Morale cristiana e etica laica – relazione

prof. don Aristide Fumagalli       Vergiate      Lunedì 04/12/2006

 

 

La domanda, espressa dal decano don Franco Gallivanone: «Come arriva alle sue scelte uno che è al di fuori della fede, oppure restringe il suo orizzonte a quello che oggi, si può definire laico. Cerchiamo di capire anche noi quali sono gli spazi giustamente definiti laici e spazi non correttamente definibili come laici. Come arriva ad agire, a fare scelte un cristiano? Come arrivare a capire ed a rafforzare la nostra originalità? Si può arrivare a scoprire che da cristiano, in alcune aree della vita, si facciano scelte da ateo e non si tiene conto degli insegnamenti del Signore.»

 

Etica laica

Il tema svolto questa sera da don Aristide è “morale cristiana ed etica laica”. Che significano i due nomi ed i due aggettivi? I due aggettivi, “laica e cristiana” si comprendono già. L’aggettivo “laico” afferma che si prescinde da ogni riferimento religioso. Invece l’aggettivo “cristiano” afferma che si fa riferimento alla religione fondata ed annunciata da Cristo. I due sostantivi “etica e morale” sono usati come sinonimi; hanno il medesimo significato. Solo il termine “etico” deriva dal greco “έθος” ed il termine “morale” dal latino “moralia”. Etica e morale è ciò che caratterizza il comportamento umano. Se si dovesse parlare con un termine un po’ magico, dovremmo usare il termine “libertà”. Ciò che caratterizza il comportamento degli uomini rispetto a tutte le altre specie viventi è il fatto che un uomo è libero perché può ragionare, scegliere. Ma non possiamo limitarci a questo.

Si cercherà di distinguere tra etica laica e morale cristiana. Che cosa specifica l’una e che cosa l’altra? Il laico è colui che agisce liberamente senza riferimento esplicito a Dio. Il cristiano dovrebbe essere colui che caratterizza le sue scelte in relazione a Dio.

Bisogna risalire alle origini della nostra cultura fino ai secoli del medioevo, prima dell’avvento dell’epoca moderna. Allora gli uomini, per sapere come comportarsi bene, per caratterizzare le loro scelte, facevano riferimento a Dio. Dio era dato per scontato e, Lui considerato, si deducevano alcune leggi, che poi erano notificate dalle autorità. Per sapere ciò che si doveva fare della propria vita si doveva partire da ciò che Dio aveva comunicato alle autorità umane che a Lui si riferiscono. Con l’avvento della modernità, tutti questi riferimenti sono andati un po’ alla volta eclissandosi. Non fermiamoci ora a descrivere il perché di questo: molti sono gli elementi che appartengono alla cultura. Ora non è più scontato per tutti che Dio esista ed abbia dato delle leggi.

Gli uomini, che hanno sempre problemi su come comportarsi, perlomeno a livello sociale, hanno cercato di riferirsi a qualcosa che non fosse Dio. Perché? Perché in nome di Dio ci si divideva. Proprio la nostra Europa ha sofferto guerre anche sanguinose di religione; tra cristiani di diverse confessioni. Oggi siamo spauriti di ciò che potrebbe capitare; però in casa nostra è avvenuto anche di peggio. Per tentare di avere un riferimento di comportamento che non fosse Dio, perché ognuno poteva avere il proprio, si è cercato di affrontare l’argomento basandosi sulla ragione umana. Cioè: «Siamo tutti uomini. Se ci comportiamo bene, possiamo scoprire insieme principi, che, se rispettati da tutti, consentono di convivere pacificamente.»

