Fratel Luca Fallica – Somma Lombardo 23/03/2009
Se la vita cristiana, come Paolo afferma sin dall’inizio della lettera, “è qualificata dall’operosità della fede, dalla fatica della carità e dalla fermezza della speranza”, è proprio sulla virtù teologale della speranza che ci soffermiamo. Che significa essere fermi nella speranza? Il termine greco che Paolo utilizza “ypomené”, che significa “la capacità di rimanere fermi, saldi” anche sotto un peso che può opprimere. Che significa anche per noi vivere una speranza che ci consenta di rimanere saldi anche sotto il peso di un presente che può essere contrassegnato da fatiche, difficoltà ostacoli, senza lasciarci schiacciare da tutto questo? Alla risposta di questo interrogativo Paolo dedica la seconda parte del capitolo 4 e l’inizio del capitolo 5 (4,13-5,11). Paolo può concludere (5, 23): «Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo».
Prima di entrare puntualmente in questi versetti, ritorniamo al tema della santità, meglio della santificazione personale che Dio opera in noi, amandoci, scegliendoci, ponendoci come mezzo di salvezza per tutti, già toccato prima. Per Paolo questo cammino ha sempre una tonalità escatologica, cioè è proteso verso un compimento futuro che non sarà semplicemente frutto del nostro impegno ma dono del Signore, “è Lui che farà tutto questo”. È Lui che porta a compimento ciò che noi iniziamo. La vita del cristiano è un cammino, ove, dimentichi del passato, occorre sempre protendere verso il futuro. È necessario progredire mantenendo viva la consapevolezza che il compimento appartiene al Signore. Quest’aspetto ci dona anche una grande libertà e fiducia su cui possiamo basare il nostro impegno. Spesso, nel nostro agire, siamo bloccati dalla pretesa di calcolare subito i risultati, di verificare subito l’efficacia del nostro agire. Ne diveniamo allora angosciati o intimoriti o scoraggiati. Paolo ci insegna invece a vivere un atteggiamento eucaristico, ringraziamento al Signore, che è all’inizio delle nostre opere, in un atteggiamento di fiducia e di attesa perché, sappiamo, che Lui è al compimento del nostro agire; ciò ci conferisce una libertà diversa e maggiore fecondità al nostro impegno: ciò che sappiamo iniziare, sarà fatto maturare in tutta la sua pienezza dal Signore. Ci dobbiamo preoccupare, non dal risultato del nostro agire, ma dalla sua coerenza alla Parola del Signore, alla volontà del Padre.
Una seconda premessa si basa sull’esortazione specifica di Paolo vista prima nel contesto escatologico dell’attesa del Signore che viene. Paolo esorta i Tessalonicesi a vivere in modo corretto il rapporto con il proprio corpo, la propria sessualità, in particolare all’interno delle relazioni coniugali. Si era nella cultura ellenistica che tendeva a svilire la dignità del corpo umano destinato alla corruzione; l’anima immortale desiderava liberarsi da un corpo che la imprigionava, per accedere finalmente alla propria felicità. Per Paolo, invece, il corpo, alla luce della Pasqua del Signore Gesù, non è destinato alla dissoluzione; è destinato alla risurrezione. In questa prospettiva esso riceve tutto il suo valore e dignità che impone al credente di trattarlo con rispetto e santità (5, 23 di cui sopra). La santificazione di Dio riguarda la persona umana nella sua interezza; tutto l’uomo, spirito, anima e corpo sono protesi all’incontro del Signore Gesù che viene. Da qui l’esigenza di custodire tutta la nostra persona irreprensibilmente, pronti all’incontro con il Signore che viene. Dovremmo vigilare sui nostri comportamenti, atteggiamenti, così da guadagnarci la vita eterna; la prospettiva di Paolo, però, è capovolta: il sapere che siamo destinati, non per nostro merito, nostro sforzo o conquista, ma per la grazia che scaturisce dal Signore Gesù, all’incontro con il Signore risorto ci aiuta a mantenerci irreprensibili. Per Paolo c’è sempre il primato della grazia, che, poi, deve configurare tutti i nostri atteggiamenti e comportamenti etici. Per Paolo ciò è l’immagine dei figli della luce, che come tali si comportano anche quando sono ancora immersi nell’oscurità della notte. L’attesa della venuta del Signore è atteggiamento molto complesso e ricco. Non si tratta semplicemente di attendere che qualcosa accada. Si tratta più complessivamente di prepararci già da ora a questo incontro. Ciò implica che quanto attendiamo deve plasmare il nostro oggi.
