PERCHÉ TANTE LEGGI? BISOGNA OBBEDIRE A TUTTE?

Lunedì 24 marzo 2003  dott. Giuseppe Anzani, giudice al tribunale di Como

Perché tante leggi? Bisogna obbedire a tutte?

 

A noi adulti, ma specialmente ai giovani, il concetto di “legge” pesa. Se qualcuno ti chiedesse all’improvviso: «Che cos’è la legge?» Sappiamo che c’è qualcosa che non bisogna fare, che se lo fai ti danno un premio, c’è una ragnatela attorno a noi di comandi e divieti e se noi non capiamo il loro perché ci sentiamo sottomessi, soffocati, facciamo una vita da servi. Non è chi osserva tutte le leggi che è di per se, il “virtuoso”, ne chi le trasgredisce è il “vizioso”. Già Platone ci diceva che la virtù non consisteva nell’osservare le leggi.

Perché ci sono queste regole nella vita? Se invece la vita fosse un’invenzione fantastica per cui ogni nostro desiderio, necessità o capriccio potesse realizzarsi, allora noi ci sentiremmo già in Paradiso. Questa sera venendo qua ed osservando il cielo ho costatato che le costellazioni sono cambiate, non siamo più in inverno, ma in primavera. C’è una regola anche per il cielo. E Perché? Keplero, Newton hanno scoperto delle regole; ora sappiamo quando ritornerà una cometa. Perché? Perché il mondo non è un caos, il mondo è un cosmo, c’è un ordine e la cosa ci riempie di meraviglia. Nel Sole c’è un’energia, che l’uomo cerca di “rubare” con la fusione nucleare, permette la vita sulla terra. Se non ci fosse la gravità non si riuscirebbe nemmeno a bere un bicchier d’acqua. E’ una schiavitù l’avere queste regole oppure ne traiamo vantaggi?. Perché se guardiamo la volta della cappella Sistina diciamo che Michelangelo è un grande artista? Perché ha buttato manciate di colore a casaccio sul soffitto oppure perché ha seguito una regola? Era uno schiavo se seguiva la regola? Perché una fuga di Bach  suonata a regola sopra una tastiera ci riempie di piacere? Perché diciamo che la “Divina Commedia” è un capolavoro e “La vista Teresa” lo è meno? Perché c’è una regola anche per i poemi.

 

Kant, grande filosofo di fine ’700, ha detto: «Due cose mi riempiono di meraviglia: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me». La legge morale non è la stessa cosa che la legge per fare buoni accordi sulla chitarra, per fare una bella cattedrale, un bell’affresco, per costruire una navicella spaziale usando le stesse regole che sostengono le stelle; è una cosa ancor più misteriosa, che dovrebbe trasformare la vita dell’uomo in un’opera d’arte. Solo le cose che contengono una regola esprimono la bellezza della libertà. Tutto è libero, anche le cose brutte sono libere, ma la bellezza della libertà si esprime quando la libertà trova la sua regola. La libertà senza regole assomiglia ad un deserto senza piste dove non c’è semaforo, vigile, ecc… ma a che serve una tale libertà senza piste? Come si arriva senza piste all’oasi e non invece a perdersi nella sabbia? Oppure si può scegliere l’immagine di un bosco senza sentieri dove si è liberi di andare dove si vuole, ma che poi vi ci si perde. La libertà cerca una pista perché la vita ha uno scopo.

«Fate quel che volete» è una frase ambiguissima perché suppone che qualcuno possa volere; ci prende l’emozione a sentirci dire “la legge” come un ombrello minaccioso che ci protegge; abbiamo davanti quel dito alzato che ci dice: «stai attento»; la legge che impugna la frusta, la legge con un grande occhio che ti scruta e che ti impedisce il tuo segreto, è il frutto di una allucinazione devastante che non ha niente a che vedere con il concetto di ordine morale.

