PREGARE PER CREDERE E CREDERE PER PREGARE

Mercoledì 19 marzo 2003  prof. Don Pierantonio Tremolada

Pregare per credere e credere per pregare

Mc 4, 33-41

In quel medesimo giorno, verso sera, disse loro: «Passiamo all’altra riva». E, lasciata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero:«Maestro, non t’importa che moriamo?». Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». E il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?».

Questo brano mi sembra sia, oltre che ricco di insegnamento per la fede, molto efficace per l’esperienza che qui viene raccontata. A partire dal brano, possiamo capire che cosa significhi credere.

Credere ha ancora un senso? Certo. Ma che significa credere? E’ difficile immaginare una vita senza credere. La fede viene contrapposta alla scienza, alla ragione; in realtà la fede è qualcosa che coinvolge l’intera persona, anche il suo cuore, i suoi affetti, la sua volontà.

Due brevi riflessioni che emergono dal testo. Questo brano si lega bene al salmo 62 ed anche alla preghiera di Paolo VI qui proposta (la fede che dà gioia e la fede forte).

  • L’episodio riguarda Gesù ed i suoi discepoli nella Galilea ove c’è tutt’ora il lago di Galilea o Tiberiade, nel cui territorio Gesù svolge la prima parte del suo ministero e dal cui territorio Egli chiama alcuni collaboratori che diventeranno i suoi discepoli. Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni, tutti pescatori del lago. Gesù saliva sulle loro barche per spostarsi. Qui siamo verso sera e sta diventando buio. Gesù dice di passare all’altra riva in barca. Lo presero così com’era nella loro barca. Questa è un’esperienza di fede. Credere significa sentire il Signore al proprio fianco, nel proprio ambiente dove viviamo. Gesù spesso era nella casa di Pietro. Averlo nella propria casa, averlo nella propria barca, è motivo di consolazione, sentirlo dalla propria parte; questo significa credere. Credere è sentire che la nostra vita è accompagnata continuamente dalla presenza del Signore. Questa grande promessa che Dio fa agli uomini diventa realtà nella persona di Gesù. Da sempre Dio vuole abitare in mezzo agli uomini.

Il popolo di Israele, quando viene liberato dall’Egitto, incomincia un lungo cammino nel deserto, ma mai questo popolo viene abbandonato dal Signore Dio che aveva fatto alleanza con lui. Dio è presente nel suo popolo. Dirà: «Costruitemi un santuario, che io abbia una tenda accanto alle vostre tende». Da quel momento i figli di Israele avranno sempre una tenda del convegno ove si incontra la presenza misteriosa di Dio. In questa tenda viene custodita l’arca dell’alleanza, segno della presenza di Dio, questa grande cassa dorata che sempre veniva portata da luogo in luogo con il trasferimento del popolo; in quest’arca dove c’erano le tavole della legge, un pugno di manna, i segni della bontà e fedeltà di Dio in mezzo al suo popolo. Questo segno diventerà poi straordinario quando Dio diviene Lui stesso uomo; la grandezza di tutto questo è difficile da spiegare in parole. Gv: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Mt: «Io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo». Percepire questa presenza, non sentirsi mai abbandonati, avere la convinzione che tutto quello che viviamo, non lo viviamo mai da soli, qualsiasi cosa accada, perché Dio è con noi, significa avere la fede.

  • La presenza di Gesù sulla barca è una presenza particolare, perché Gesù si addormenta. Questo lascia intravedere la confidenza che Gesù ha nei confronti dei suoi discepoli; forse ciò fa anche intravedere la sua stanchezza alla fine della giornata faticosa.

Nell’iconografia cristiana la barca significa la Chiesa; in questa Chiesa il Signore presente pare che dorma, che non si stia interessando di ciò che accade (tempesta di vento, barca piena d’acqua); i discepoli Gli chiedono appunto: «Non t’importa che moriamo?» Parole meschine nei confronti di Gesù. Come è possibile dire a Lui una cosa del genere? Questo è il secondo aspetto della fede che sta accanto all’aspetto della fede che ci fa percepire la gioia della presenza di Dio tra noi, del Cristo vivente che accompagna e riempie di consolazioni la nostra vita e le dà senso, fa sentire la bellezza di essere figli di Dio. Tutto questo succede quando si entra nella tempesta. Quando l’esperienza che si fa ci mette paura. Gesù chiede: «Non avete ancor fede?». Credere significa non avere paura, anche quando, umanamente parlando, la si dovrebbe avere perché si è in mezzo alla tempesta, perché vi sono onde alte, perché si ha davanti la morte e non si vede assolutamente come fermare tutto questo.

