PREGARE COME, QUANDO …

Mercoledì 02 aprile 2003  fratel Andrea, benedettino di Vertemate

Pregare: come, quando …

Mc10, 46-52

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gerico assieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!». Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbonì, che io riabbia la vista!». E Gesù gli disse: «Và, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per strada.

 

Dal brano evidenziamo alcuni tratti che ci possono aiutare nelle nostre modalità e sui nostri tempi per come vivere la preghiera, per aumentare il desiderio d’incontrare una Persona; non per fornire tecniche per poter pregare bene, per provare momenti particolari, per provare esperienze stupefacenti; solo per avere il desiderio di aumentare una relazione, un incontro con una Persona, fatto di ascolto, di dialogo.

Questo brano racchiude la vita pubblica di Gesù prima di arrivare a Gerusalemme a conclusione della sua vita pubblica nelle terre di Israele, prima del momento centrale della sua vita. In questo brano si condensano aspetti importanti che Marco sa descrivere bene. Il brano che appena precede il nostro è il brano della richiesta di Giacomo e Giovanni con la medesima domanda che Gesù rivolge qui: «Che cosa volete che io vi faccia?». E la loro richiesta è stata di stare uno alla sua destra ed uno alla sua sinistra nel suo Regno. Gesù ha attraversato per anni la terra di Israele, ha parlato, ha compiuto gesti, si è fatto conoscere; ormai siamo alla svolta finale e questi che cosa chiedono? Di stare uno alla sua destra ed uno alla sua sinistra. Questi intuiscono che, entrando Gesù in Gerusalemme, si va alla conclusione ed intanto chiedono i posti più importanti; evidentemente non hanno capito molto di quanto Gesù ha fatto nella sua vita. Hanno l’idea, arrivando in Gerusalemme, di sedere, finalmente finire di camminare, prendere il potere. Gesù, diretto a Gerusalemme, è determinato, non ha tempo per fare altre cose; passando da Gerico, poco prima di Gerusalemme, non si ferma e prosegue, non ha tempo da perdere. Ha con se i discepoli e molta folla.

Tra i discepoli e la molta folla si individua un personaggio, Timèo, figlio di Bartimèo, cieco; sedeva lungo la strada a mendicare. L’attenzione di Gesù si focalizza su un cieco. I malati, gli indeboliti fisicamente, i ciechi, erano considerati giunti a tale situazione perché avevano compiuto un grande peccato. Il cieco veniva tagliato fuori dalla vita sociale e religiosa per questo motivo ed era costretto a chiedere l’elemosina. C’è un grande contrasto tra lui ed i due discepoli che tentavano di scegliersi i posti del potere. Però Gesù si focalizza su questo personaggio, che è l’unico personaggio nel Vangelo di Marco di cui viene detto il nome quando Gesù compie un miracolo, segno di persona importante. Il cieco non è indipendente, ha bisogno degli altri. Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».

 

Il primo aspetto fondamentale che si può evidenziare per la nostra preghiera, è che questo uomo si mette a gridare, ad invocare. Probabilmente nel nostro modo normale di pensare la preghiera, essa è soprattutto questo, dire qualcosa a Dio con parole, canti, con formule imparate. Quest’uomo rivolge la sua preghiera dopo che ha sentito che Gesù è lì vicino. La preghiera non nasce da noi, ma sempre e soltanto come risposta. La prima azione è di Dio. Noi non possiamo fare altro che replicare ad un Qualcuno che ha già rivolto a noi una parola. E noi siamo invece convinti che pregare è dire qualcosa, informare Dio di qualcosa. Il cardinal Martini ha ripetuto per ventidue anni: la nostra preghiera si può attuare solo attraverso la lectio; prima di tutto lasciamo parlare Dio in noi.