Quanto Paolo scrive sembra essere determinato da un problema che affligge anche la comunità di Tessalonica e che procura loro tristezza. Per questo motivo Paolo scrive, 4, 13: «Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza». Evidentemente Timoteo, mandato colà, nel tornare deve aver riferito a Paolo ciò che tiene in ansia la comunità E Paolo si rendeva conto che, a motivo della sua fuga precipitosa da Tessalonica, non aveva potuto istruire la comunità su questi temi, come aveva desiderato perché necessario, vi aveva lasciato lacune. La principale di queste lacune sembra essere stata quella sul destino dei morti o di chi morirà prima del ritorno del Signore, che, quindi, non potranno accogliere da vivi il Signore che viene. Che sarà di loro? Cerchiamo di ricostruire la concezione in proposito del Tessalonicesi. Appare evidente che essi ritenessero imminente il ritorno del Signore. Anche Paolo sembra condividere la brevità di quest’attesa: 5, 15 “noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti”. Può anche essere che Paolo, in quel momento, faccia sua tale convinzione anche se non le era propria, per poi correggerla dall’interno nel dialogo con loro. Paolo, infatti, afferma anche che non possiamo conoscere i tempi e i momenti della venuta del Signore, che ci sorprenderà come un ladro. Il dubbio di fede dei Tessalonicesi non riguarda tanto il fatto che il Signore sia risorto e che noi risorgeremo con Lui; non riguarda nemmeno la venuta del Signore, immaginata imminente; il dubbio riguarda l’interrogativo se risurrezione e venuta del Signore riguarda anche coloro che sono già morti. Paolo non ha esitazione nell’affermare che la fede nella risurrezione del Signore fonda anche la fede nella risurrezione dei morti, che non saranno esclusi e separati dalla comunione del Signore che viene. I defunti sono definiti come “coloro che si sono addormentati nel Signore”. Quindi essi attendono di essere risvegliati dal loro sonno.
Nell’affermazione di Paolo, non c’è solo quest’affermazione di fede sui morti, ma anche un desiderio molto vivo: 4, 15″noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti”. Traspare il desiderio dell’incontro, l’ansia di non mancare all’appuntamento. Come se quelli che sono già morti potessero perdere la bellezza e l’intensità dell’incontro con il Signore quando verrà, la gioia di incontrarlo. Paolo assicura i Tessalonicesi che la morte non toglierà la gioia di questo incontro; prima saranno risvegliati dal loro sonno e quindi, assieme a chi sarà ancora in vita, potranno gustare in piena consapevolezza, da svegli, la bellezza e la gioia di quest’incontro. Al cuore della fede di Paolo, e dei Tessalonicesi, non c’è solo la speranza della risurrezione e di una vita dopo la morte, ma più precisamente il desiderio di un incontro, di una comunione vitale con il Signore Gesù. Il senso della vita riposa in questa comunione diventa l’anelito più autentico di questa loro esistenza. Anche per noi, che non condividiamo più l’immediatezza del ritorno del Signore, sono passati quasi duemila anni, queste parole di Paolo mantengono tutta la loro attualità anche nella nostra vita. La vita nuova cui aspiriamo è tale, proprio perché è incontro, relazione piena, comunione attuata con il Signore e tra di noi, che nella nostra storia sperimentiamo divisioni, conflitti, ostilità, infedeltà, tradimento. La nostra vita sarà liberata dal peccato e dalla morte, ma anche da ogni divisione e solitudine. Paolo ci offre questo grande affresco della venuta del Signore ricorrendo a un’immagine tipica biblica o extra biblica ove vale la pena soffermarci sul verbo “radunerà”. 4, 17: “Quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore”. Il Signore risorto sarà in grado di abbattere le mura di separazione, che noi così spesso innalziamo e che la morte stessa innalza, per ordinare il grande raduno universale. La forza propulsiva di questa comunione è il Signore stesso. Se la morte, il peccato è solitudine, la vita con il Signore è incontro, comunione. Non speriamo solo nel tornare a vivere, ma di entrare in questa nuova qualità di vita comunionale.
