Vivere nella santità e nell’amore

Fratel Luca Fallica – Somma Lombardo 16/03/2009

È evidente per Paolo, che vivere nella santità significa vivere in quella fede, carità, speranza di cui parla subito nella lettera, dopo che Timoteo gli aveva riferito, che, appunto la comunità della chiesa di Tessalonica viveva in quella fede, carità e speranza. La visione tipica di Paolo, che incomincia a germinare in questa lettera, per diventare più chiara negli scritti successivi, è che la santità è fondamentalmente un vivere nella carità. Dobbiamo conferire a questo termine un significato anzitutto teologico, nel senso che Paolo indica di vivere in quella carità, amore di Dio che lo Spirito santo riversa nei nostri cuori. Questo lo scrive in modo più preciso al capitolo 5 della Lettera ai Romani. Per Paolo la carità non ha innanzi tutto una connotazione attiva (ciò che facciamo per gli altri), ma prima di tutto una connotazione ricettiva, forse anche un po’ passiva; è accogliere ciò che Dio fa in noi e attraverso di noi. Questo ci consegna anche a una ricettività nei confronti degli altri. La carità è una dimensione ospitale, è la capacità di accogliere l’altro e di portarlo in sé. Solo in questo modo siamo capaci di capire che cosa dobbiamo fare per gli altri e come farlo. Tutto questo è descritto da Paolo a partire dal capitolo 4 ove s’invita a trarne le conseguenze; ha un carattere esortativo, pratico, morale sulla concretezza del nostro vivere come frutto di una contemplazione del mistero di Dio, che è il suo fondamento.
I primi tre capitoli sono colmi di espressioni di ringraziamento, eucaristici, ma in questa prospettiva, Paolo invita a guardare all’agire di Dio, a come questo agire si è manifestato nella nascita della comunità di Tessalonica, sia in chi ha annunziato il vangelo, che in chi l’ha accolto nella sua vita.
Il capitolo 4, esortativo, si apre con i verbi tipici dell’esortazione paolina: preghiamo e supplichiamo. Inoltre i verbi sono al congiuntivo o imperativo, tipici dell’esortazione, si trovano soltanto dal capitolo 4 in avanti. Il verbo supplichiamo, in greco “Parakalein”, è quello da cui deriva il termine “Paraclito” usato da Giovanni per definire lo Spirito santo, il secondo Paraclito, perché, nella prospettiva di Giovanni, il primo Paraclito è Gesù stesso. “Parakalein” significa esortare, consolare, supplicare, con il tono di chi si fa vicino, si prende cura della vita dell’altro, si fa suo difensore, protettore. Letteralmente significa “chiamare presso”. In latino il Paraclito diventa l’”advocatus”, chiamato presso di me come mio difensore, protettore.
Paolo esorta, corregge, ammonisce, invita a vivere nella santità, ma con l’atteggiamento, visto nel primo capitolo, della madre che scalda, nutre i suoi figli e del padre, che ammonisce, che esige, ma sempre incoraggiando, consolando.
Nei capitoli 4 e 5 Paolo si esercita su due temi, il primo più generico, il secondo più preciso:
1. Vivere nella santità, in modo da piacere a Dio. Tema ora trattato.
2. Come vivere nell’attesa del Signore. Tema che sarà trattato in seguito.
Vivere nella santità, meglio nella santificazione. Il termine santità fa pensare a qualcosa nelle nostre possibilità e impegno. Il termine santificazione allude maggiormente all’opera di Dio in noi. Come siamo giusti in forza della giustificazione di Dio, così siamo santi in forza della santificazione di Dio: i primi 12 versetti del capitolo 4.
La prospettiva in cui Paolo guarda alla santità, l’atteggiamento morale, è: l’agire umano è sempre risposta all’agire di Dio che ci previene; l’uomo è chiamato a fondarsi nell’agire divino, a essere docile a corrispondere a quello che Dio fa in noi. In altre lettere Paolo si rivolge ai cristiani con il termine “santi”, come nei saluti iniziale e finale della lettera ai Filippesi: “Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi” e “salutate ciascuno dei santi in Cristo Gesù….Vi salutano tutti i santi, soprattutto quelli della casa di Cesare”. La stessa cosa dovremmo dire dei Tessalonicesi; la stessa cosa Paolo la direbbe anche a noi, non santi perché moralmente perfetti, senza peccato, ma perché “è stato donato loro di vivere in Cristo, di essere in Cristo Gesù, creature nuove, rigenerati nel Battesimo – che li ha immersi nella morte del Signore, per farli partecipare anche della sua risurrezione -”.