Questo sembrava essere il grande progetto dell’epoca moderna. Immanuel Kant (1724-1804) ha portato questo tentativo all’apice. Se ascoltiamo la ragione sfrondata da tanti sentimenti particolari, e da passioni, riusciamo ad individuare la vera legge morale perché essa è dentro di noi così come il cielo stellato è sopra di noi. Questo modo di procedere ha avuto i suoi effetti positivi, ma, ad un certo punto, è entrato anch’esso in crisi. Perché, con l’avvento dell’epoca contemporanea, alle soglie del 1900, lo studio dell’uomo attraverso alcune scienze che andavano scoprendosi ed evolvendosi, ha mostrato che quello che sembrava essere la voce della ragione, in realtà poteva essere la voce di qualcos’altro. Sigmund Freud (1856-1939) che ha iniziato gli studi della psicologia, ha mostrato che alcuni comportamenti non derivano da una scelta consapevole e libera come riteneva il soggetto, ma da alcuni movimenti sotterranei. In questa lettura l’uomo assomiglia ad un iceberg; ciò che si vede è solo la punta, ma il suo movimento è molto dovuto alle correnti sotterranee.

Altri personaggi, chiamati non a caso “i maestri del sospetto” hanno indotto a sospettare della ragione. Ad esempio Karl Heinrich Marx (1818-1883) ha messo in guardia sul fatto che tutte le regole della morale che sono spacciate per buone sono il sistema per cui chi ha il potere economico tiene a bada gli altri; la religione e le sue regole sono l’oppio dei popoli.

Sono accadute anche vicende dolorose che hanno messo in luce come la ragione anche più lucida può finire ad essere folle. Progetti razionali lucidissimi come quelli di un mondo migliore avanzati dal nazismo o dallo stalinismo hanno messo in guardia da una fede che ritenesse sempre solo buono l’ascolto della ragione.

È successo che l’uomo si è trovato e si trova privo di riferimenti. Nell’epoca contemporanea, ricuperando ciò che ha detto Friedrich Nietsche (1844-1900): “Dio è morto”, non solo si diffida di Dio, – Dio è tramontato – ma anche l’uomo stesso sembra non avere più riferimenti. Eclissatosi Dio, l’uomo da solo appare sopra una zattera, la zattera dell’etica; si naviga, si sta a galla, ma nessuno sembra essere in grado di indicare ciò che è bene e ciò che è male, che direzione prendere. Se qualcuno si proponesse di indicare la direzione in cui navigare, spesso, costui è definito un fondamentalista, un integralista. La morale appare finita; il problema di definire ciò che è bene e ciò che è male sarebbe dei creduloni che pensano che, compiuta un’azione, si possa salire in Paradiso oppure sprofondare all’Inferno. Ma lasciamo che costoro credano così; in realtà beati sarebbero quelli che giocano nella vita, che si divertono, che credono che ci sia qualcosa di particolarmente pesante di fronte al nostro modo di comportarci. Oggi voglio bene a questa persona, domani, forse, non più. E che cosa è bene, che cosa è male? Questo comportamento, magari citato per i giovani, più sensibili allo spirito del tempo, è diffuso. Quanto è labile il criterio del bene e del male!

Per descrivere questo uomo senza riferimenti del bene e del male, per cercare di caratterizzare il suo comportamento dovremmo usare la metafora del “turista”. L’uomo contemporaneo è come il turista: gira il mondo sapendo che non prenderà dimora da nessuna parte. Sperimenta un po’ tutto, ma è extra territoriale, è libero di andare dove vuole. In realtà il turista un vincolo ce l’ha ed è quello del portafogli. Oggi sembrerebbe che quello che si può o non si può fare dipende dal potere economico che si ha a disposizione. “Se puoi comperare una cosa, perché te lo debbano vietare? Se tu puoi comperare anche un comportamento, se tu puoi comperare anche il corpo di una persona e lei lo vende, perché questo dovrebbe essere male? In fondo, ciascuno dei due rispetta un contratto.”