Paolo usa anche il verbo “rapire”: verremo rapiti insieme con loro nelle nubi. Il verbo greco “harpazo” significa più precisamente “rapinare, carpire, strappare”. Da questo verbo deriva il sostantivo “harpabmos” usato nell’inno cristologico di Filippesi (2, 5-11); Dio ci strappa realmente dal male, morte, solitudine, negativo della nostra vita con un atto rapace, perché il Signore è il più forte. Anche se, certo, il Signore lo farà con la forza dell’amore, cioè con la debolezza, insipienza della croce.
Il linguaggio di Paolo non è descrittivo, è simbolico per rivelarci il senso di quanto avverrà. Tale linguaggio attinge dalla letteratura apocalittica tipica del giudaismo della sua epoca e dalle grandi teofanie bibliche, come la manifestazione di Dio al Sinai (Esodo, 19). Il linguaggio attinge anche dalla cultura della sua epoca. Egli usa anche il termine greco “parusia” che indicava la venuta dell’imperatore o del re che veniva a visitare una città o provincia del suo regno. La comunità cristiana ha applicato questo termine politico al Signore; Lui è il vero sovrano della storia che viene a visitarci. Questo linguaggio apocalittico è presente soprattutto nel versetto 4,16: “Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo”. Queste immagini indicano che tutto avviene per decisione di Dio, in forza di una sua azione libera, efficace. Non è la storia, l’agire degli uomini, per loro forza intrinseca, a salire e procedere verso questo compimento, a progettare questo giorno di pienezza. È e rimane un dono di Dio. Paolo usa il linguaggio della discesa: all’ordine del Padre, il Signore stesso discende dal cielo verso di noi (4, 16). Non è la storia umana, secondo un’idea di progresso, che sale verso di Lui, ma è Lui che discende verso di noi. Nell’ultima immagine della bibbia ebraica, nel secondo libro delle cronache, Ciro permette ai deportati Ebrei, su indicazione del Signore, di ritornare e salire a Gerusalemme. A questa immagine risponde l’ultima immagine del N.T. nel libro dell’Apocalisse: l’immagine della Gerusalemme celeste che scende dal cielo. Mentre noi, popolo dei credenti, ci sforziamo di andare incontro al Signore, di salire verso Gerusalemme, facciamo la scoperta che è la Gerusalemme celeste, Dio stesso, a scendere dall’alto verso di noi che saliamo. Il compimento della storia è il frutto di questa discesa divina. Questo, anche se per Paolo solo chi sale, chi s’impegna, chi tende verso, può anche fare l’esperienza che Dio discende verso di lui nella sua grazia. È il Signore che compie la storia, ma questo compimento presuppone da noi l’impegno di iniziare ciò che Lui porterà a compimento. Occorre attendere a, verso, protendersi per scoprire il Signore che scende.