Morti all’uomo vecchio, già sono rinati all’uomo nuovo, e dunque, partecipi della santità stessa di Dio. Nella Bibbia c’è un solo santo: Dio. Ma all’uomo è donato di condividere per grazia ciò che a Dio appartiene per natura. Secondo Romano Penna, noi oggi rischiamo di accentuare la dimensione morale, secondo cui la santità sarebbe frutto dell’impegno e dello sforzo umano. Bisogna assolutamente ricuperare l’idea paolina, poiché essa sottolinea proprio ciò che è più originale nel cristianesimo, cioè la gratuità di una condizione antropologica che ci è donata dall’alto.
Paolo, nei primi tre capitoli, ha uno sguardo eucaristico, perché, anche se non chiude gli occhi di fronte alle difficoltà, prove, tribolazioni, limiti, rimane tuttavia capace di cogliere i risultati dell’agire di Dio, anche in situazioni obiettivamente difficili, faticose. Paolo non ha mai lo sguardo della lamentela, del rimpianto, della nostalgia che ci blocca nel passato; ha uno sguardo più profondo, per cui, non ignorando i limiti, li legge sempre in una luce superiore che da’ loro i giusti contorni. Quest’atteggiamento Paolo lo vive anche nel modo di esortare, incoraggiare, anche correggere la comunità quando ce n’è bisogno: 1Ts 4,1: “Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù: avete appreso da noi come comportarvi in modo da piacere a Dio, e così già vi comportate; cercate di agire sempre così per distinguervi ancora di più”. Secondo Paolo, i cristiani di Tessalonica già si comportano in modo da piacere a Dio ma ora la sua preghiera esorta a non arretrare in questo cammino, a non fermarsi, ma a progredire sempre di più. La stessa prospettiva la troviamo un po’ più avanti, quando Paolo tratta della carità fraterna che deve caratterizzare il vissuto di una comunità cristiana. 1Ts 4, 9-10: “Riguardo all’amore fraterno, non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi, infatti, avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri, e questo voi fate verso tutti i fratelli dell’intera Macedonia. Ma vi esortiamo, fratelli, a farlo ancora di più.” Nella traduzione dal greco si usa il verbo “comportarsi”. Paolo usa il verbo “camminare”. La vita cristiana è un cammino in cui la strada già percorsa, più che arrestarci in una pericolosa gratificazione o soddisfazione di quanto già percorso, ci spinge a camminare ancora e più speditamente. Al riguardo vale quanto Paolo scrive al Filippesi, parlando di sé, capitolo 3: “dimentico del passato e proteso verso il futuro”. È una bella definizione del credente, mai bloccato in ciò che ha già sperimentato e vissuto, nel bene e nel male, ma rimane sempre proteso verso la novità di un incontro con il Signore, che è tale sempre da rinnovare la nostra vita.
Emerge qui un’altra tipica prospettiva paolina, che si approfondirà in seguito, che, cioè, il cammino del credente, anche nel suo impegno morale ha sempre una sua connotazione escatologica. Il credente è animato sempre da questa tensione, che diventa poi slancio, impegno, cammino, per essere sempre proteso con l’incontro ultimo e definitivo con il Signore Gesù verso il quale camminiamo. La vita del cristiano si sita sempre tra una memoria e un’attesa. La memoria di quanto Dio ha già gratuitamente fatto per noi e che ci porta sempre a dire grazie e a corrispondere con tutta la nostra libertà, ma anche all’attesa di quanto Dio compirà nel futuro, che è promesso e garantito dalla sua parola e che ci porta a camminare con più slancio e desiderio verso la novità di questo incontro.
Tornando ancora allo stile di esortazione di Paolo, egli non fonda mai l’esortazione sul negativo, su ciò che non va, che non funziona, ma sempre sul positivo, su quanto già i Tessalonicesi vivono, per grazia di Dio, e che devono desiderare di portare a pienezza. L’esortazione di Paolo si fonda su quanto c’è già, e siccome c’è già, può essere portato a pienezza. Questo può essere un insegnamento per lo stile della nostra esortazione fraterna.
