Fratel Luca Fallica – Somma Lombardo 09/03/2009
Non c’è tempo per approfondire i dati biografici di san Paolo. Accenniamo ad alcune date in cui collocare la sua attività. Paolo scrive questa prima lettera ai Tessalonicesi verosimilmente nel 51 d.C. mentre si trovava in Acaia, probabilmente a Corinto. È cronologicamente il primo testo del N.T. Il primo dei quattro Vangeli, quello di Marco, nella redazione che conosciamo, nasce alla fine degli anni ’60, quasi vent’anni dopo, probabilmente poco prima la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C.
Leggendo questa lettera tocchiamo il nucleo più antico della chiesa cristiana nel suo primo sorgere. È uno scritto piuttosto breve, 5 capitoli, 89 versetti che si leggono pacatamente in meno di mezz’ora. Leggere in modo continuativo gli scritti del N.T. serve ad avere una comprensione unitaria di esso, particolarmente necessaria con le lettere di Paolo. Una lettera come questa, alla comunità di Tessalonica, era così ascoltata dalla comunità cui era indirizzata durante un’assemblea liturgica. Paolo stesso scrive così alla fine della lettera (1Ts 5, 27): «Io vi scongiuro per il Signore che si legga questa lettera a tutti i fratelli». C’è un secondo motivo per l’opportunità di lettura continua della lettera: Paolo era un pensatore “dialettico”, il suo pensiero si sviluppa sempre in un dialogo effettivo con i suoi interlocutori, con i loro problemi, attese, domande; quindi spesso procede confrontando tra loro posizioni diverse, possibilità molteplici per giungere ad una sintesi personale. Può capitare che Paolo faccia un’affermazione non d’interesse immediato, ma per giungere a un’affermazione successiva. L’immagine tipica di Paolo della comunità cristiana è quella del corpo con tante membra: un membro isolato dagli altri perde la sua identità e significato. La stessa cosa possiamo dire delle sue lettere: una sezione a sé, non inserita nel testo globale, rischia di essere fraintesa.
Come quasi sempre accade nelle lettere di Paolo, anche questo primo scritto può essere suddiviso in due grandi parti; la prima parte (capitoli 1, 2, 3) è una riflessione teologica, la seconda parte (capitoli 4, 5) invita a trarne le conseguenze ed ha carattere esortativo
Questo scritto dell’epistolario paolino nasce dai suoi desideri e preoccupazione per la comunità da lui fondata. Però ora questo scritto, come le sue lettere, sono nella Bibbia e quindi non sono solo parole di Paolo, ma anche Parola di Dio, che ci raggiunge anche attraverso l’opera dell’apostolo. Potremmo ricavare anche questa immagine: quando Dio parla, scrive anche lettere; Dio ci interpella sempre in modo diretto e personale. Questo diventa ancora più evidente nel genere epistolare degli scritti del N.T. Le lettere del N.T. assolvono un po’ quella funzione che nell’A.T. è assolta dalla profezia. La fede, prima nella comunità di Israele e poi nella comunità cristiana, nasce da un evento in cui si manifesta Dio nella storia e che chiede la nostra adesione. Per la fede di Israele l’evento fondamentale è la Pasqua, come liberazione dalla schiavitù del faraone verso la libertà della terra promessa e dell’alleanza con Dio. Per la comunità cristiana l’evento fondatore della fede è la Pasqua di Gesù Cristo, come passaggio dalla schiavitù del peccato, della morte e ingresso nella piena libertà dei figli di Dio.
L’evento fondamentale è custodito in alcuni libri della scrittura. Nell’A.T. la prima Pasqua è custodita dai libri di Mosé, la così detta Torah, Pentateuco. Nel N.T. l’evento fondamentale della Pasqua di Gesù è custodito nei quattro vangeli cui si possono aggiungere gli Atti. Questo evento fondamentale ci deve raggiungere, realizzarsi nella nostra vita di credenti, interpellarci nel nostro cammino storico.
Nell’A.T. la parola dei profeti interpreta il cammino fondamentale della propria vita di credente di oggi. Nel N.T. questa funzione profetica è nelle lettere, in particolare di Paolo, in cui l’evento fondamentale di Gesù Cristo e la sua Pasqua diventa l’elemento fondamentale che interpella la nostra vita. Nella tradizione ebraica la parola del profeta è paragonata alla manna del deserto. La manna era quel cibo che nutriva il cammino di un giorno; non poteva essere custodita per il giorno dopo. Le lettere sono la manna che mi è data per il cammino di oggi perché l’evento di Gesù annunciato dal vangelo possa illuminare, nutrire, consolare, determinare le scelte anche la mia vita nella concretezza del mio cammino di oggi.