Occorre questa sera trovare nella legge la sua sapienza, la sua bellezza e se non la trovate, piantatela con le regole! Chi obbedisce senza sapere quel che fa è un servo; per obbedire ha esigenza di avere una motivazione che ha interiorizzato dentro di se, altrimenti si obbedisce a comandi come quelli che spingono ragazzi di vent’anni a mettersi una cinta d’esplosivo ed a farsi saltare in aria per uccidere o di marciare al passo dell’oca sui grandi boulevard. L’obbedienza alla legge ha bisogno di intendere questa sapienza. Cerchiamo la pista; è una ricerca importante, ci si gioca la vita. Chi non trova la legge morale e vive fuori pista è un poveretto. Trovare la pista è il primo problema della vita. C’è un salmo dedicato a questo: il 118 che ha un’invocazione che suona così: «Fammi conoscere la tua strada, dammi la tua legge, che io la sappia, che sia il mio nutrimento, l’ala che mi conduce» perché presso tutti i popoli della terra, la legge fondamentale, la grande legge, la “Grund Norme” viene da Dio. E’ il Dio che consegna le sue tavole. La legge che Dio dà a Mosè per ben due volte sono le grandi dieci parole. Pensiamo alla sapienza che esse contengono. Però esaminiamole, esse sono il catechismo della vita umana. Le prime tre grandi parole indicano i rapporti con la trascendenza, con l’oltre; si capisce da questo che l’uomo tiene i piedi sulla terra, ma la testa tende verso il cielo; i colori della polarità umana sono l’ocra della terra e l’azzurro del cielo.

E poi le leggi fondamentali del vivere con gli altri nelle rimanenti sette parole. Gli uomini hanno copiato questa strada fondamentale tutte le volte hanno cercato di mettere non più su pietra o su tavole di bronzo, ma su carta, la gazzetta ufficiale o la convenzione internazionale, il catalogo dei diritti umani.

Era il 10 Dicembre del 1948 quando l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) quando il mondo usciva da una guerra catastrofica, dalla guerra dell’olocausto ed i popoli della terra proclamarono solennemente “mai più guerre” al fine di prevenirle, mise sulla carta il catalogo dei diritti umani fondamentali. Questa è legge; come è positiva la legge!: 1° il diritto alla vita; 2° il diritto alla libertà. La libertà non è più stavolta una libertà caotica e grezza, ma è una libertà che si è riempita della conoscenza della sua strada e che ottiene dalla regola la sua protezione. La libertà vuol dire: «Segui la tua pista e nessuno ti potrà cacciare con la violenza e con la forza su una pista che tu non vuoi seguire». Quindi libertà di pensiero e di espressione del pensiero, la libertà di culto. Anche se vi sono diverse fedi (cristiana, mussulmana, ebraica, indù, ecc…) e la verità non può essere in tutte, resta il fatto che, si, la verità è “una”, ma le strade che portano alla verità sono le strade su cui la nostra vita si incammina in modo che nessuno può coercire. La verità non s’infligge, la verità è irresistibile se è offerta la libertà.

Quindi, libertà di vita, diritto alla vita, diritto alle libertà personali, di coscienza, di espressione di pensiero, diritto all’accesso ai beni della terra, cioè il diritto a non morire di fame: la più grande arma di distruzione di massa esistente è la fame.

 

Per capire la via, la prima pista è quella del diritto naturale. Come devo fare per sapere dov’è la strada nel deserto che conduce alla vita? Interroga la natura. Interroga dentro il tuo cuore e troverai alcune risposte, non tutte. E quando ti chiederai: «Questo, che è un essere umano, ha gli stessi diritti, sì o no?» Interrogati a fondo perché molti prima di te hanno sbagliato, hanno detto, per esempio, che i negri non hanno gli stessi diritti dei bianchi, che le donne non hanno gli stessi diritti degli uomini ed i bambini non hanno gli stessi diritti degli adulti, che gli infedeli non hanno gli stessi diritti dei fedeli; interrogati, perché la natura ti darà la risposta. E se l’interpello della natura si condensa in un unico perché: «Chi è costui? Perché è diverso? Perché è uguale?» Tu troverai la risposta. Infatti, l’identità umana si condensa in un’unica parola, nell’essere ogni uomo una persona.