 

Forse avremmo voci riportate; abbiamo lo strumento della Parola di Dio attraverso la quale il Signore si rivolge a noi. Pensiamo alle nostre relazioni tra di noi; come faccio a capire che una persona è valida, che vale la pena coltivare una relazione con lui? La prima cosa che facciamo prima di scegliere una relazione, è lasciare che l’altra persona si manifesti. L’abbiamo vista, ascoltata e poi abbiamo deciso. Prima dimensione della preghiera: mettersi in ascolto. Che cosa bisogna fare dopo esserci messi in ascolto? Quest’uomo chiede attenzione, «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!», non distogliere lo sguardo da me. Il cieco era considerato un peccatore, uno da evitare; Gesù andava a Gerusalemme, nel cuore della vita religiosa, spirituale, politica, forse nella mentalità del tempo era considerato importante per Gesù avere attorno persone che contano e non un cieco. Uno dei dubbi che probabilmente assale la nostra preghiera è se il Signore si curerà di me, della mia piccola vita; mi ascolterà? Molti sgridavano il cieco per farlo tacere, ma lui gridava più forte. La folla intendeva zittire il cieco, uno straccione, perché non disturbasse il Maestro. Era già successo qualcosa del genere poco prima quando dei bambini si avvicinarono a Gesù ed i discepoli hanno tentato di allontanarli; Gesù invece ha intimato di lasciarli venire a Lui, il regno dei Cieli è loro. Nella preghiera non conta più la posizione sociale, la carriera, la nobiltà. Il Signore non ha problemi a relazionarsi con tutti. Nella nostra preghiera possiamo incontrare ostacoli dall’esterno. Che dice la gente? «Cosa vai a pregare? Che serve pregare? Vai in palestra, vai a giocare!» Noi ne siamo condizionati; tutti fanno così. Quest’uomo non si fa problemi, fa tacere il dubbio di essere un indegno di ascolto e ripete sempre la stessa cosa: «Abbi pietà di me!». I maestri della spirito indicano molte forme, i fidanzati si dicono molte cose, ma poi, per dire l’essenza dicono: «Ti voglio bene, ti amo». In questa espressione si condensa tutto. Non preoccupiamoci di dire tante cose a Gesù, ma quello che diciamo sia l’espressione della nostra vita e non temiamo di ripeterla. La ripetizione della nostra preghiera ci aiuta a fare piazza pulita dalle tante cose che sono nel nostro cuore. La preghiera insistente, umile, che non si spaventa della fatica, è evangelica e penetra nel cuore di Dio. Gesù, di fretta, che non si era nemmeno fermato a Gerico, si fermò proprio per il cieco. La folla che prima faceva da ostacolo, ora è mediatrice, lo invita ad andare da Gesù. Anche nella nostra preghiera occorre sentirsi amati; forse ci era sembrato che il Signore non mi avesse prima ascoltato, invece Lui mi stava cercando.

Da un ascolto prima e da una risposta dopo, da questo incrocia, c’è finalmente un dialogo. Uno di fronte all’altro, c’è una relazione e non più con la mediazione della folla.

Gesù rischia molto in questo incontro, di perdere la faccia; Gesù ha però la passione di cercare ognuno di noi senza i limiti del peccato; Il Signore non ha problemi con i nostri peccati; siamo noi che abbiamo problemi.

Gesù con il cieco non impone la sua volontà. Chiede: «Che cosa vuoi che io ti faccia?» Gesù vuole che sia Bartimèo a responsabilizzarsi, a chiedere; non ha detto : «Lo so io di che cosa hai bisogno».

E il cieco: «Rabbuni, maestro caro, che riabbia la vista». Era la cosa più importante per lui. Se il Signore mi facesse la stessa domanda, saprei rispondere con prontezza la cosa più importante per la mia vita? Oppure ho tanti desideri che non riesco ad individuare prontamente?

Gesù gli disse: «Va! La tua fede ti ha salvato». La risposta di Gesù può sembrare deludente; non lo guarisce; solo gli dice che la sua fede lo ha salvato. Gesù non vuole dare spettacolo, far aumentare ulteriormente la sua fama. Però subito, mentre Bartimèo se ne stava andando, viene guarito. Egli non viene ricattato sentendosi guarito davanti a tutti e sentendosi poi in debito di dover fare qualcosa per Gesù. Gesù non costringe mai nessuno. Quando (cap. 5°) Gesù guarì l’indemoniato e questi lo pregava di poter stare con lui, Gesù lo manda a casa sua. Però la risposta di Bartimèo che si allontana è di seguirlo.

L’esperienza di preghiera è qualcosa che si lega alla vita. E’ un aspetto da tenere presenti nella preghiera: quando pregare e come pregare.

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s