DIO, L’UOMO E IL DOLORE
Dott. Prof. Don Pierantonio Tremolada Vergiate Lunedì 21/11/2005
Pane sono diventate per me le mie lacrime, giorno e notte, quando dicono a me tutto il giorno: «Dov’è il tuo Dio?» Sl 42,4
Premetto che non ho nessuna pretesa di dare risposte a domande così importanti, che riguardano il dolore e la sofferenza, l’azione di Dio in confronto con il male del mondo. Però è preziosa l’occasione offerta di metterci in ascolto sulla Parola di Dio e di interrogarla su questioni cruciali e molto delicate. Questa è una proposta di riflessione che ha soltanto l’intenzione di offrire un contributo alla ricerca cui siamo chiamati a compiere nella linea di una risposta a queste grandi domande che cerchiamo di fare a partire dalla Parola di Dio e non soltanto dai nostri ragionamenti.
Il tema sopra citato con il salmo 42, versetto 4 è simile al passo del salmo 44, 24 che dice: «Svegliati, perché dormi Signore? Destati, non ci respingere per sempre. Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione?» La domanda riguarda la sofferenza e dalla sofferenza sorge la preghiera. Forme di sofferenza:
- 1. La prima forma della sofferenza può essere motivata dal male ricevuto a causa della prepotenza degli altri, dell’ingiustizia, della malizia, della corruzione. Il salmo 73, 8-9 parla del comportamento degli empi: «Scherniscono, parlano con malizia, minacciano dall’alto con prepotenza. Levano la loro bocca fino al cielo e la loro lingua percorre la terra.» Colpiscono con la lingua, con le loro parole; sono prepotenti, sono pieni di malizia, minacciano, sono arroganti. Poi dicono: «Come può saperlo Dio? C’è forse conoscenza nell’Altissimo? Ecco questi sono gli empi: sempre tranquilli, ammassano ricchezze» (Sl 73, 11-12). Chi mai ci può convincere che Dio vede tutto questo? Questa è la prima esperienza della sofferenza del male che altri, ingiusti, corrotti, pieni di malizia ci fanno.
- 2. La seconda forma della sofferenza, che poi si trasforma in preghiera, in un grido al Signore, è l’esperienza della malattia. Il salmo 102, 4-6 racconta bene l’esperienza dell’uomo che a metà della sua vita, improvvisamente, si ammala gravemente: «Si dissolvono in fumo i miei giorni e come brace ardono le mie ossa. Il mio cuore abbattuto come erba inaridisce, dimentico di mangiare il mio pane. Per il lungo mio gemere la mia pelle aderisce alle mie ossa.» Qui Dio è chiamato in causa e ci s’interroga sul perché di tutto questo, con la paura che la vita s’interrompa mentre è ancora a metà del suo corso.
- 3. La terza forma della sofferenza, sempre su questa via, potremmo trarla dal libro di Giobbe, capitolo primo. Quest’uomo, che potrebbe essere considerato fortunato e poi, improvvisamente, perde tutto per una serie di disgrazie, che possono essere di vario genere. Qui si parla della famiglia di Giobbe che fu distrutta perché i suoi figli, che stavano facendo una cena, sono stati investiti da un vento improvviso, da un uragano; la loro casa è crollata e tutti sono rimasti uccisi. Con una serie di disgrazie Giobbe fu portato a perdere tutto ciò che aveva: bestiame, averi. In questa forma potremmo mettere i cataclismi naturali, maremoti, terremoti, incidenti. Anche le malattie sono disgrazie, ma esse sono di forma ricorrente. È difficile immaginare di poter sfuggire all’esperienza della malattia, della vecchiaia che è una sorta di malattia diffusa. Mentre per quanto riguarda le disgrazie si può solo sperare che non capitino.
Che cosa dire di questo male che provoca sofferenze in modo così diverse? Perché l’uomo soffre e come possiamo affermare l’esistenza di Dio a fronte di un’esperienza come questa? Non siamo noi i primi a porci tale domanda. La letteratura ed i testi delle grandi civiltà riportano i tentativi di risposta a questa domanda. Tra coloro che si sono interrogati sulla ragione ultima che porta la sofferenza agli uomini ci sono anche i sapienti di Israele. I primi undici capitoli della Genesi sono stati scritti proprio come risposta a questa domanda. Essi sono stati scritti a partire dall’esperienza del vivere umano, di cui la sofferenza è parte integrante. Questi discendenti di Abramo si sono interrogati sul perché delle malattie, delle disgrazie, degli handicap, dei cataclismi naturali, dei crimini, ingiustizie, corruzioni con cui è costellata la storia dell’umanità. Che risposta hanno dato? La troviamo nei primi undici capitoli del libro della Genesi.