Come torna attuale quella bellissima enciclica di Papa Giovanni XXIII “Pacem in terris”. Che cosa abbiamo smarrito in questi giorni, per cui mettiamo la mano sul grilletto? Abbiamo smarrito il “volto”. L’altro non è più un altro. E’ un muso giallo, uno sporco negro, un cane di infedele, un bastardo di yankee, non è più un uomo. E questo può serpeggiare anche tra noi quando uno di questi “diversi” noi li espelliamo dal campo dei diritti, senza accorgercene, senza saperlo, senza essere malvagi, perché parla un’altra lingua, perché è un pezzente, perché è un immigrato, perché è un balordo, ecc… Quindi interroga la natura; ciò che i filosofi del diritto per lungo tempo hanno chiamato il “diritto naturale”; è una scuola di pensiero che incontra nel nostro tempo feroci antagonismi da parte di quelli che sostengono invece che la legge civile non è altro che il prodotto di tensioni, di spinte e contro spinte, di forze che si combinano per cui alla fine emerge la volontà del vincitore. E’ l’argomento che usava Trasibulo nei dialoghi di Platone “il convito” quando Socrate aveva posto la domanda: «e voi che cosa dite sia il diritto?» Trasibulo risponde: «Ebbene o Socrate, io credo che il diritto sia il tornaconto del più forte».

 

Liberiamoci da quest’idea che la legge, il comando ci pesa sulle spalle; pensiamo invece che il fondamento del diritto, in primis, è la natura ed allora troveremo nel diritto naturale quella stessa bellezza delle stelle, quella stessa bellezza che trasforma in opere d’arte ciò che è secondo la regola.

Certo, la natura non regola tutto, non regola, ad esempio, la sporgenza del tetto del pollaio sul fondo del vicino, la distanza tra le  vedute, il meccanismo delle ipoteche, quante tasse bisogna pagare. La natura ci dà gli input fondamentali; è come una bussola che ti dice che il nord è di là, non ti dice dov’è Casorate Sempione che cercavo questa sera per giungere poi qua. Accanto al diritto naturale, una fonte della conoscenza delle regole è il diritto positivo. Bisogna pur stabilire se il cavallo si vende sputando sulla mano oppure bisogna andare dal notaio, o la casa, o la mucca o l’auto; bisogna ben stabilire se il testamento bisogna farlo verbalmente o per iscritto, se il matrimonio si celebra mangiando dallo stesso piatto, scambiandosi l’anello, andando davanti al sindaco, andando dal parroco, ecc…  Abbiamo bisogno di mettere a punto alcune regole che possono essere variabili. In Italia vi sono circa 160 000 leggi; nessuno al mondo sa se sono tutte in vigore oppure no perché quando arriva una nuova legge nessuno si preoccupa di cancellare l’altra. Quando una legge che sopraggiunge è contraria a quella di prima, vale quella che viene dopo. Si è calcolato che chi dedicasse tutta la sua vita a studiare tutte le leggi, ne imparerebbe il 7 o l’8%.

 

E’ fisiologico che con lo scorrere del tempo anche le leggi, civili o penali, possono cambiare. Quando è uscita la legge 78: «Chiunque esporta denaro all’estero … » era una legge severa; il minimo della pena era otto mesi; oggi tutto questo è sparito. Ci sono precetti e leggi che hanno un carattere storico. Ci sono i precetti della legge positiva destinati a dare un giusto ordine ai rapporti sociali, che altrimenti sarebbero caotici. La loro forza di essere rispettati non si posa sulla loro intrinseca razionalità, ma sulla forza che il corpo sociale che ha emesso la legge impiega per farla rispettare. Cioè, se si pone una regola di per sé non naturale ed assoluta, anche se razionale, e la gente non la rispetta, essa non ha alcun senso; esempio tipico il divieto di sosta; se la sosta fosse vietata, ma senza multa, che succederebbe? Esiste l’esigenza al riguardo che, affinché un comando sia serio, deve essere presidiato dalla forza.

I filosofi del diritto fanno due categorie del diritto:

  • Jus = Justum (diritto = ciò che è giusto) e sono le leggi naturali.
  • Jus = Jussum (diritto = ciò che è comandato).

Ci sono regole poste dalla natura e regole che sono imposte dal comando.