Noi non possiamo comprendere i contenuti delle lettere di Paolo se non inserendole nelle comunità cui sono indirizzate. Occorre ricostruire, per quanto possibile, il volto della comunità cui Paolo si rivolge: difficoltà, domande, problemi, fatiche, contesto sociale, culturale, religioso in cui la comunità costruisce il suo cammino. Però non dobbiamo dimenticare che la Parola di Dio, che si rende presente nella parola di Paolo, non interpella solo quella comunità storica, ma continua a interpellare il nostro essere chiesa oggi, con i nostri problemi, fatiche, desideri, ricerca di Dio e così via. Dobbiamo riconoscere agli scritti di Paolo anche una trasparenza: dietro le problematiche della comunità cui Paolo si rivolge, traspaiono anche le situazioni che caratterizzano il nostro essere cristiani oggi. Quando leggiamo le lettere di Paolo, dobbiamo avere uno sguardo un po’ strabico: un primo occhio faccia attenzione alla fisionomia della comunità cui Paolo si rivolge. L’altro occhio faccia attenzione al nostro essere chiesa oggi.
Nel caso della prima lettera ai Tessalonicesi, dobbiamo fare attenzione al volto della comunità di Tessalonica cui Paolo scrive e alle motivazioni di tale scritto. Poi dobbiamo domandarci come il volto della comunità di Tessalonica ci aiuta a capire meglio anche il nostro volto di Chiesa oggi. Che comunità era quella di Tessalonica? Il capitolo 17 degli Atti descrive la nascita di questa comunità. Tessalonica è la seconda comunità che Paolo fonda in Macedonia dopo quella di Filippi. Macedonia significa Europa. Queste comunità segnano il passaggio del Vangelo dall’Asia minore all’Europa.
Atti 17,1-11
Seguendo la via di Anfipoli e Apollonia, giunsero a Tessalonica, dove c’era una sinagoga dei Giudei. 2 Come era sua consuetudine Paolo vi andò e per tre sabati discusse con loro sulla base delle Scritture, 3 spiegandole e dimostrando che il Cristo doveva morire e risuscitare dai morti; il Cristo, diceva, è quel Gesù che io vi annunzio. 4 Alcuni di loro furono convinti e aderirono a Paolo e a Sila, come anche un buon numero di Greci credenti in Dio e non poche donne della nobiltà. 5 Ma i Giudei, ingelositi, trassero dalla loro parte alcuni pessimi individui di piazza e, radunata gente, mettevano in subbuglio la città. Presentatisi alla casa di Giasone, cercavano Paolo e Sila per condurli davanti al popolo. 6 Ma non avendoli trovati, trascinarono Giasone e alcuni fratelli dai capi della città gridando: «Quei tali che mettono il mondo in agitazione sono anche qui e Giasone li ha ospitati. 7 Tutti costoro vanno contro i decreti dell’imperatore, affermando che c’è un altro re, Gesù». 8 Così misero in agitazione la popolazione e i capi della città che udivano queste cose; 9 tuttavia, dopo avere ottenuto una cauzione da Giasone e dagli altri, li rilasciarono.
10 Ma i fratelli subito, durante la notte, fecero partire Paolo e Sila verso Berèa. Giunti colà entrarono nella sinagoga dei Giudei. 11 Questi erano di sentimenti più nobili di quelli di Tessalonica ed accolsero la parola con grande entusiasmo, esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se le cose stavano davvero così. 12 Molti di loro credettero e anche alcune donne greche della nobiltà e non pochi uomini. 13 Ma quando i Giudei di Tessalonica vennero a sapere che anche a Berèa era stata annunziata da Paolo la parola di Dio, andarono anche colà ad agitare e sobillare il popolo. 14 Allora i fratelli fecero partire subito Paolo per la strada verso il mare, mentre Sila e Timòteo rimasero in città. 15 Quelli che scortavano Paolo lo accompagnarono fino ad Atene e se ne ripartirono con l’ordine per Sila e Timòteo di raggiungerlo al più presto.