L’interrogativo sul male del mondo e la sofferenza umana potrebbe essere precisato in un altro modo: «Il mondo come noi lo conosciamo e di cui facciamo esperienza è davvero il mondo che Dio ha voluto? Il mondo che Dio ha pensato, desiderato per l’umanità è questo che noi conosciamo e che l’uomo ha sempre conosciuto da quando esiste?» La risposta è No. La bellezza degli undici primi capitoli, specialmente i primi due, è questa. Il mondo uscito dalle mani di Dio appare tutt’altra cosa rispetto al mondo attuale.
Nel primo capitolo della Genesi si parla della creazione del mondo. Non dobbiamo prendere il testo come una descrizione dettagliata dell’origine del mondo. Il linguaggio usato è sapienziale, è pieno di immagini, è da interpretare. La creazione avviene in sette giorni, nel sesto Dio crea l’uomo e nel settimo si riposa. Prima dell’uomo Dio, attraverso la parola, crea il mondo, che noi chiamiamo, cosmo, natura, creato. Ciò che Dio ha fatto esistere e che tuttora permane tale è ciò che noi sperimentiamo: giorno e notte, che non è un fatto scontato e che noi oggi possiamo spiegarci bene con la geografia; le stagioni, che si succedono sempre, pure non scontate e che noi oggi ci spieghiamo bene; il cielo e la terra (Dio separò le acque dalla terra, le acque sopra il firmamento da quelle sotto il firmamento – dal cielo si riceve l’acqua-); la vegetazione, i frutti per nutrire uomini e animali; gli animali (per far compagnia agli uomini, al di là di ogni teoria evoluzionistica) che popolano il mondo nei suoi tre luoghi, acque, terra, cieli. La scrittura ci dice che ciò ha una sua logica. Tutto questo si presenta come ordinato.
Dopo aver preparato l’ambiente per l’uomo e per cui nel primo libro della Genesi troviamo il ritornello: «E Dio vide che tutto ciò era buono». Buono il fatto che esita il giorno e la notte, che ci sia il cielo e la terra, le stagioni, terra e mare, vegetazioni, animali. Quindi il male non c’è.
Gen 1, 26-30, Dio disse: «Facciamo l’uomo» perché il soggetto per cui tutto ciò possa essere consegnato in dono possa esistere. «A immagine di Dio lo creò». In che cosa consiste quest’immagine? In che cosa l’uomo assomiglia a Dio?
- L’uomo assomiglia a Dio perché l’uomo è maschio e femmina; cioè è creato nella distinzione per la comunione; è capace di amare. Come Dio.
- Fecondità; è capace di dare la vita. Come Dio. Da allora Dio fa esistere l’uomo solo attraverso la generazione.
- Riceve autorità e responsabilità nel confronto del mondo, in particolare sugli animali: «dominate sugli animali», non nel senso di esserne padroni, ma di prendersi responsabilità, autorità sugli animali. Le piante ed i frutti sono dati in cibo agli uomini ed agli animali.
Questo è il quadro di un uomo che vive in armonia nel mondo. «Dio vide che quanto aveva fatto era cosa molto buona». Quando arriva l’uomo il cerchio si chiude e la realtà diventa perfetta.
Nel secondo capitolo della Genesi si parla ancora della creazione, ma in altro modo. La faccenda della costola, del giardino con ogni sorta di alberi graditi alla vista, belli da vedere e buoni da mangiare. In questo giardino l’uomo è collocato perché lo coltivi e lo custodisca.
Poi, quasi meditando tra sé – «non è bene che l’uomo sia solo» – il Signore Dio vuole fargli un aiuto che gli sia simile. Per strapparlo dalla sua solitudine il Signore Dio gli presenta tutti gli animali e l’uomo dà il nome a loro, cioè esercita un’autorità su loro. L’esistenza degli animali è motivo di gioia per l’uomo che li domina. Indi la donna viene plasmata, non viene creata a sua volta, mentre l’uomo dorme; l’inizio della vita della donna è un segreto per l’uomo. La donna è un dono fatto all’uomo e viceversa. La donna viene tratta da una costola dell’uomo; perché da una costola? Perché la costola è vicina al cuore.