Paolo è convinto che il cammino di santificazione non si fonda su un attivismo volontaristico umano autosufficiente, ma sulla ricettività accogliente del dono di Dio. Dobbiamo ricuperare l’espressione paolina al versetto 4 del primo capitolo: “Noi ben sappiamo, fratelli amati da Dio, che siete stati eletti da lui. La santità cristiana s’inserisce in quest’orizzonte di scelta, elezione, chiamata da parte di Dio e fondata sul suo amore. Nella prima lettera ai Corinzi, 1, 26-31, Paolo sottolinea il fatto che si tratta di una scelta di coloro che non hanno particolari qualità umane da vantare; è un’elezione di conta poco o nulla nel mondo: “Considerate, infatti, la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto: Chi si vanta si vanti nel Signore”.
Nella 1 Tessalonicesi la prospettiva è la stessa che nei Corinti sopra citata. In 1 Tessalonicesi Paolo sottolinea anche l’aspetto che Dio ha scelto i pagani, idolatri, gentili che non conoscevano Dio (4, 5), persone accomunate senza speranza (4, 13). La consapevolezza di Paolo della gratuità dell’azione di Dio nasce dalla sua esperienza personale, l’esperienza di Damasco descritta dal capitolo 8 degli Atti, ove egli si è sentito raggiunto, amato, scelto, afferrato dall’amore di Dio in Cristo Gesù proprio mentre era un persecutore. È quello che scrive in Romani 5, 6-10: “Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se, infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita”. In base a questa esperienza, Paolo è capace di vivere l’esperienza di ogni credente, raggiunto e amato da Dio, proprio quando è lontano ed è scelto proprio quando è nemico, peccatore, debole.
Inoltre, in entrambi i passi richiamati (1 Corinzi e Romani) Paolo usa un’espressione significativa: “Nessuno deve vantarsi davanti a Dio, ma chi si vanta, deve vantarsi nel Signore”. Vantarsi davanti a Dio significa riporre la fiducia in se stessi, nelle proprie opere, nella propria autonoma autosufficienza. Occorre riporre la propria fiducia in Dio, in ciò che Dio vuole fare per noi, in noi. L’accoglienza in modo docile dell’azione di Dio presuppone che non si confidi in se stessi, ma che si lasci spazio a Lui, che ci si vuoti un po’ di noi stessi. Paolo dice: “Non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me”.
Paolo ricorda questa dinamica alla comunità ancora debole di Tessalonica. La consistenza della comunità non sta nella sua forza secondo criteri umani, nella sua entità numerica, nella sua rilevanza sociale, ma nel fatto di essere un piccolo gregge, scelto da Dio perché amato. Dio, che nella sua sapienza, sceglie sempre ciò che è debole, piccolo, marginale, che sembra non contare nulla agli occhi del mondo. Perché Dio sceglie? Perché opera questa selezione? È chiaro a Paolo che Dio sceglie non con una selezione che scarti tutti gli altri. È una scelta inclusiva, è lo scegliere qualcuno perché la benedizione di Dio possa raggiungere tutti gli altri. È la logica dell’elezione di Abramo e della sua discendenza, per benedire in lui tutte le nazioni della terra, secondo quella promessa dell’alleanza che risuona più volte nella Genesi. Paolo è convinto che, con la Pasqua di Gesù, quella promessa fatta ad Abramo incomincia a compiersi, a estendersi a tutti gli uomini. Per questo motivo Paolo si sente inviato specialmente ai Gentili, più che al popolo dell’alleanza. Però questa benedizione si estende a tutti gli uomini secondo la logica dell’elezione, del piccolo gregge, del piccolo resto. Attraverso la loro fede, speranza, carità la sua promessa di salvezza può veramente raggiungere tutti gli uomini.
Al capitolo 5, versetto 9 leggiamo: “Dio non ci ha destinati alla sua collera ma all’acquisto della salvezza per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo”. In greco il verbo destinare è il verbo “tithemi”, che significa porre. È un verbo importante; Paolo lo usa spesso per parlare della conseguenza della scelta di Dio. Dio ci sceglie per porre noi, non per la condanna, ma per la salvezza. Non solo la salvezza di chi Lui sceglie, ma di tutti gli uomini che sono raggiunti anche attraverso la nostra scelta. Paolo usa questo verbo anche per parlare della scelta di Abramo. Nella lettera ai Romani, 4, 16-17, Paolo scrive: “Eredi quindi si diventa per la fede, perché ciò sia per grazia e così la promessa sia sicura per tutta la discendenza, non soltanto per quella che deriva dalla legge, ma anche per quella che deriva dalla fede di Abramo, il quale è padre di tutti noi. Infatti, sta scritto: Ti ho costituito padre di molti popoli; [è nostro padre] davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono”. Anche in questi caso “costituito” traduce il greco “ti ho posto”. Dio ci ha scelti per porci come mediatori della salvezza, che è per tutti. Questa è la comunità cristiana; può essere un piccole gregge in mezzo a una moltitudine che fa scelte diverse, come poteva essere la piccola comunità di Tessalonica in quell’ambiente. La salvezza di Dio non è solo annunciata dal piccolo gregge, ma anche comunicata a tutti gli uomini. Sull’esempio di Gesù, noi siamo invitati a consegnare la nostra vita affinché tutti siano salvi. Questa è la sequela.