Secondo Luca (Atti, 17) la presenza di Paolo a Tessalonica deve essere stata molto breve e, soprattutto, bruscamente interrotta. Paolo si sarebbe fermato a Tessalonica per l’arco di tre sabati, quando predicò il vangelo di Gesù nella sinagoga. Poi l’opposizione crescente di alcuni giudei giunsero a istigare la folla; Paolo e suoi collaboratori furono costretti a fuggire a Berea, da dove pure dovettero fuggire. È anche possibile che la presenza di Paolo a Tessalonica sia stata un po’ più lunga dei tre sabati, tre settimane. Infatti nella lettera ai Filippesi (capitolo 4, 16) Paolo scrive: «E anche a Tessalonica mi avete inviato per due volte il necessario»; ciò potrebbe supporre un soggiorno più lungo di tre settimane. Però la catechesi di Paolo a Tessalonica è stata breve e bruscamente interrotta da una persecuzione. Questo forzato allontanamento di Paolo è stato da lui vissuto pieno di trepidazione e angoscia per tale comunità; per il pericolo che la persecuzione costituisce per la fede di una comunità fragile appena fondata, agli inizi del suo cammino di fede, in un ambiente pagano, la cui istruzione nella via del vangelo non ha potuto proseguire fino in fondo. Paolo scrive ai Tessalonicesi, capitolo 3, 10: «Noi che con viva insistenza, notte e giorno, chiediamo di poter vedere il vostro volto e completare ciò che ancora manca alla vostra fede». Vorrebbe tornare a Tessalonica, ma non riesce. Da Atene invia a Tessalonica Timoteo, suo fidato collaboratore, il quale va e poi ritorna e riferisce a Paolo che, nonostante tutte le difficoltà immaginate obiettivamente da Paolo, la fede dei Tessalocicesi era fede operosa, perseverante e matura. È quanto scrive Paolo nei versetti 2-3 del primo capitolo: «Ringraziamo sempre Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere, continuamente memori davanti a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo». Nel capitolo terzo, (1Ts 3, 8-10) Paolo scrive che si sente come rivivere per queste buone notizie: «ora, sì, ci sentiamo rivivere, se rimanete saldi nel Signore. Quale ringraziamento possiamo rendere a Dio riguardo a voi, per tutta la gioia che proviamo a causa vostra davanti al nostro Dio, noi che con viva insistenza, notte e giorno, chiediamo di poter vedere il vostro volto e completare ciò che ancora manca alla vostra fede?». Il volto di tale comunità può essere così sintetizzato:
1. Comunità piccola e di recente fondazione che non aveva potuto ricevere una profonda formazione. Paolo sapeva che nella loro fede vi erano lacune, che la comunità aveva bisogno di essere confermata nella perseveranza.
2. Comunità che vive in un contesto pagano nella cui mentalità rischia di essere riassorbita. Era difficile vivere un’esistenza coerente con il vangelo in un contesto culturale che proponeva valori diversi.
3. I cristiani di Tessalonica, forse poche decine, erano esposti anche a tribolazioni e persecuzioni di cui Paolo aveva fatto ivi esperienza. Per di più erano rimasti orfani di Paolo che aveva dovuto abbandonarli, dopo averli generati nella fede.
Noi possiamo riconoscere analogie tra la nostra comunità cristiana e quella di Tessalonica. Le nostre comunità non sono né piccole, né di recente formazione, però sperimentano il diventare sempre di più un piccolo gregge in un mondo secolarizzato e orientato su cammini diverso dai sentieri evangelici. Anche se noi veniamo da una lunga tradizione, ci dobbiamo confrontare con problematiche nuove nei confronti delle quali anche noi sperimentiamo lacune formative come per le comunità di Paolo. Per noi c’è la necessità di approfondire e ritradurre la nostra coerenza con il vangelo entro problemi nuovi con cui il mondo sfida la nostra fede e chiede risposte nuove. Almeno per l’Italia, oggi non sperimentiamo una persecuzione esplicita; però sperimentiamo ostacoli, incomprensioni, fraintendimenti, derisioni in ordine alla nostra testimonianza al vangelo. La lettera ai Tessalonicesi ci offre spunti per comprendere meglio anche le nostre difficoltà. Essa ci offre tre grandi risposte alle nostre difficoltà, che sono i titoli dei nostri tre incontri:
1. Invito a vivere confidando nella potenza del vangelo. Non mancano difficoltà, sfide nuove, fatica di veder assottigliarsi il numero delle nostre comunità. Però in queste debolezze che sperimentiamo, dobbiamo avere uno sguardo profondo, che è tipico di Paolo, che è riconoscere che proprio nella debolezza si manifesta la potenza di Dio e del vangelo.