Donna e uomo nel giardino circondati dagli animali. Che ne ricaviamo? Un senso di armonia. Dio non può che volere questo per l’uomo. Se Dio fa esistere qualcosa, non può che farlo esistere con le caratteristiche della perfezione, della bellezza e della bontà. Unità nell’uomo, tra l’uomo ed il cosmo è ciò che contraddistingue l’opera di Dio.
Tutto ciò che oggi sperimentiamo è così? Sì e no. Non è vero che notte e giorno non ci siano più, che la vegetazione non sia bella, che i frutti, gli animali non ci siano più, che guardare la natura non ci affascini. Tutto questo che è attorno a noi è cosa buona. Ma non possiamo dire che tutto ciò che è attorno a noi sia cosa buona. Ecco allora Genesi 3. Il capitolo del “peccato originale”. Si racconta la decisione prima della donna e poi dell’uomo di disubbidire all’ordine di Dio. Perché lo si fa? Perché si è tentati? In che modo? La ragione ultima per cui l’uomo e la donna disubbidiscono è quella del sospetto nei confronti di Dio. Il sospetto che Dio non li ami veramente, che Dio li abbia creati per tenerli sottomessi, per farne dei servi. Che Dio non intenda per niente permettere loro di condividere la sua stessa divinità, di essere come lui. “La ragione per cui Lui ha comandato di non mangiare di quell’albero è esattamente perché non vuole che voi siate come Lui, perché non vi ama”. “Allora, se Dio non vuole questo, ce lo prendiamo da noi”. Ma facendo questo dimostro che non mi fido di Lui e che quindi da me stesso mi procuro il segreto della mia vita; non lascio che sia Lui a donarmelo; non mi fido.
Il frutto che non si poteva mangiare era quello della conoscenza del bene e del male. L’uomo deve lasciarsi istruire da Dio sul bene e sul male e fidarsi che il segreto ultimo della vita lo possegga Dio. Rifiutando tutto questo l’uomo decide di auto-determinarsi a prescindere da Dio e sospettando di Lui. Quali sono le conseguenze? Secondo la scrittura la situazione che stiamo vivendo è legata a questa sorta di decisione originaria dell’uomo, dell’umanità che non si è fidata di Dio. Facendo così è come se avesse negato la vita ed è precipitata in una sorta di sconvolgimento che non ha distrutto totalmente la realtà umana e l’esperienza del suo esistere, ma che l’ha ferita dandole una sorte di confusione generale che ha sostituito l’armonia originaria.
Il testo dice questo in modo molto interessante ed illuminante: «Si aprirono loro gli occhi». Ciò a ricordare che l’armonia di cui si parla nei primi due capitoli della Genesi è anche l’armonia tra l’uomo e la donna e quindi degli uomini tra di loro. Questa armonia è indicata attraverso il particolare della nudità. L’uomo e la donna erano nudi, ma non ne avevano alcuna vergogna. È da intendere che essi non avevano paura l’una dello sguardo dell’altro. Il legame era perfettamente armonico. Nessuno aveva alcun timore dell’altro. La nudità dice l’esposizione totale di sé, la non necessità di difesa. Dopo la colpa risalta la variata relazione interpersonale. Si comincia ad avere paura. Si apersero loro gli occhi e si accorsero di essere nudi e subito si coprirono, cioè incominciarono a temersi, non si sentirono più sicuri dello sguardo reciproco.