Allora si potrebbe pensare: «osserviamo solo le regole naturali, perché quelle imposte potrebbero anche diventare il contrario di quello che sono»; qui viene in gioco un terzo valore che spesso dimentichiamo ed è la differenza tra la libertà individuale (forza centrifuga basata sulla parola “io”); io, come essere libero, tendo a dilatarmi, a uscir fuori; ma quando lo faccio incontro altri “io”. L’altro, è un altro “io”, un altro me stesso che forse ha nel cuore e nel cervello quanto ho io, è un fratello. Per esempio se io e tu andiamo a cercare un parcheggio per la propria auto ed i casi sono due: o io frego te oppure tu freghi me; invece, se facessimo una regola per cui tu parcheggi a destra ed io a sinistra la cosa si risolverebbe. Quando l’uomo scopre la socialità quella forza centrifuga che è la libertà si contiene in una forza centripeta che la socialità crea con un baricentro che ha un nome preciso: autorità. L’autorità è una forza con cui la socialità dell’uomo ha bisogno di un baricentro. E la società, creando l’autorità, demanda all’autorità di fare le regole.

Da dove viene quest’autorità? Al riguardo i filosofi non sono univoci. C’è la teoria del contratto (Rousseau)  quando gli uomini, stanchi di tirarsi le clave in testa, hanno fatto un contratto: ciascuno di noi rinuncia ad un terzo della sua libertà e capisce che la sua libertà finisce dove comincia quella dell’altro. Chi va fuori delle regole stabilite, diventa nemico della società. Questo sistema è anche più intelligente del precedente per cui il torto fatto al privato veniva ripagato con una vendetta fatta al privato (legge del taglione): legge di Amurà: «Chi cagiona la morte venga messo a morte. Se l’architetto costruisce la casa e la casa crolla ed il padrone di casa muore, l’architetto sia messo a morte; se la casa crolla ed il figlio del padrone di casa muore, il figlio dell’architetto sia messo a morte.» Oggi però non molto cambiato: quando il giudice arresta un uomo per qualche delitto commesso, lui va in galera, però suo figlio, sua moglie, la sua azienda ne soffre; magari il figlio è additato come il figlio del “galeotto”. Quando i terroristi abbattono le torri e per reazione si va a schiacciare un formicaio di gente che magari avrà anche un tiranno sulla testa, tutti questi sono ancora figli dell’architetto. Oppure in alcuni paesi dell’Islam con la shari’a, quando uno uccide il figlio di un altro, viene dato in mano il pugnale al padre della vittima e se lui non lo perdona tre volte, l’altro viene ucciso in faccia a tutti, allo stadio.

Noi diciamo invece che la vendetta per chi ha infranto una legge sociale, è una vendetta sociale; c’è un processo, un giudice, non è la vittima che giudica; questo affinamento della regola della socialità espropria un poco la rozza libertà primitiva; non sopprime la vendetta, ma la consegna nelle mani dell’autorità con il vantaggio che il debole, lasciato allo schema caotico di una società, le prenderebbe sempre in testa quando il prepotente lo opprime, ora si rivolge all’autorità. LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI. Oggi non viene don Rodrigo con i suoi bravi a dire: «Questo matrimonio non s’ha da fare». La conquista civile della legge positiva presidiata dall’autorità è quello che noi chiamiamo il “diritto positivo”.

 

L’illegalità, la tendenza a violare la legge è ancora una forza centrifuga che sganghera la socialità e quindi è un male sociale; vedere “tangentopoli” quando abbiamo scoperto che era un male diffuso e chi faceva le leggi violavano tranquillamente le leggi che facevano; poi abbiamo scoperto che non solo i legislatori, ma anche molti altri agivano così pressappoco. Se non siamo ipocriti, o cancelliamo queste leggi, oppure le osserviamo. Si dà quest’assioma: «Quando la disobbedienza ad una legge civile, anche se non naturale, cogente, è stata una scelta fatta dalla società, la disobbedienza alla legge civile è un male sociale».

 

Obiezione: ci mi garantisce che le leggi non naturali non siano una gran fesseria, quale garanzia ho che in esse vi sia il buon grano e non la gramigna? Che facciano veramente l’interesse mio e della società e non siano invece leggi fatte apposta per alcuni potenti? Qui la risposta non c’è perché l’assoluta garanzia non l’abbiamo. Quando si fanno leggi positive è così; alcuni antichi le facevano fare a stranieri od alcuni sindaci oggi fanno fare il piano regolatore a forestieri. Oggi il sistema meno peggio si chiama democrazia. E’ un po’ la legge del numero. Come nel condominio una parte vuole una certa soluzione di riscaldamento ed un’altra parte una soluzione diversa; la regola dice che sia eseguita la volontà della maggioranza. Questa regola democratica vale per i casi che possono essere alterni, ma sempre razionalmente. La democrazia non è però una garanzia sufficiente. Ci sono alcune cose che appartengono alla minoranza che non si possono schiacciare (le minoranze linguistiche non possono essere costrette a dimenticare la propria lingua o le minoranze religiose a rinnegare la propria fede; come, in effetti, è accaduto).