2. Vivere nella santità. Paolo ci invita a vivere una fede operosa, che significa fondamentalmente accogliere il vangelo e lasciarci trasformare dalla sua potenza; vivere una carità che ci fa maturare nella vera santità.
3. Vivere nell’attesa del Signore. Vivere una speranza che ci fa attendere il Signore come vero compimento della nostra vita e del nostro desiderio.
Sul primo punto, vivere nella potenza del vangelo, possiamo fissare lo sguardo sul capitolo 2, versetti 1÷12, quando Paolo ricorda l’inizio dell’evangelizzazione vissuta nella comunità di Tessalonica e come attraverso di lui si è manifestata la potenza del vangelo: non solo le condizioni dell’annuncio, ma anche il lasciarsi trasformare dalla potenza del vangelo da parte di chi lo accoglie. In questi 12 versetti Paolo usa 6 volte il termine “sapete” o sinonimi (ricordate, siete testimoni). Che significa? Che il vangelo ha bisogno di trasparenza che permette di sapere, riconoscere, ricordare, testimoniare. Non è solo coerenza di vita, ma anche testimoniare che la potenza del vangelo ha già trasformato la vita di colui che l’annuncia e proprio per questo egli può annunciare con verità il vangelo del Signore. In questo senso il vangelo non resta solo parola di uomini, ma diventa “parola di Dio della predicazione che opera in coloro che credono”. La forza di questa parola non è solo per lo Spirito che abita questa parola, ma anche in forza dell’obbedienza della vita dell’apostolo che da questa parola si è lasciato trasformare. Così come questa parola deve trasformare la vita di coloro che l’accolgono.
Ciò significa che si annuncia ciò che si vive; che si annuncia una parola che ha già trasformato la vita di chi l’annuncia. Questa trasformazione, ci ricorda Paolo, avviene nella lotta. Paolo: «Come Dio ci ha trovato degni di affidarci il vangelo, così noi lo annunciamo non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio ch e prova i nostri cuori». La traduzione CEI non ci aiuta molto, usa due verbi diversi, “ci ha trovati degni” e “prova”. L’originale greco è un solo verbo che significa esaminare, discernere, saggiare, verificare che cosa c’è nel cuore. Si potrebbe ritradurre: «Come noi nel passato siamo stati messi alla prova da Dio perché ci fosse affidato il vangelo, così ora parliamo non per piacere agli uomini, ma per piacere a Dio, che anche nel presente continua a provare i nostri cuori». Paolo sa di poter rimanere fedele al vangelo affidatogli a condizione di continuare a sottoporsi a questo discernimento divino che saggia il suo cuore. Si tratta di essere trasparenti allo sguardo stesso di Dio. Questo verbo “provare”, nel linguaggio biblico, non significa solo esaminare, provare ciò che c’è nel cuore, ma anche “temprare, purificare, fortificare”. L’immagine biblica al riguardo è quella dei metalli che devono essere temprati attraverso la prova del fuoco. Così anche la vita dell’apostolo che accoglie e annuncia il vangelo deve essere una vita ove si lascia sottoporre a questa prova, purificazione, che avviene come attraverso il fuoco. Per questo Paolo dice: «dopo aver sofferto e subito oltraggi a Filippi, come sapete, abbiamo trovato il coraggio di annunciarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte». Paolo, in greco, non parla di “lotte” al plurale, ma di “lotta” al singolare, perché qui si tratta della lotta per eccellenza che ci fa combattere non tanto contro ostacoli esterni ma contro nostre stesse resistenze interiori che si frappongono e creano ostacoli alla nostra piena accoglienza del vangelo, alla nostra assimilazione e conformazione al mistero pasquale del mistero di Cristo crocefisso e risorto. Per Paolo la persecuzione sostenuta a Tessalonica non rappresenta un ostacolo all’annuncio del vangelo, ma quasi la condizione necessaria, un tempo propizio all’annuncio della Parola perché essa è sempre la parola della croce. Possiamo annunciare la parola della croce solo se siamo disposti a conformare la nostra vita al mistero pasquale di Gesù, Signore crocefisso e risorto. Il vangelo può essere annunciato solo così. Là dove si vive una debolezza, è proprio là che si manifesta la potenza di Dio che trasforma la nostra vita e che permette al vangelo di essere accolto da coloro ai quali lo annunciamo. In questa condizione, l’apostolo diventa anche un modello da imitare da parte degli altri per diventare, a loro volta, modelli per altri ancora. Questo punto Paolo lo ricorda ai versetti 6, 7 e 8 del capitolo primo: «E voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, avendo accolto la parola con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione, così da diventare modello a tutti i credenti che sono nella Macedonia e nell’Acaia. Infatti, la parola del Signore riecheggia per mezzo vostro non soltanto in Macedonia e nell’Acaia, ma la fama della vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, di modo che non abbiamo più bisogno di parlarne».