La fede non mancanza di ragione, non è assenza di riflessione, ma abbandono fiducioso al mistero di Dio che conosce e sa come donare agli uomini la salvezza; quel Dio che a volte deve farsi carico anche di decisioni che gli uomini prendono anche contro di Lui. E tuttavia non li abbandonerà mai.

C’è un versante della fede che mette al riparo gli uomini dalla paura;  paura che ha tante forme, paura del futuro, di non essere compresi dagli altri, della malattia, del non farcela a raggiungere gli obiettivi. Fede è sentire nel profondo del proprio cuore, grazie allo Spirito santo che agisce in noi, che abbiamo un fondamento saldo a cui appoggiarsi. La radice ebraica del verbo credere significa appunto essere saldi, essere collocati in modo stabile su un luogo sicuro, essere al riparo come in una fortezza. «Chi ascolta  queste parole e le mette in pratica», dice Gesù alla fine del discorso della montagna, cioè chi crede in quello che io sono e che io dico è come un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Credere è stare saldi sul fondamento dell’amore di Cristo. Chi ci separerà, dice san Paolo,  dall’amore di Cristo, qualunque cosa dovesse succederci? Forse la tribolazione. Il pericolo, la spada, il presente, il futuro? Niente ci separerà mai dall’amore di Cristo. Il salmo del buon Pastore (il Signore è il buon pastore, non manco di nulla) dice: “se dovessi camminare in una valle oscura non temerò alcun male perché tu sei con me; il tuo bastone, il tuo vincastro mi danno sicurezza”. Dovessi attraversare il mare (come ha fatto Israele), dovessi attraversare il fuoco (Isaia) non avrò paura perché il Signore è con me, nella mia stessa barca.

La fede si alimenta nella preghiera. Per arrivare a credere così, per arrivare a sentire la presenza amica del Signore ed esserne consolati, per a gustare “come è buono il Signore” come dice il salmo, per fare l’esperienza di “essere come un bimbo svezzato in braccio a sua madre” come recita un altro salmo. Credere significa, da una parte, sentire tutto questo, sentire di essere amati e custoditi da Colui che ci ama,  e dall’altra parte essere liberi dalle paure; affrontare la vita in modo degno, da persona matura, in grado di farsi carico delle proprie personalità. Per crescere nella fede che ci rende grandi agli occhi di Dio perché ci mantiene umili nella nostra esistenza, è importante pregare. La preghiera alimenta la fede. Ci sono preghiere particolarmente belle, nel salterio alcuni salmi particolarmente capaci di esprimere gli atteggiamenti di fede nei suoi due significati; il salmo 62 è uno di questi salmi: “solo in Dio riposa l’anima mia” ecco il primo aspetto; credere come riposarsi in Dio, trovare l’ambiente in cui ci si trova come a casa. E poi dice ancora il salmo 62: “Lui solo è mia rupe e mia salvezza, mia roccia e mia difesa; non potrò vacillare”. Questo è il secondo aspetto; credere significa stare saldi ed accolti su questa roccia; credere significa trovarsi su una rupe altissima dove nessuno può arrivare e può farci del male; credere significa fare esperienza della salvezza di Dio da ciò che potrebbe farci del male ed intaccare la gioia della nostra vita, la pace del nostro cuore nelle varie forme. Il salmo ci invita a confidare nel Signore e non nelle altre cose, come potrebbe essere la violenza di chi tende ad essere il più potente possibile o l’avere la forza di crede di chi crede di impadronirsi delle cose degli altri con la rapina. Non confidare nella ricchezza anche abbondante, non attaccare il cuore ad essa. La paura si vince con la fede e nell’amore di Dio. Nella preghiera di Paolo VI si prega «Fa o Signore che la mia fede sia forte», non tema la contrarietà dei problemi. «Fa o Signore che la mia fede sia gioconda», cioè piena di gioia, mi renda felice e mi dia pace.

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