Anche la situazione degli animali venne compromessa. Il Signore dice al serpente: «Maledetti sii tu più di tutte il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche» (Gen 3,14). Ciò significa che anche le altre bestie sono maledette, ma lui di più. Maledetto in che senso? Che il Signore Dio è stato costretto a prendere atto di ciò che la colpa ha provocato. Da Dio non proviene che la benedizione; chi ha sospettato di Lui ed ha agito contro di Lui incontra un’altra realtà che si chiama maledizione; essa è un’esperienza della vita non più vera e che porta in sé qualcosa non più secondo Dio. Il serpente è l’esempio più eloquente di che cosa è accaduto nella natura a causa della colpa originaria. Il modo di vivere degli stessi animali ha perso l’armonia e la bellezza che li caratterizzavano al principio. Il serpente deve strisciare e mangiare la polvere. Perché alcuni animali sono feroci? Perché alcuni animali attaccano l’uomo e lo uccidono? Vedo qui dentro la bellezza del creato? Perché gli animali si mangiano tra di loro? Questa è una specie di necessità; se il leone non sbrana l’antilope, lui ed i suoi leoncini non possono vivere. È logico che per far vivere un animale un altro debba morire? Questo appare proveniente da Dio? Come appare proveniente da Dio che queste bestie feroci uccidano l’uomo? Ciò non può venire da Dio, con buona pace di tutti gli ambientalisti. Questa legge, fondamentalmente di morte, è inscritta nella natura di questi animali. Anche se l’atteggiamento complessivo non è quello di distruggere completamente la bellezza del creato.
Che cosa dice Dio alla donna? «Moltiplicherò i tuoi dolore le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso il marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà». Dio aveva detto: «Crescete e moltiplicatevi» ma ora questo evento più bello in assoluto avviene nel dolore della propria madre. Ciò non può essere secondo Dio.
Inoltre è sempre buono il rapporto tra l’uomo e la donna? C’è sempre l’armonia iniziale? È con estrema tristezza che Dio prende atto che è stato compromesso qualcosa di fondamentale nella relazione tra Lui ed il mondo e tra i vari soggetti che lo compongono, tra i figli e la madre ove c’è il dolore, tra l’uomo e la donna verso cui si volgerà il suo istinto che entra nella relazione; istinto che si deve controllare per evitare di esserne travolti. Ma l’uomo la dominerà. Ciò allude ad una sorta di contaminazione, del male che causa dolore dentro la coppia, dentro le famiglie. Le relazioni sono ferite. Tutto ciò non viene da Dio.
All’uomo Dio dice: «Poiché tu hai fatto questo, maledetto sia il suolo per causa tua!» Oramai la situazione sarà questa. «Con dolore ne trarrai cibo per tutti i giorni della tua vita». È saltato il rapporto che c’era all’inizio. «Spine e cardi produrrà per te.» Qui c’è l’allusione di tutti gli eventi che la terra, che sarà nemica, produrrà in quanto tale. Dovrai combattere con la terra per avere di che nutrirti. Esempio, la desertificazione; esempio la morte, i cataclismi. Non dobbiamo affermare che è Dio che vuole queste cose, andremmo contro a quanto la scrittura afferma. Ancora: «Finché tornerai alla terra.» Andrai a finire in niente con la distruzione del tuo corpo; ma anche il corpo degli animali, che è molto debole, esposto alle malattie, alla vecchiaia.
L’armonia del mondo non è totalmente distrutta, ma compromessa. Qual è la risposta di Dio a questa situazione? In realtà la speranza di un mondo armonico non è persa. Dio non ha scaricato il mondo e l’uomo dopo il frutto della libera decisione dell’uomo. Il fatto stesso che il mondo sussista ancora sta a significare che Dio non si è ritirato.
In Genesi, 3 si dice che Dio si è fatto carico di questo mondo ferito, della situazione dell’uomo, nonostante la sua decisione contro di lui, non lo ha abbandonato.
Gen 3, 21: «Il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì.» Un gesto di valore simbolico per indicare che Dio non abbandona l’uomo e la donna allo stato in cui si trovano e si fa carico della loro situazione.
Nel capitolo quarto della Genesi appare che il male ormai dilaga attraverso il grande canale della libertà umana che continua a decidersi contro Dio e contro gli altri dando spazio alla condotta mortale del male stesso: Caino ed Abele, sono fratelli, ma uno dei due mette a morte l’altro. Ancora Lamech che con la vendetta sette volte tanto il male ricevuto, esaspera la violenza. Si incomincia ad esercitare la poligamia; tutto diventa caotico.
In Genesi 6 appare la terra come inondata dal male. La conseguenza del male che intacca tutte le relazioni è la morte, è l’autodistruzione. Il testo biblico dice ciò con il racconto del diluvio universale, catastrofe cosmica provocata dal dilagare del male che porta con sé la morte.