La metafora del turista spiega l’idea per cui, se tutto lo fanno, allora, qualcosa può essere fatto. Bisogna togliere il più possibile i limiti; non bisogna limitare la libertà in niente. In questa prospettiva, che può sembrare allettante: “Finalmente ci siamo scrollati di dosso tutti i pesi che ci avevano caricato per secoli. Non dobbiamo più avere la paura di far peccato.” Dobbiamo però scontrarci con la realtà. La realtà è che a qualsiasi livello, mai come oggi, sorgono problemi.

Se la libertà può fare ciò che vuole, allora, ad esempio, che cosa fare di fronte alla possibilità odierna di intervenire sul patrimonio genetico? Intervenire, cambiare, oppure no? Ecco i grandi problemi della bioetica. Possiamo produrre un uomo attraverso la fecondazione artificiale? Che cosa fare? Al riguardo le varie posizioni sono molto diverse. Sorge quindi il problema di avere delle leggi. Il paradosso della nostra cultura è proprio questo: tutto ciò che appare come legge tende ad essere espulso dalla vita e poi si invocano leggi per ripararsi da eventuali danni.

Altra grande questione è quella della convivenza sociale. Le ormai ravvicinate di etnie molto diverse fanno sì che sorga il problema di come convivervi, di stabilire a quali leggi riferirsi per giudicare il comportamento delle persone. Sulla questione soffia anche il retroterra religioso ed anche a questo riguardo sorgono problemi di come riuscire a convivere.

A fronte di questa paradossale situazione, libertà assoluta [ab soluta = sciolta da vincoli] e, per altri versi, di fronte alla necessità di avere qualche vincolo, almeno per poter sopravvive, che cosa si può fare? L’etica laica vissuta da persone “di buona volontà” che non si rassegano “al tanto peggio, tanto meglio” su che cosa fa forza? Un passaggio di Salvatore Natoli: «Se l’etica è diventare responsabili di sé, se equivale a prendere su di sé il proprio peso, allora è necessario ripiegarsi su se stessi, divenire punto di forza, non solo contro le pressioni che vengono da fuori, ma anche contro ciò che ci sconvolge dal di dentro. In un universo che non ha più riferimenti stabili, è necessario darsi stabilità.» Il punto di forza sembra essere precisamente l’uomo. Salvatore Natoli ha scritto un libro intitolato “Stare al mondo”. Per riuscire almeno a governarci, cerchiamo di diventare almeno punti di forza. La fiducia degli uomini e delle donne di diventare capaci di resistere alla violenza e ad altre forme di male non è ingenua. Questi sostenitori dell’etica laica sono consapevoli che una morale che faccia appello alle forze dell’uomo è una morale fragile: “Questo fondamento promette tutto eccetto l’armonia e la pace dello spirito”. Il fondamento della morale è incertezza senza via di scampo. L’io della morale è un io sempre tormentato dal sospetto di non essere abbastanza morale. Là dove si fa appello ad una persona di far bene, tale persona si chiede continuamente: «Ma che cosa è bene? Avrò fatto bene?» E questo è come una sorta di tormento. Per un verso ci si appella alla responsabilità dell’uomo e per l’altro verso ci si rende conto che l’uomo è fragile. È fragile, non solo nel riconoscere che i suoi propositi vanno e vengono, ma anche nel riconoscere il bene.

Questa è l’etica laica; essa fa appello alle risorse dell’uomo.

 

Morale cristiana

Per tracciare un quadro sufficientemente evocativo della morale cristiana potremmo citare l’Esodo. Es 19, 3-6 Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: «Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. Queste parole dirai agli Israeliti». Questo testo lo dobbiamo meglio comprendere alla luce di Gesù, che nel cristianesimo è quella persona che spiega quell’evento in modo luminoso, spiega qual è il rapporto tra Dio e l’uomo e come il comportamento dell’uomo “dipenda” essenzialmente da Dio.