Diceva sempre Platone, la democrazia è, fra tutte le forme cattive di governo, la migliore (e tra tutte le buone forme di governo la peggiore).

 

Ci sono però momenti in cui, in nome dell’uomo, in nome della coscienza morale che tanto stupiva Kant come il cielo stellato, si può, anzi, si deve disobbedire. Ciò vale anche nei confronti dei genitori: se il padre o la madre ti comanda, perché hai avuto il torto di nascere in una famiglia mafiosa, di ammazzare il rivale dell’altra famiglia mafiosa, «caro padre o madre, io l’assassino non lo faccio». E se la legge ti chiede di vestire una divisa, imbracciare un fucile ed a comando di sparare in mezzo alla fronte di un altro ragazzo come te, che ha la tua stessa paura nel cuore, perché il tuo re ha dichiarato guerra al re che sta al di là del fiume, tu dici: «io non lo ucciderò». Questo esempio è la realtà di quella che si chiama obiezione di coscienza. Negli anni ’60 c’è stato un processo a Fabrizio Fabbrini che ha cominciato questo movimento d’opinione; egli si era rifiutato di fare la visita militare perché contrario alla guerra, per ragioni di coscienza (niente a che vedere con i pacifisti attuali con le bandiere) e lui è andato a finire in galera. Poi un po’ alla volta l’unione europea ha capito che, quando vi sono ragioni di coscienza radicate, anche la legge civile non ha il potere di entrare così a fondo nella libertà individuale altrimenti perisce il principio del diritto naturale che è la libertà. Violentare una coscienza è più tremendo che violentare un corpo. Nel 1972 c’è stata la legge dell’obiezione di coscienza con il servizio alternativo. !978: viene preteso di garantire la nostra vita garantendo l’accesso all’aborto libero, gratuito. Come la conseguenza di ciò ha devastato la vita di tante donne! Fermare una gravidanza è come fermare un treno in corsa con le mani; non ci resta sotto solo il bambino. Al riguardo anche per i medici c’è l’obiezione di coscienza, per chi non vuole eseguire l’aborto, non vuole uccidere. Per quest’ultimo caso la legge ha ammesso da subito l’obiezione di coscienza.

L’obiezione di coscienza è così entrata un po’ per volta nel sistema come un principio di valore generale, d’orientamento; prima di tutto ci sono le regole presidiate dalla coscienza. Certo non bisogna fare d’ogni erba un fascio, dichiarare che per ragioni di coscienza non posso pagare le tasse. Ci sono forme di obiezione di coscienza un po’ dilatate e striscianti su cui il giudizio va sospeso; c’è chi, ad esempio, detraeva dal versamento al fisco quella quoticina che corrispondeva alla spesa fatta per gli aborti procurati dal sistema sanitario; la relativa quota detratta veniva mandata al capo dello stato. Non si sa che fine abbiano fatto tali somme. La quota era simbolica, ma la cosa non era incoraggiante.

Ci sono situazioni in cui una legalità ipocrita ci ferisce nel cuore; ad esempio, la libertà del mercato è un principio di libertà, è secondo la natura, contro i monopoli; però un mercato dominato da un principio egoistico da pescecane per cui i piccoli vengono continuamente schiacciati, i paesi più poveri diventano sempre più poveri perché non riescono a pagare i debiti e gli interessi sui debiti porta via il loro prodotto anche perché il prezzo del loro prodotto è fatto dalle grandi compagnie internazionali. Tutto questo è falsa legalità, ipocrisia, basato su leggi anche democratiche perché sostenute da un consenso anche se non sempre cosciente. Anche in Italia nel ventennio fascista il regime era basato sul consenso; Saddam è stato votato dalla totalità della popolazione.