Dio, però, non permette che il male regni dappertutto e pone un nuovo inizio e lo fa attraverso una persona giusta attorno alla quale si ricostituisce il nucleo della creazione. Noè prende un rappresentante di ciascuna coppia perché bisogna far esistere di nuovo il mondo. Ciò indica che il male è in grado di distruggere tutto, non va sottovalutato. Tutto questo ci dice che Dio esiste e che sarà Lui ad impedire che il mondo venga annientato e gli permette di ripartire. Solo che Dio cerca qualcuno che sia giusto per fare ciò.
Dopo il diluvio succede che Dio si fa carico del mondo così come esso è; come era accaduto prima con il gesto delle tuniche di pelle. Dio accetta la decisione dell’uomo contro di Lui, ma, paradossalmente, accetta anche di farsi carico Lui delle conseguenze di questa decisione e quindi si mette a camminare con l’uomo dentro questa situazione di sconvolgimento che, ormai, include il male. Dio, in qualche maniera, prende su di sé qualcosa che non gli appartiene, che non ha mai pensato, che non ha mai voluto perché non può abbandonare l’uomo. L’accetta anche se tutto questo “lo mette in difficoltà” perché contiene il male. L’umanità non è più capace di fare solo il bene, ma fa anche il male; gli equilibri del mondo sono stati ormai pervertiti, anche se non completamente distrutti, si versa il sangue come è accaduto e come accade. Dio, che ama l’uomo, gli ha donato una libertà con la quale esso ha deciso contro di Lui, ma Dio è solidale con l’uomo e lo accompagna nella sua storia. Nel mondo scorre il sangue, anche quello degli animali. Il fatto che noi mangiamo gli animali, al di là di essere o non vegetariani, non è poi così bello in sé e così logico. È normale che sia così, ma perché non si può fare diversamente, al di là che qualcuno riesca a farlo? I limiti che ci sono non vengono da Dio. È vero il contrario, Dio paga il prezzo del male, Lui che neanche lo conosce ed il prezzo è molto alto.
Dio risponde con un’alleanza a questa situazione: «D’ora in avanti Io sarò sempre con voi» dice a Noè. Il segno di questa alleanza, secondo Genesi 9, 12-17 è l’arcobaleno. C’è un suo impegno a custodire il mondo dalla devastazione del male. Questa azione di Dio si chiama redenzione. Essa lo obbliga a pagare il prezzo del peccato, del male e quindi a soffrire. Ma questa solidarietà permette al mondo di fare l’esperienza della redenzione.
La via per percepire la solidarietà di Dio è la via della fede. La potenza della redenzione che risponde al male del mondo e degli uomini fa leva sulla fede degli uomini. Dio cerca qualcuno che crede, qualche giusto. Quando lo trova, su di lui fa leva per affrontare la realtà seria del male con tutto quello che comporta a favore dell’umanità. Tant’è vero che, dopo Noè, Dio chiama Abramo. La risposta al caos entrato nell’armonia della creazione è il cammino della fede dei giusti.
Forse ci piacerebbe che Dio, come un mago, eliminasse tutto il male; ma Dio non può farlo perché il male non viene da Lui, viene dalla libertà dell’uomo e la libertà dell’uomo è cosa seria. Dio può liberare il mondo dal male passando attraverso l’uomo e la sua libertà. L’uomo è una cosa sola con il mondo; il mondo è “il giardino dell’uomo con le sue piante ed animali, laghi, mari, montagne e fiumi” come ci ha spiegato la Genesi. Se l’umanità rifiuta Dio, il suo mondo viene compromesso, sconvolto; non viene annientato, rimane assieme alla sua enigmaticità. Si vedono le belle montagne, ma poi una slavina uccide venti persone; si vede il bel mare, ma poi lo Tsumani uccide trecentomila persone; si vedono animali meravigliosi, ma questi si sbranano tra di loro ed anche uccidono gli uomini. La natura è bella e brutta. L’uomo è bellissimo, ma qualche volta è spaventoso. C’è una sorta di confusione.
Conclusione
La risposta di Dio al male dell’uomo e del mondo è la sua solidarietà, è l’entrare in alleanza con l’uomo e condividere con lui il quotidiano insieme.