La prova costituisce il tessuto di annuncia e di chi accoglie il vangelo. L’annuncio del vangelo avviene anche proponendo modelli da imitare. Si può imitare l’apostolo perché lui si è lasciato configurare al vangelo e all’azione di Cristo; così si può imitare Cristo stesso. Paolo nella 1a lettera ai Corinzi scrive in modo più chiaro quanto è già presente qui: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo». Il termine “modello” è detto con un termine greco, poi passato anche in italiano, “tipos”; questo termine viene dal verbo “tipto” che significa colpire nel senso di scolpire, come quando si scolpisce la massa informe del marmo per farne emergere una figura armoniosa. Scolpire sul quel tipo, archetipo che è Cristo Signore. Il vangelo è come uno stampo che si deve imprimere nella nostra vita per conformarla al Signore. Per questo motivo l’annuncio del vangelo avviene anche nella tribolazione e nella lotta; perché l’archetipo per trasformare la nostra vita ha bisogno di scolpirla, di scarnificarla, per liberarla da opacità, contraddizione, resistenza alla logica pasquale, per conformarla pienamente al Cristo crocefisso e risorto. Si tratta di “morire all’uomo vecchio per rinascere all’uomo nuovo”.
Paolo, ricordando l’azione di annuncio del vangelo vissuta a Tessalonica, la paragona all’opera di una madre e di un padre, capitolo 2, 6÷8 per la madre: «E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo. Invece siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari». Letteralmente Paolo scrive: «… una madre che scalda le sue creature», un’immagine che ricorda quella della chioccia. Il termine “madre” usato da Paolo è quello di “nutrice” che ricorda non solo chi dà la vita, ma anche che nutre il figlio e che è disposta a donare la vita per lui. Il termine usato per donare non è “didomi=donare”, ma è “metadidoni” che significa “con-donare, condividere”. Paolo, nella1a ai Corinzi scrive: «Mi sono fatto tutto a tutti. Tutto io fatto per diventare compartecipe del vangelo». Atteggiamento di una madre che ospita nel suo grembo e genera la vita. Nella Bibbia l’ospitalità è sempre un segno di fecondità: Abramo e Sara che ospitano i tre personaggi misteriosi nella loro tenda, e per questo Sara diventa feconda. Similmente accade alla vedova di Zarepta che ospita il profeta Elia e poi può riavere il figlio risanato, e alla vedova che ospita il profeta Eliseo. L’ospitalità è feconda perché, ospitando l’altro, muoio a me stesso perché l’altro abbia vita attraverso di me. Per Paolo la carità non è dare qualcosa all’altro, ma accogliere l’altro in se stesso perché l’altro accolto trovi vita attraverso il dono della mia vita.
Ai versetti 11e 12, riguardo al padre: «e sapete anche che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, incoraggiandovi e scongiurandovi a comportarvi in maniera degna di quel Dio che vi chiama al suo regno e alla sua gloria». Se l’amore di una madre è accogliente, compassionevole, l’amore del padre è esigente, sa strutturare, creare responsabilità nell’altro, che sa farlo stare in piedi.
Paolo è consapevole di dover vivere entrambi i registri materni e paterni. In questo modo si generano i discepoli al vangelo, alla vita di fede, alla sequela alla parola di Gesù. Paolo sa di essere nella comunità segno della paternità di Dio perché la vita cristiana è proprio una vita e la vita può essere solo generata. I comportamenti si possono insegnare e educare, ma la vita no, la vita va generata. Paolo sa di aver generato alla vita le comunità che ha visitato, però, quando si rivolge a loro, non li chiama mai figli, ma semplicemente fratelli. Questo perché si tratta di un generare che fa l’altro uguale a sé, in quanto compartecipe dello stesso vangelo, obbedienti alla stessa parola, alla stessa potenza che ci trasforma. Il vangelo ci rende uguali ed entrambi discepoli del Signore Gesù che è morto per me come per il fratello. Questo legame con il fratello è indissolubile perché non nasce semplicemente da un buon cuore, ma da ciò che il Signore ha fatto sia per me sia per l’altro.