). La frase classica di papà e mamma di oggi è: «Mi raccomando, fai il bravo!» con la sola preoccupazione di non rovinare i rapporti affettivi con essi. Si privilegiano gli aspetti emozionali, affettivi della libertà, senza confronto a ciò che è bene e ciò che è male. C’è convivenza di libertà, ognuno si ritira nella sua cameretta, con il suo computer e non si è in grado di trasmettere modelli e regole di comportamento come avveniva in passato. Manca il confronto della libertà. I ragazzi si sbaciucchiano con i genitori, ma comunicano solo con i coetanei. Le regole le prendono da un’altra parte.

 

Quattro sfide:

  1. Responsabilità. Ripartire dalla considerazione che la persona è un essere in relazione. Non è mai un soggetto che si chiude. Il confronto con gli altri costruisce la persona e non il contrario. Occorrono dialogo e responsabilità con se stessi e con gli altri. Il male non è la riscoperta della soggettività, della libertà dell’uomo, bensì la soggettività che non è responsabile. Una libertà che pretende di non dover rispondere a niente.
  2. Compassione (Cum patire). Significa la capacità di assumere su di sé il compito di prendersi cura degli altri. Ciò significa legarsi a colui di cui ci si prende cura. Oggi per l’uomo e la donna è vergognoso dipendere dagli altri. Dice Emmanuel Levinas: la radice dell’immoralità della società di oggi è la frase di Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?» Il fondamento dell’etica, ora persa, sta nel prendersi cura degli altri. Ciò non solo nel volontariato.
  3. Comunità. È la dimensione intermedia che abbiamo persa. Comunità non è comunitarismo, cioè di gruppetti ove l’uomo nudo e solo cerca qualche certezza. Il comunitarismo ha provocato anche guerre da medio evo, guerre di religione. Nel comunitarismo si riscoprono appartenenze ove si pensa di stare tranquilli. Invece si tratta di piccoli gruppi rinchiusi senza capacità di dialogo e apertura. Bisogna avere a cuore i beni collettivi. Ci sono beni indivisibili, come l’aria e l’acqua.
  4. Riduzione delle disuguaglianze. Non tutti hanno gli strumenti per essere liberi. Occorre ridurre i vincoli che impediscono l’esercizio della propria libertà. Occorre la formazione. Già don Milani affermava che la differenza tra il ricco e il povero non sta nella ricchezza economica, uno nel fatto che uno sa cento parole e l’altro diecimila. Nella scuola, chi ha alle spalle famiglie povere è meno favorito di chi ha alle spalle famiglie attrezzate.

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