Per evitare questo, possiamo noi introdurre nel sistema legale una legge contro l’ipocrisia del tutto va bene, oppure una tale legge è già di per sé un disordine che già è un andare fuori legge? Pensandoci a lungo sono arrivato ad intuire che c’è una libertà di manifestare il dissenso da ciò che è astrattamente legale che non sfocia nell’illegalità. Io posso dire: «Questa legge che è stata votata dal parlamento, dalla maggioranza è nondimeno una legge infame». Questo lo posso gridare in piazza e non mi metto fuori dalla legalità perché la legge non è un feticcio, non adoro la legge. Ma nella mia azione di manifestazione del pensiero non posso spezzare le regole, non posso bruciare la pompa di benzina per aiutare i poveri, bloccare il traffico dei pendolari, altrimenti il mondo andrebbe avanti su quel conflitto per cui la regola sarebbe fatta dal vincitore, dal più forte, altrimenti con Trasibulo penserei che il diritto è il tornaconto del più forte. Non si tratta di essere forti, ma persuasivi perché la gente non è proprio così stupida in massa come pensano gli imbonitori del cervello che preparano i palinsesti televisivi

 

Se c’è un personaggio della storia che ha fatto capire qual è il punto di fuga tra l’osservanza formale della legge (il fariseo) e la tensione interiore al significato della legge è stato Gesù di Nazareth che ha fatto anche una brutta fine. Cosa ne ha dette loro – vi siete lavati le mani per andare a tavola, avete pagato la decima sulla menta – si permetteva di operare miracoli di sabato quando Mosè aveva fatto lapidare a morte due che di sabato avevano fatto qualcosa di modesto. E’ anche una figura di trasgressore. Lui che diceva di non essere venuto per togliere la legge, ma per perfezionarla; questa perfezione era una cosa tutta via di testa: «Avete udito che fu detto “non uccidere”, ma io vi dico “amate i vostri nemici”». L’articolo di questa costituzione è “amate i vostri nemici”. «Avete udito che fu detto”non commettere adulterio”, ma io vi dico che quando uno guarda una donna come fosse un oggetto di rapina (per desiderarla) è già un adultero ».

 

Io sono libero, ma che cosa me ne faccio di questa libertà se non so su quale strada devo andare, che strada devo prendere? Dio fammi conoscere la tua strada! Fammi conoscere i tuoi sentieri! Essere nella tua legge è per me più dolce che abitare nei palazzi degli sfrenati!

 

Un filosofo del diritto americano, John Fuller scrive sull’etica del diritto; distingue tra l’etica del dovere che corrisponde ai premi, ai castighi, alla frusta (con la frusta si può addestrare anche una tigre; la tigre non diventa virtuosa se salta nel cerchio di fuoco) e l’etica dell’intenzione: quando uno ha capito la regola, anche se ti giri di spalle, lui la regola la osserva. E racconta la storia di un giovane che fa la domanda: «Maestro, che cosa devo fare per avere la vita?» Risposta: «Che sta scritto? Non uccidere, non rubare, ecc…», L’altro gli dice: «L’ho sempre fatto fin da piccolo! Non c’intendiamo. I sto chiedendo dov’è la vita». Il Maestro lo guarda e gli vuole bene; gli dice: «Vendi quello che hai e vieni con me». Il “vendi quello che hai” significa staccati, esci, rompe tutti questi cordoni; la legge? Chi se ne importa più della legge! La legge è fatta per chi deve camminare e strisciare; ma non volare come un aeroplanino fuori dalle leggi di gravità. San Francesco si è liberato dai vestiti che lo imbrigavano ed e saltato su libero. Prendete tutte le leggi della terra, i 639 articoli del codice penale italiano, i 2 959 articoli del codice civile, le 160 000 leggi e tutte le leggi del mondo e mettetele tutte nel frullino e fate una sola legge fatta da una sola parola [Amare]. Se si ha interiorizzato questa legge, non c’è bisogno di andare dall’avvocato per sapere che cosa si deve fare. S’interroga dentro di sé, si invoca dentro di sé: «Dimmi o Signore dove devo dirigere i miei passi per avere la vita» e poi si è totalmente liberi ed allora la vita è vicina.

Una risposta a PERCHÉ TANTE LEGGI? BISOGNA OBBEDIRE A TUTTE?

  1. gina morosini

    bella dissertazione sull’utilità della legge

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