Secondo Paolo, il Signore scende dal cielo solo ascoltando un ordine. Questo ci fa ricordare che anche nella sua venuta gloriosa alla fine della storia, il Signore di tutto rimane comunque “l’ubbidiente”, Colui che vive in docilità totale e obbedienza piena della Parola e del desiderio del Padre. Anche per questo motivo, come descrivono i vangeli sinottici, nessuno conoscerà quel giorno, quell’ora, neppure il Figlio, solo il Padre la conosce. Non perché il Padre voglia nascondere qualcosa al Figlio, ma perché il Signore Gesù non viene di sua iniziativa, viene in obbedienza alla parola del Padre; è stato e sarà in futuro l’inviato del Padre; è venuto nella sua carne e verrà nella sua gloria quando il Padre lo invierà, secondo il beneplacito della sua volontà.
Per questo motivo (5, 1), nemmeno noi possiamo conoscere né il giorno, né l’ora, Il Signore verrà come un ladro di notte. L’immagine del ladro è consueta del N.T. nei vangeli sinottici, nella seconda lettera di Pietro, nell’Apocalisse. Tale immagine ci esorta a essere vigilanti, a non lasciarci sorprendere impreparati dalla venuta del Signore. L’immagine del ladro è paradossale, capovolge tutti i nostri criteri, ha la forza delle parabole di Gesù. Costringe a convertire la nostra logica umana, per aderire alla diversa logica di Dio. Paolo capovolge la prospettiva del ladro affermando che il figlio dell’uomo verrà in un’ora che noi non immaginiamo; per quanti sforzi facciamo per non lasciarci cogliere di sorpresa, il Signore ci sorprenderà sempre. Se conoscessimo l’ora, potremmo dormire dopo aver puntato la sveglia; però l’ora non la conosciamo. Dobbiamo solo preoccuparci di farci trovare pronti. Non occorre tanto vegliare sull’ora, ma su noi stessi.
Qui c’è molta sapienza; noi sprechiamo tanta energia nel programmare il futuro, dominarlo, nel cercare di conoscerlo anticipatamente. Viviamo nella cultura degli oroscopi, indovini. Ma sono tentativi vani di dominare il futuro, perché il tempo ci sfugge sempre di mano e il futuro giunge sempre imprevisto, nonostante i nostri sforzi. Si tratta quindi di imparare a dominare maggiormente il nostro cuore, vegliare su noi stessi, il nostro sentire, il nostro comportamento, in modo da reagire sempre in modo giusto, in modo evangelico, con cuore riplasmato dalla Parola del Signore, a tutti gli eventi che in modo imprevisto, ci sorprenderanno.
Si può anche aggiungere che, se il Signore viene come un ladro, dobbiamo anche lasciarci portar via qualcosa da Lui. Qualcosa Lui ci strapperà; e noi dobbiamo essere docili e lasciarcelo portare via. Il Signore viene, non solo a portarci verso il cielo, ma anche a strapparci a noi stessi, alle nostre sicurezze. Dobbiamo essere disponibili a che il Signore, come un ladro, ce le porti via: 5, 3: “Si dirà: «Pace e sicurezza», allora d’improvviso li colpirà la rovina, come le doglie di una donna incinta; e nessuno scamperà”. Queste parole ci mettono in guardia da due rischi:
1. Vivere un’attesa febbrile, imminente, angosciata, che diventa pretesa di conoscere il giorno, l’ora, di dominare il futuro.
2. Vivere senza più nulla attendere, adagiarsi nelle proprie cose, che diventano come una gabbia di sicurezza, che imprigionano, ripiegano su noi stessi, bloccano sul passato con nostalgie e rimpianti, senza consentire di alzare lo sguardo verso l’alto, la novità dell’incontro con il Signore. Rischio di trovare sicurezze, rifugi costruiti con le nostre mani, fondando la nostra speranza in noi stessi. A questi, Paolo ricorda che bisogna rimanere figli della luce (5, 5-6): “voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobri”.