Non ci sarà una spiegazione chiara di tutto. Ci sarà un’esperienza, sapienziale e spirituale, che permetterà, in forza della tua fede, di sentire tutta la potenza di Dio che ti da vita anche quando tu stai incontrando il dolore, la sofferenza, il male nelle tre forme fondamentali: male morale, nelle ingiustizie subite, il male fisico nella malattia ed il male cosmico.
Si affrontano i mali sentendosi accompagnati dalla potenza del Creatore e del Redentore.
Dio agisce così, chiedendo di credere in Lui, di accettare tutto quello che accade, diventando giusti, fidandosi di Lui, non parlando male di Lui, non attribuendo a Lui tutto questo. Questa via scelta da Dio è una via debole, molto esposta alla critica, infatti, se Dio mi chiede di fidarmi di Lui sostenendo il peso del dolore fisico e morale, posso chiedermi: «ma che Dio è mai questo? È il Dio dell’amore?» Il male che produce il dolore dell’uomo potrebbe diventare paradossalmente una prova della non esistenza di Dio. Quel male che Dio non ha mai voluto e che ora subisce in qualche modo perché non è venuto da Lui, ora viene trasformato in un’accusa contro di Lui, perché “se c’è il male, allora Dio non esiste; se c’è il male, allora Dio è più debole del male.” Dio invece affronta quel male proprio per amore di quell’uomo che Dio ha voluto libero e che gli si è deciso contro creando questa situazione veramente confusa.
La grande nostra tentazione è quel senso di assurdo che a volte ci prende quando vediamo la realtà, quel senso di paura nel futuro con cui a volte siamo paralizzati, il senso di ribellione od addirittura il cinismo che ci indica di essere arroganti, prepotenti, forti, sottomettere tutti fin quando succede qualcosa.
Ci sono libri sapienziali che mettono in luce quell’esperienza di assurdità che prende anche l’uomo credente. L’uomo giusto che ha sempre fatto del bene, improvvisamente si trova a soffrire e si domanda: «Perché? Io non ho fatto nulla, perché Dio ha fatto così?» Giobbe è il personaggio della Bibbia che ha fatto questa esperienza. Dio lo consegna come preda agli empi. «Me ne stavo tranquillo ed Egli mi ha rovinato. Mi ha afferrato per il collo e mi ha stritolato» (Gb 16, 12). «Ha fatto di me il suo bersaglio … sappiate dunque che Dio mi ha piegato, mi ha preso in una rete, mi ha sbarrato la strada, mi ha disfatto da ogni parte e io sono stato annientato, mi ha strappato la speranza come si strappa un albero.» Sono parole di un giusto. Il credente non sottovaluta affatto l’esperienza del dolore, del male che vede nel mondo. I credenti non sono persone che non si interrogano e che non pensano troppo. Assolutamente no. Gb 19,21-22: «Pietà di me, almeno voi miei amici perché la mano di Dio mi ha percosso! Perché vi accanite contro di me, come Dio, e non siete mai sazi della mia carne?» Poi Dio dirà: «Giobbe, il mio servo ha parlato bene.»
Questo è il dramma del male; perché Dio sa bene che la sua posizione risulta debole. Ma, proprio perché ama l’uomo, Dio, in un certo senso, si fa quasi umiliare; non può presentarsi come colui che risolve tutto in quattro e quattr’otto. Deve invece entrare nel travaglio di un’esistenza nella quale le regole non sono così chiare. Non c’è armonia, a volte c’è illogicità che può rasentare l’assurdo.
Essere giusto non significa capire bene tutto e voler bene a Dio. A volte significa non capire nulla, ribellarsi interiormente, eppure credere e rimanere saldi nel Signore Dio che ha fatto alleanza con noi, che è grande nell’amore, senza avere la pretesa di spiegare tutto. Il libro di Giobbe termina proprio così. Il Signore Dio si rivela a Giobbe e dice: «Ma tu sai spiegare quello che accade nella creazione? Sai tu perché gli oceani si fermano lungo le coste e non travolgono tutto?» Con interrogativi sul cosmo il Signore chiede a Giobbe come può lui pretendere di avere la chiavi della provvidenza di Dio, il suo modo di far fronte al male del mondo, di far fronte a quella libertà infinita con cui gli uomini a volte decidono contro di Lui. Come fa il Signore Dio a conservare il mondo di fronte a tante decisioni che vanno verso la morte? Come fa il Signore a custodire questi equilibri ed a ricercare qualche giusto che accetti anche la sofferenza per il bene dell’umanità? Detta così la realtà è un po’ troppo semplificata, ma siamo di fronte ad una realtà che ci oltrepassa, di una realtà d’amore che si è fatta solidale con il peccato del mondo e che cerca continuamente di ricavare il bene dal male.