Per Paolo, questa elezione di Dio ci colloca in uno spazio singolare, che è Gesù stesso, e attraverso Lui, nel Padre: 1T s 1,1: ” Paolo, Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace!” Il termine Chiesa compare qui per la prima volta nel N. T. Il termine “ekklesia” significa etimologicamente “essere chiamati da”, chiamata da Dio, per essere posta in Cristo Gesù, in Dio Padre. Questo è un tema tipico di Paolo. Gesù non è solo una persona in cui credere, seguire; è soprattutto uno spazio in cui dimorare. Questa prospettiva è presente anche nel Vangelo di Giovanni. Significa vivere una relazione tale con Gesù, che ci si sente veramente a casa propria quando si è in rapporto con lui. Significa costruire la propria casa in questo spazio di dimora. I vangeli, particolarmente i sinottici, ci consegnano l’immagine di costruire la propria casa sulla roccia, che è Cristo. Paolo integra questa immagine: non solo costruire la propria casa su questa roccia, ma costruire la propria casa dentro questo spazio. Don Pierantonio Tremolada scrive al riguardo: “Con questa formula – vivere in Cristo – l’apostolo esprime la straordinaria verità della risurrezione di Gesù e gli effetti di grazia che essa ha portato con se. In forza della sua morte e risurrezione, Gesù, il Vivente, il Signore, si trova ormai nella condizione di accogliere in se l’intera umanità; tutti coloro che credono in Lui e vengono in Lui battezzati, entrano in Lui Come si entra in una dimora santa o in un santuario; diventano partecipi della sua umanità santificata, della sua realtà di Figlio di Dio, diventano figli di Dio per partecipazione. Questo è appunto il segreto della redenzione, la partecipazione alla realtà personale del Cristo glorificato, vivo nello Spirito santo e vincitore del peccato e della morte”. Paolo si esprime con l’immagine del corpo di Cristo: diventiamo membra di questo corpo, di cui Cristo è il capo.
Nella lettera i Filippesi, capitolo 3, Paolo afferma che questo è il desiderio fondamentale della sua vita: essere trovato in Cristo; il cambiamento radicale della vita di Paolo nasce dal suo incontro con Cristo. Allora tutto quello in cui prima aveva creduto e vissuto diventa come spazzatura, da gettare via per guadagnare Cristo. Il verbo “trovare” è importante. Paolo lo usa al capitolo precedente, nel famoso inno cristologico: Gesù si è fatto trovare come uomo, perché noi uomini potessimo essere trovati in Lui. Questo, per Paolo, è il senso dell’incarnazione, della Pasqua.
Qui trova risposta l’antica domanda di Dio, rivolta a Adamo dopo il peccato: «Adamo, dove sei?» Ora, con Paolo, possiamo rispondere: «Sono in Cristo». In questo luogo Dio ci può trovare senza la nostra vergogna, nonostante tutto il nostro peccato, perché sappiamo che questo luogo è un luogo di misericordia, di salvezza. La nostra santificazione è proprio il nostro essere in Lui. Per Paolo, questo essere in Cristo assume una connotazione più precisa, significa essere nelle viscere di misericordia, “splagchra”, nell’amore di Cristo, nel grembo materno. Paolo paragona se stesso alla sua azione all’amore di una madre. Questo essere in Cristo è tutto il segreto della vita di Paolo, il segreto con cui egli concepisce il vivere nella santità. Il vivere in questo spazio si deve manifestare anche nei comportamenti concreti. Il nostro agire deve essere risposta all’agire preveniente di Dio in noi, reso possibile dall’essere radicati in Lui. Questa immagine è resa anche nel Vangelo di Matteo, alla fine del discorso della montagna, quando Gesù parla dell’albero buono che porta frutti buoni. Mt 7, 16-18: “Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni”. La bontà dell’albero dipende dal terreno ove sono radicate le sue radici. Noi, nella nostra vita, siamo forse preoccupati dei frutti da portare e trascuriamo questa dinamica, che l’albero deve essere buono per portare frutti buoni. Alcuni di questi frutti buoni, Paolo li elenca nei primi 12 versetti del capitolo 4.