Quest’ultima immagine ci ricorda che, non solo dobbiamo attendere l’incontro con il Signore, ma che anche l’attesa di quest’incontro non ancora realizzato, può già da ora illuminare il nostro presente, consentendoci di viverlo in modo diverso, È la tipica attesa del credente che, guardando verso il futuro, è capace di guardare con occhi diversi anche il presente. Il presente può anche essere di oscurità, ma occorre leggerlo alla luce del nuovo giorno che certamente sorgerà, perché garantito dalla Parola del Signore. Nella tradizione rabbinica si narra di un racconto significativo nella vita di un maestro tannaita, rabbi Akiba, che vive al tempo della seconda rivolta giudaica e muore martire della repressione romana, attorno al 135 d.C. Rabbi Akiba, con tre rabbi come lui, sale a visitare la spianata del tempio, già in rovina; vi scorge una volpe, animale impuro secondo la bibbia, che esce dal Santo dei Santi, il luogo più sacro del tempio, ove era custodita la presenza di Dio, ove nessuno poteva entrare, se non il sommo sacerdote una volta all’anno nel giorno dell’espiazione. Vista questa volpe, i tre compagni di Akiba non riescono a trattenere le lacrime; rabbi Akiba, invece, si mette a ridere. Gli domandano: «Perché ridi?» Lui risponde: «Perché voi piangete?» «Non hai visto? una volpe nel Santo dei Santi. Davvero questo è la fine di tutto!» Rabbi Akiba risponde: «Sì, anch’io ho visto questa volpe. Proprio per questo rido, perché sta scritto nel libro delle lamentazioni, [capitolo 5] che “il monte di Sion è desolato, vi scorrazzano le volpi”. Io non mi sarei immaginato di vedere che ciò si sarebbe avverato. Ho visto la volpe, questo versetto si è avverato. Ma se si è avverato questo versetto, si avvereranno anche i versetti successivi: “Ma tu, Signore, rimani per sempre, il tuo trono di generazione in generazione; perché ci vuoi dimenticare per sempre, ci vuoi abbandonare per lunghi giorni? Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo”». Questa è la speranza, la capacità di rimanere figli del giorno, anche se si vive un’ora di tenebra, come l’ora della volpe che scorrazza nel Santo dei Santi. Rabbi Akiba è capace di leggere il presente, anche il più terribile, alla luce del versetto che viene dopo, alla luce del futuro di Dio, garantito dalla sua Parola. Noi sappiamo che il versetto con cui si conclude l’Apocalisse, il N.T., tutta la bibbia cristiana, è: “Sì, io vengo presto”.
Restiamo figli della luce anche in un presente di oscurità; possiamo essere certi di questa venuta del Signore che ci dona di avere uno sguardo presente anche su un mondo difficile. Anche qui c’è molta sapienza. Anche a noi capita, nei momenti più difficili della nostra vita, quando il cammino può farsi più incerto, di cercare un po’ di luce che rischiari il senso di ciò che ci capita. Spesso, però, cerchiamo questa luce in modo sbagliato, perché la cerchiamo fuori di noi. La parola di Paolo ci ricorda che dobbiamo essere noi luminosi dentro, figli della luce. Se lo siamo, possiamo rischiarare il nostro cammino anche nei momenti di tenebra. Questa luce segreta può riverberarsi attorno a noi, rischiarando la notte e consentendoci di camminare con speranza verso la luce del giorno. Le condizioni per questa luce sono proprio l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera, la vita sacramentale, l’amore, la misericordia, la compassione, il vivere nella sobrietà e vigilanza, come è indicato in 1Ts 5, 12-22: «Vi preghiamo poi, fratelli, di aver riguardo per quelli che faticano tra di voi, che vi sono preposti nel Signore e vi ammoniscono; trattateli con molto rispetto e carità, a motivo del loro lavoro. Vivete in pace tra voi. Vi esortiamo, fratelli: correggete gli indisciplinati, confortate i pusillanimi, sostenete i deboli, siate pazienti con tutti. Guardatevi dal rendere male per male ad alcuno; ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti. State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è, infatti, la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male». Tutto questo va vissuto con quella tensione escatologica già ricordata, è il Signore a compiere ciò che noi possiamo solo iniziare. 5, 24: «Degno di fede è Colui che vi chiama: egli farà tutto questo!».