L’agire nella libertà dell’uomo è possibile nella misura in cui c’è lo Spirito che gli consente di agire bene. Il comportamento buono dell’uomo, in prospettiva cristiana, dipende dall’agire di Dio. In prospettiva cristiana, la forza su cui si debba appoggiare l’uomo non è l’uomo stesso, ma è Dio. L’uomo non ha in sé la forza necessaria. Paolo ripropone quanto sopra nella lettera ai Romani: “Sapendo tuttavia che l’uomo non è giustificato dalle opere, ma soltanto per mezzo della fede a Cristo, abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede e non dalle opere.”

Altro riferimento è di un anglicano, Clive Staples Lewis (1898-1963), autore delle “Cronache di Narnia”: «L’idea che abbiamo tutti prima di diventare cristiani è la seguente. Noi prendiamo come punto di partenza il nostro io ordinario, con i suoi validi ideali ed interessi. Ci siamo noi. Poi ammettiamo che qualcos’altro che si chiama morale, correttezza, bene della società; avanzi delle pretese su questo io. Io vorrei fare in un certo modo, provare a vivere liberamente, però poi ascolto, ci sono delle regole, capisco che debbo comportarmi in un certo modo per aver meno danni ed allora ecco che, da una parte, le pretese interferiscono con i miei desideri.» Vorrei sposare dieci donne, però poi mi rendo conto che è meglio una sola, altrimenti ci sarebbero gelosie, però l’animo poligamo lo sento. Alcune cose che desideravo fare risultano sbagliate, dobbiamo rinunciarvi; alcune cose che desideravo non fare risultano giuste, dobbiamo farle. Ma continuiamo a sperare che, una volta soddisfatte tutte queste pretese, il povero io naturale avrà ancora qualche possibilità ed un po’ di tempo per vivere a modo suo e fare ciò che gli piace. Facciamone una caricatura: «Bene. Vado in Chiesa, osservo i comandamenti, do anche un tantino di più, ma poi, vi sono spazi della mia vita dove faccio come voglio.» Pago il prezzo per ottenere la libertà. Di fatto, assomigliamo molto a quest’uomo che paga le tasse puntualmente, ma spera che gli resti abbastanza per vivere (la morale delle tasse). Questo perché prendiamo ancora il nostro io naturale come punto di partenza. Siamo “noi” che facciamo qualcosa ordinato dall’esterno.

La via cristiana è diversa. Cristo dice: «Dammi tutto.Io non voglio un tanto del tuo tempo, del tuo denaro e del tuo lavoro. Voglio te. Non sono venuto a tormentare il tuo io naturale, imponendoti delle leggi, sono venuto ad ucciderlo. Le mezze misure non servono. Non voglio tagliare un ramo qui ed un ramo la; voglio abbattere tutto l’albero. Non voglio trapanare il dente, otturarlo, incapsularlo, ma estrarlo. Deponi tutto il tuo io, tutti i desideri. In cambio di darò un nuovo io. Ti darò in realtà me stesso. La mia volontà diventerà la tua.»

È un modo di tradurre l’insegnamento evangelico che nelle parole piane e semplici di Gesù è stato offerto con la parabola della vite e dei tralci. “Io sono la vera vite ed il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto lo toglie ed ogni tralcio che porta frutto lo pota perché porti più frutto. Senza di me non potete far nulla.”

Questa prospettiva è, per certi versi, sconcertante: se tu concedi ad un altro di entrare nella tua vita fino a questo punto e l’altro è un violento, tu dove finisci? Distrutto. Questa potrebbe essere la dichiarazione della peggiore schiavitù. Paolo, rappresentante eccellente della morale cristiana, dice: «Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me.» Quando questo rapporto di espropriazione non diventa a danno dell’uomo? Nella misura in cui colui che entra è colui che lo ama. Se è l’amante che entra, colui che sente l’amore non si sente violato ed il suo amore cresce ancora di più. Vive del legame che ha con chi lo ama.