Le raccomandazioni di Paolo s’indirizzano soprattutto nel campo coniugale e di come vivere correttamente la propria sessualità. Raccomanda di astenersi dalle impurità, “porneia”, esorta a trattare il proprio corpo con santità e rispetto, senza lasciarsi dominare dalla passione come i pagani che non conoscono Dio. Paolo usa qui il termine greco che noi traduciamo con “corpo”, ma che indica soprattutto “strumento” o specificamente “vaso”. Il vaso è lo strumento della nostra vita, che dobbiamo trattare con santità e rispetto. Altri intendono questo termine come riferito alla propria moglie; allora si tratta di trattare con santità, con onore la propria moglie. Se il termine fosse moglie, diventa più chiaro il versetto 6 del capitolo 4: “Nessuno in questo campo offenda o inganni il proprio fratello”. L’inganno del fratello nel campo delle relazioni coniugali allude all’adulterio, desiderando la donna di un altro fratello e defraudandolo del suo bene prezioso. Nei versetti 9 e 10, Paolo si preoccupa delle relazioni fraterne; al versetto 11, a lavorare con le proprie mani; al versetto 12, a vivere una vita decorosa anche di fronte agli altri. La comunità cristiana, pur essendo un piccolo gregge, non deve mai diventare un gruppo settario, chiuso, avulso dalle buone relazioni con chi non condivide lo stesso cammino di fede. Anche verso questi, occorre vivere con criteri umani, morali, universalmente riconosciuti.
Di là dalla puntualità di queste raccomandazioni, Paolo invita ad attuare una santità da vivere nelle forme più ordinarie, laicali della vita, santità con il proprio corpo, nelle relazioni coniugali, nelle relazioni fraterne, nelle relazioni giuste da intessere con tutti gli altri uomini in una vita operosa, onesta, di lavoro. L’essere in Cristo non ci porta fuori dalle realtà ordinarie della vita, ci lascia in queste realtà ordinarie, ma con un cuore rigenerato, riplasmato dal nostro essere con il Signore, radicato nei suoi sentimenti. La santificazione non passa solo attraverso esperienze straordinarie, ma attraverso queste disponibilità a vivere in modo straordinario l’ordinarietà della vita, a camminare in modo da piacere a Dio, a quel Dio che ci ama fino al dono del proprio Figlio.
Silvano Fausti: “Il cristianesimo propone l’etica dell’amore. Chi ama cerca il piacere dell’amato”. Non si tratto solo di cercare norme giuste, anche se è doveroso, o di seguire la propria coscienza, bisogna anche aprire se stessi e la propria coscienza all’alterità, a Dio stesso che mi ama e desidero amare. Nell’amore l’amato diventa vita di chi ama e i due diventano uno. “Non sono io che vivo, ma Cristo vive in me”. Questo è il fondamento dell’agire morale per Paolo. Questo è anche un modo concreto per radicarci in Cristo e nel suo sentire. Paolo ricorda nella lettera a Romani (15, 3) che Gesù non cercò di piacere a se stesso, ma ha sempre cercato il vantaggio degli altri. La via della santificazione passa attraverso lo svuotamento di se, il vivere non sul proprio utile, ma decentrati, etero centrati, sull’Altro: Cristo Gesù, e sull’altro: fratello, sorella, ogni uomo. Tutto questo non è merito del nostro sforzo, ma dell’amore di Dio che lo Spirito ha riversato nei nostri cuori. Ciò dipende dalla fedeltà di Dio: 5, 24: “Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!”. Per questo motivo la santificazione, per Paolo, non ha bisogno solo di esortazione, incoraggiamento morale, ma soprattutto di preghiera e d’intercessione. Paolo, nella lettera, prega Dio intercedendo per la santificazione dei Tessalonicesi (5, 23). Ancora 3, 12-13: “Il Signore poi vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti, come è il nostro amore verso di voi, per rendere saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio Padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi”. La santità è sempre un mistero di comunione, la comunione dei santi. Ancora 5, 23-24: “Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!”.

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