La risposta al male dell’uomo e del mondo, secondo la scrittura, non avrà mai l’aspetto di una spiegazione. La risposta al dolore che deriva dal male è un’esperienza spirituale. Il soggetto che può essere in grado di rispondere a questa domanda è di chi fa continuamente esperienza della sapienza. Non è una chiarificazione intellettuale, ma un sentire interiormente tutto questo che a volte può sembrare assurdo, ma che, in realtà, ha un senso. Non perché lo possiamo spiegare, ma perché noi crediamo in quella bontà ultima ed in quella potenza di salvezza di Dio che è creatore e redentore. La risposta la si trova accettando di fare l’esperienza del dolore, credendo che in questa stessa esperienza vi sia un germe di vita e che non vi sia soltanto morte.
Noi possiamo fare l’esperienza della morte in due modi secondo la Bibbia:
- Morendo, cessando la nostra vita.
- Rimanendo in vita, ma sentendoci morire. Quando una persona si ammala ed è disperata e sola, si sente morire. Quando una persona viene calunniata ed il suo nome viene infangato, la sua dignità è compromessa, si sente morire. In questo caso la morte non è la fine dell’esistenza, ma l’annientamento della persona. Abbiamo paura di morire fisicamente per timore di essere annientati.
La risposta a questi casi viene da Dio, non come spiegazione, ma con sentire profondo che consente nel primo caso di dire che questi fratelli, queste sorelle che sono morti non sono stati annientati perché la loro vita è nelle mani di Dio, perché non è vero che la vita finisce con quella che noi chiamiamo morte. C’è una speranza capace di dare senso anche al morire. Il dolore che porta alla morte, il lutto, si colloca dentro un quadro di speranza. Possiamo fare l’esperienza di qualcosa che non vorremmo mai vedere, ma senza essere disperati. Il Signore giusto porta a compimento quella vita dal momento in cui essa cessa in un sepolcro.
Il dolore di sentirsi soli, di sentirsi malati, di vedersi calunniati, di essere in una società corrotta che impedisce di vivere; tutto questo fa morire. La risposta è di nuovo la fede che mi rende giusto di fronte a Dio perché mi fido di Lui, perché mi permette di vivere questa esperienza senza disperarmi; consegno a Lui la mia vita, lasciando che sia Lui a pronunciare la parola definitiva anche nelle situazioni in cui mi vengo a trovare. Non lo rinnego; rinnovo la mia fiducia sapendo bene che tutto questo non significa che necessariamente riesco a spiegarmi tutto quello che sta succedendo. Sapendo anzi che normalmente non riuscirò a spiegarmelo e mi sembrerà assurdo e sarò tentato di ribellarmi e di dire come Giobbe: «Signore, se tu esisti, tutto questo non deve succedere; e, tuttavia, con quello che succede, mi mantengo saldo nella mia fede.» Tutto quello che sento lo dico a Dio, come ha fatto Giobbe. Il dolore innocente non lo si capisce.
Tutto questo si riferisce, nell’AT, al libro della sapienza che parla dell’immortalità. Secondo la Sapienza l’immortalità non è il mantenersi in vita nell’anima. L’immortalità è il non morire. Dio ci promette l’immortalità, nel senso che non ci fa fare l’esperienza della morte. Secondo la Scrittura quello che noi chiamiamo morire non è morire, ma passare, è addormentarsi. Il morire è un’altra cosa, è il sentirsi annientati, è il sentirsi persi, è il non sentirsi più nessuno, è il perdere improvvisamente la sensazione di essere una persona. Noi facciamo l’esperienza del sentirci persi nell’ammalarsi, nella disgrazia, nel riconoscere che qualcuno ci potrebbe fare molto del male. Questo è il morire, La promessa che il Signore ci fa è che noi, in tutte queste situazioni, non moriremo, non ci sentiremo persi, anche se nessuno di noi potrà ricevere la garanzia di essere riservati dal dolore, dal male. Nessuno sa in quale modo dovrà sperimentare ciò.