Come è possibile che la potenza di Dio entra in un uomo, in una donna e, senza renderli schiavi, li rende liberi, cioè capaci di fare il bene senza uno sforzo che da se stessi non potrebbero produrre. A chi è dovuto che il tralcio produca? Alla vite. E d’altra parte, senza tralcio, nemmeno quel grappolo ci sarebbe. Non è eliminata la potenzialità del tralcio, però non dipende da lui realizzare il buon frutto. Il problema della morale cristiana è di sciogliere questo segreto, di capire come avviene questo contatto. I teologi moralisti studiano in particolare questa cosa.

Il card. Joseph Ratzinger scriveva: «Il problema soggiacente a tutta la morale cristiana è di capire come l’agire umano e l’agire divino collaborano.»

La differenza fondamentale tra etica laica e morale cristiana, quindi, è che nel primo caso si conta sulle energie proprie, mentre nel secondo caso si conta sulle energie che vengono oltre di noi. Volendo siglare queste differenze si potrebbe far riferimento a due testi della tradizione culturale, un testo antico di Omero ed un testo più recente, di Dante Alighieri.

Omero: «E vidi Sisifo, che pene atroci soffriva reggendo con entrambi le mani un masso immenso. Costui, piantando le mani e i piedi, spingeva su un colle la pietra: ma appena stava per varcarne la cresta, ecco la Violenza travolgerlo; e rotolava al piano di nuovo la pietra impudente. Ed egli tenendosi, spingeva di nuovo: dalle membra gli colava il sudore, dal suo capo si levava la polvere.» È un’immagine un po’ forte per descrivere i tentativi umani per guadagnare un grado di moralità sufficientemente elevata vengono spesso poi travolti.

Dante; il sogno, che poi diventa realtà, per cui Dante, appena uscito dall’inferno, viene portato su: La Divina Commedia, IX, 19-21.28-30. In parafrasi: «A me sembrava di vedere in sogno un’aquila dalle penne d’oro librata in cielo, con le ali aperte e intenta a scendere; [...] Poi mi sembrava che, dopo aver volteggiato un po’, discendesse terribile come una folgore e mi rapisse su in alto alla sfera del fuoco». L’immagine è della grazia, che consente all’uomo di raggiungere quel grado di moralità sufficientemente elevato. Non perché lui è in grado di innalzarsi, ma perché qualcun altro lo solleva. Questo testo riprende l’immagine dell’Esodo: «Portato su ali d’aquila» e poi, sul Sinai, viene stipulata l’alleanza e dati i comandamenti. È come se il Signore dicesse: «Ti porto a questa potenzialità di fare il bene.»

Questa differenza, confidare in se stessi oppure confidare in Dio, in Gesù, non divide gli uomini e le donne in due quartieri, ma la linea passa attraverso i medesimi soggetti. Il concetto è espresso in Luca ove si racconta della pesca miracolosa. Ci sono i pescatori stanchi sulla spiaggia dopo una notte infruttuosa, tra cui Pietro. Egli assomiglia all’uomo post moderno che fa tanta fatica per far andare le cose per il meglio, ma poi si ritrova sconsolato, sull’orlo della depressione. Pietro, all’inizio risponde in questi termini, “ho faticato tutta la notte e non ho preso nulla.” Meglio è lasciar perdere il tentativo di formare un mondo migliore; al massimo possiamo lasciar stare ed evitare almeno in una forma di depressione totale. Lo stesso Pietro poi permette alla parola del Signore di raggiungere la sua vita: «Prendete il largo e calate le reti dalla parte destra.» Giovanni Paolo II ha usato queste parole, “prendi il largo” per rilanciare la Chiesa all’inizio del terzo millennio. Pietro acconsente ed accetta di fondare il suo agire di quel giorno sulla Parola del Signore invece che sulle proprie forze ed ottiene un risultati inimmaginabile. Ogni persona può sperimentare la stessa cosa. Morale cristiana ed etica laica non dividono le persone in due gruppi, ma attraversano per ciascuno di noi il proprio cuore.

La Chiesa sta cercando di presentare la morale cristiana non più come una serie di regole da seguire, ma come una potenzialità che viene offerta.

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